Misteri di Sicilia: Messina, Sanità, Scuola e Territorio. Ogni scelta ha un prezzo…dietro le dietrologie

Di contenitori senza contenuto e di target da raggiungere…

In Italia esiste un filo che unisce due mondi apparentemente lontani, la sanità e la scuola. È un filo sottile ma resistente, fatto di scelte politiche, vincoli europei, riforme presentate come modernizzazioni necessarie e come passi verso l’efficienza. Eppure, quando si osservano gli effetti concreti sul territorio, quel filo diventa una corda che stringe, non che sostiene.

La Sicilia e Messina, in questo senso, sono un laboratorio perfetto.

Negli ultimi anni la provincia di Messina è stata tra le più attive in Sicilia nell’utilizzo dei fondi del PNRR destinati alla sanità territoriale. Secondo i dati diffusi da ANSA e dai comunicati dell’ASP, l’Azienda risulta tra le più avanzate della regione per lavori realizzati e inaugurazioni. Il piano prevede quindici Case della Comunità e cinque Ospedali di Comunità. Diverse strutture sono già state aperte o inaugurate tra il 2025 e il 2026, tra cui le Case della Comunità di San Salvatore di Fitalia, Castell’Umberto, San Piero Patti, Valdina, Novara di Sicilia e altre (con un totale di circa 12 strutture inaugurate fino a marzo 2026). A Barcellona Pozzo di Gotto è stato attivato un Ospedale di Comunità ricavato all’interno del vecchio ospedale, riconvertito per l’occasione.

I nastri sono stati tagliati, ma quante ore di medico e infermiere garantiscono davvero? I cittadini dei piccoli comuni continuano a fare chilometri per un esame o una visita urgente.

Sulla carta, un’espansione significativa. Nella realtà, un sistema che fatica a reggersi.

I dati AGENAS raccontano infatti una storia molto diversa da quella delle inaugurazioni. In tutta Italia le Case della Comunità previste sono circa 1.715, ma al 31 dicembre 2025 solo 781 hanno almeno un servizio attivo (il 45%) e appena 66 funzionano davvero a pieno regime, con tutti i servizi obbligatori e la presenza di personale medico e infermieristico secondo gli standard del DM 77/2022 (meno del 4%). Gli Ospedali di Comunità seguono lo stesso schema: 594 previsti, 163 attivi (circa il 27%).

La Sicilia rientra pienamente in questo quadro, e Messina non fa eccezione.
Le strutture ci sono o sono state inaugurate, ma il personale e l’operatività completa spesso no. La carenza di personale non è un imprevisto, né un errore di calcolo. È un elemento strutturale, inscritto nella logica stessa del PNRR. I fondi europei finanziano le opere, non la gestione. Gli stipendi di medici, infermieri, tecnici e amministrativi devono essere sostenuti con risorse ordinarie, cioè con le tasse e con i bilanci regionali. Più personale si assume, più cresce la spesa corrente, e la spesa corrente in Italia è sottoposta a vincoli rigidi.
Il risultato è un paradosso: si costruiscono strutture che non si possono permettere di far funzionare.

A questo si aggiunge un secondo fattore, altrettanto determinante. Il personale sanitario esiste, ma sceglie altrove. La sanità privata offre retribuzioni più alte, carichi di lavoro più sostenibili, meno burocrazia, contratti più flessibili. Il pubblico, invece, propone stipendi fermi da anni, turni pesanti, reparti sotto organico, concorsi lenti e spesso deserti. Non è un caso se molte Regioni registrano bandi per medici con pochissimi candidati o posti non coperti. Il problema non è la mancanza di professionisti, ma la mancanza di condizioni che li convincano a restare.

Il risultato è una rete territoriale che non filtra, non intercetta, non alleggerisce. Quando le Case della Comunità non hanno personale, i cittadini continuano a rivolgersi ai pronto soccorso del Policlinico e degli ospedali maggiori. Le aree interne, come i Nebrodi, vedono presidi aperti ma non operativi, incapaci di sostituire la presenza ospedaliera ridotta negli anni.

La riforma, costruita per essere un ponte tra territorio e ospedale, finisce per essere un ponte sospeso nel vuoto.

Lo stesso schema si ritrova nella scuola.

Anche qui, il PNRR è stato presentato come un’occasione di modernizzazione, ma la riforma più incisiva, quella del dimensionamento scolastico, non nasce da un progetto educativo. Nasce da un’esigenza amministrativa e dal rispetto dei target europei. Il Governo ha collegato il dimensionamento ai piani del PNRR, sostenendo che molte scuole troppo piccole non avrebbero potuto gestire efficacemente i fondi. Il risultato è un processo di accorpamento che riduce il numero delle autonomie scolastiche, soprattutto nelle aree interne e nei territori fragili, con piani regionali in corso di attuazione per l’anno scolastico 2026/2027.

Ma l’accorpamento non è solo una questione di numeri. È un moltiplicatore di burocrazia, soprattutto digitale, che ricade sulle segreterie, sui dirigenti, sui docenti. Le scuole diventano più grandi, ma non più forti. Aumentano gli adempimenti, le piattaforme, le procedure, mentre diminuisce la capacità di seguire gli studenti. E gli studenti, infatti, pagano il prezzo più alto. Soprattutto nelle aree interne della provincia, dove l’accorpamento rischia di trasformare la scuola in un pendolarismo quotidiano per ragazzi già penalizzati dal calo demografico. Mancano insegnanti, mancano supplenti, mancano docenti di sostegno qualificati, mancano Asacom formati. Le classi vengono coperte alla giornata, i piani di studio si frantumano in attività che hanno poco o nulla a che vedere con una formazione solida e continua.

La scuola si ritrova a gestire emergenze, non a costruire percorsi. Il punto è che sanità e scuola, pur diverse, stanno vivendo la stessa trasformazione. Si costruisce ciò che serve a raggiungere i target, non ciò che serve ai cittadini. Si inseguono milestone e scadenze, non bisogni reali. Si inaugurano strutture che non si possono sostenere, si accorpano istituti che non si possono perdere. Il risultato è un Paese che appare moderno nei documenti, ma fragile nella vita quotidiana. Un Paese che costruisce contenitori senza contenuto. Un Paese che confonde l’efficienza con la sottrazione, la riforma con la riduzione, il progresso con la rendicontazione. Sanità e scuola non sono due storie separate.

Sono due capitoli dello stesso libro: un’Italia che, pur di incassare i fondi europei, accetta di ridurre ciò che dovrebbe proteggere. Contenitori senza contenuto, riforme che somigliano più a tagli che a progressi.

E proprio ora, in campagna elettorale, sarebbe il momento di parlarne davvero: non di slogan, ma di ciò che davvero cambia la vita quotidiana dei messinesi. Sarebbe utile ascoltare i candidati a sindaco, i futuri consiglieri comunali e di quartiere confrontarsi su questi temi, su ciò che riguarda davvero la vita quotidiana delle persone – la sanità che non c’è, le scuole che si svuotano di senso e di presenza umana – invece di assistere a una gara a chi urla di più, a chi punta il dito con più foga, a chi riesce a trasformare il dibattito pubblico in un teatro di banalità, di attacchi personali, di promesse irrealizzabili.
Una campagna elettorale che evita i problemi reali finisce per condannare la città e i cittadini a un tedio perenne, fatto di slogan che evaporano e di scelte che non arrivano mai.

 

bilgiu

 

Fonti: Dati nazionali AGENAS sulle Case della Comunità e Ospedali di Comunità (secondo semestre 2025 – dati al 31 dicembre 2025)

Inaugurazioni ASP Messina e strutture locali (2025-2026)

Dimensionamento scolastico e legame con PNRR