SOTTO L’OMBRA DEL PONTE LA CITTÀ SI È INESORABILMENTE SPENTA

Le conseguenze socio-economiche dell’emergenza sanitaria sono sotto gli occhi di tutti. Specie nel Mezzogiorno si rischia una spirale pericolosa per il fatto che l’asfittico sistema economico rischia di non trovare l’abituale ristoro del turismo nelle stagioni estive.

C’è bisogno di immaginare un serio percorso di rilancio per le regioni del Sud, specie a fronte di tante risorse economiche che arriveranno dal Governo e, soprattutto, dall’Unione Europea, e invece si ritira fuori l’armamentario del Ponte sullo Stretto.

Come ci ricordava nei giorni scorsi Emanuele Macaluso, la “prima volta” del ponte fu nelle elezioni regionali del 1955 e, da allora, l’opera è divenuta un’enorme arma di distrazione di massa, la soluzione – impossibile – a tutti i problemi del Sud.

Sotto l’ombra del ponte, in primo luogo la città di Messina ha vissuto, come sospesa, in attesa di un’opera miracolistica che ne avrebbe rilanciato le sorti. E così, col passare dei decenni, invece di costruire e ripensare il modello di sviluppo, la città si è inesorabilmente spenta.

A Messina e a tutto il Mezzogiorno serve una scossa: è sicuramente vero! Ma non sarà riaprendo il dibattito infinito sul ponte che il sud ripartirà. Per questo è imbarazzante che, in questi ultimi giorni, esponenti della coalizione di governo e del centro-sinistra siano caduti nell’ennesima bolla mediatica.

Si apra, invece, un cantiere delle idee che, traendo un insegnamento dalla crisi che stiamo vivendo, immagini uno sviluppo che non prescinda dalla salute e dalla qualità dell’ambiente. I fondi in arrivo vengano utilizzati per la realizzazione di infrastrutture materiali e immateriali, che possano far recuperare al Mezzogiorno il ritardo rispetto alla parte più avanzata del Paese. Si investa in scuola e formazione, tutela e protezione del territorio, agricoltura e turismo di qualità, ma anche sulla banda larga e nella riqualificazione della pubblica amministrazione. In questo modo, si potrà dare forza ai sistemi territoriali insieme a un ripensamento profondo di nuove politiche industriali fondate sulla riconversione ecologica.

La sfida che ci lancia l’Europa è quella del “Green New Deal”: a questa sfida devono rispondere le classi dirigenti meridionali. Troppo facile pensare a un’opera che risolva tutto, che tanto poi non si realizzerà. Più complesso avere una visione e, quindi, pensare ad una serie di interventi integrati e coordinati nei diversi settori che creino coesione e sviluppo.

Non è più tempo di illusorie scorciatoie: si percorra con fatica la strada lunga della ricostruzione.

Domenico Siracusano

Segretario Provinciale Articolo UNO