Rita Rapisardi è una cronista freelance scivolata, suo malgrado, nel tritacarne del circo mediatico (e politico) per aver fatto il suo lavoro. A Torino, il giorno della manifestazione, era in piazza e ha ricostruito quello che è avvenuto prima e dopo il pestaggio del poliziotto. Da lì insulti e minacce.
Su Collettiva.it racconta quello che è accaduto dopo il suo post diventato virale: “Tengo tantissimo però che si metta in evidenza che sono una freelance, nel caso della manifestazione a Torino stavo lavorando con il Manifesto. Non sono assunta. Ci tengo – sottolinea – perché siamo noi freelance a mandare avanti l’informazione, i giornali ormai riescono a uscire grazie alle collaborazioni esterne”.
“Eppure – continua – non abbiamo tutele, se ci facciamo male sono ‘affari nostri’, se ci succede qualcosa sono ‘affari nostri’. Anzi, ringrazio in questo momento il sostegno e la vicinanza del Manifesto e di Radio Popolare, altra testata con la quale spesso collaboro, che si sono anche offerti di coprire le spese legali nel caso fossi oggetto di querele. Ma non sono una giornalista dipendente, sono freelance… siamo precari, siamo tantissimi, e troppo spesso ci si dimentica che il giornalismo è nelle mani di persone che non hanno tutele, malattia, maternità, ferie, permessi, garanzie”.
Nell’intervista, poi mette in evidenza il perché oggi è importante il lavoro del cronista: “È fondamentale. La tendenza diffusa è quella di guardare un video di pochissimi secondi sui social, che in questo processo hanno inciso tantissimo, e accettare la verità preconfezionata che li accompagna o che sembra lampante guardando solo quei pochi secondi. Il mio post, tentando di ricostruire in modo completo la vicenda, cercava di stimolare una riflessione, il pensiero critico”.
