L’INTERVENTO: ORIGINE DELLA VIOLENZA NELLE PIAZZE

In questi tre anni di governo Meloni abbiamo assistito ad una serie di manifestazioni di piazza più o meno violente, organizzate dai più svariati gruppi appartenenti alla galassia della sinistra, quasi tutte con uno scopo ben preciso, quello di danneggiare il Governo di centrodestra. Si è toccato il fondo sabato 31 gennaio a Torino durante la manifestazione di protesta contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Abbiamo ancora davanti agli occhi la scena rivoltante del poliziotto isolato pestato dai manifestanti, che non hanno esitato a colpirlo ovunque, ricorrendo anche alle martellate, e continuando a farlo rimbalzare sull’asfalto come un povero pupazzo. Perfino di fronte a questo scempio, anche questa volta la sinistra ha avuto reazioni molto deboli, le solite parole di circostanza, le solite giustificazioni. Qualcuno ha scomodato le Brigate Rosse.

Anche i brigatisti intendevano rovesciare governi nelle piazze, ma sparavano. I loro emuli attuali, almeno per ora, non hanno lanciato messaggi di questo tipo. Tuttavia, nonostante le evidenze di questa strategia imposta da questi gruppi violenti, alcuni addebitano la colpa al governo. “È davvero difficile credere che il pestaggio dell’agente di polizia, avvenuto sabato a Torino tra scene di vera e propria guerriglia urbana, sia frutto del caso”, scrive Michele Marsonet (Quel filo rosso che unisce le violenze di Torino al terribile G8 di Genova, 3.2.26 atlanticoquotidiano.it) si tratta “del passaggio a una nuova fase della lotta politica da parte di alcuni gruppi che, pur non sedendo in Parlamento, in esso trovano comunque “alleati” e “sostenitori” molto attenti a non farsi bruciare e, perciò, sommamente ambigui”.

Il giornalista accosta il clima violento di oggi al G8 di Genova, a quei giorni terribili, dove non si fronteggiarono – anche se molti ancora lo sostengono – forze dell’ordine cattive e reazionarie da un lato, e giovani idealisti duri e puri che volevano salvare la democrazia dall’altro”. In realtà – scrive Marsonet – c’è un filo rosso che lega i due eventi, fornito dalla volontà di far cadere un governo eletto ricorrendo alle violenze di piazza”. Allora nel 2001 si trattava di far cadere il governo presieduto da Silvio Berlusconi, per far cadere il quale si riteneva in certi ambienti che ogni mezzo fosse lecito. Anche oggi sembra di assistere alla stessa strategia, pensiamo all’incitamento alla rivolta sociale da parte dei vertici sindacali della Cgil, “anch’essi forse convinti che il regolamento di conti finale debba avvenire, per l’appunto, nelle piazze, procurando per di più i maggiori danni possibili alle strade e al tessuto urbano delle città, in questo caso il capoluogo piemontese”.

Sul tema della violenza politica è intervenuto il responsabile nazionale di Alleanza Cattolica, Marco Invernizzi (Le origini della violenza, 9.2.26, alleanzacattolica.org) Invernizzi dopo aver osservato gli scontri provocati dai cosiddetti “antagonisti” a Torino e nelle settimane precedenti dai numerosi cortei per la Palestina che hanno “spaventato” il Paese provocando numerosi feriti fra la Forze dell’ordine. Lo studioso cattolico vede delle analogie con le dovute differenze con ilRapporto Mazza del 1970”. Libero Mazza (1910-2000), era il prefetto di Milano diventato famoso per il rapporto che, nel 1970, denunciò la presenza a Milano di ventimila estremisti di sinistra in grado di scardinare l’ordine pubblico e quindi di mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini. Un Rapporto che poi fu inviato al ministro degli interni di allora Franco Restivo (1911-1976). Peraltro, Libero Mazza era stato il capo di gabinetto del Presidente del Consiglio Fernando Tambroni (1901-1963) che, dieci anni prima, aveva dato vita a un governo monocolore DC che si avvalse dei voti determinanti di monarchici e missini, una cosa mai vista nella storia della Prima Repubblica.

Questo governo rimase in carica solo quattro mesi perché dovette cedere alla inaudita violenza di piazza scatenata dalle forze di sinistra, comunisti e sindacalisti della Cgil in primis. Forse proprio per questo – scrive Invernizzi – il Prefetto di Milano era estremamente preoccupato della violenza a Milano di quegli anni, che ricordava in qualche modo quella di Genova del 1960, scatenata contro la convocazione del Congresso nazionale del MSI nella capitale ligure, evento che fu all’origine della violenza comunista che farà successivamente cadere il governo Tambroni e di fatto aprirà la strada ai governi di centro-sinistra a partire dal 1961”. Tuttavia, “il Rapporto Mazza non venne preso in considerazione a Roma, forse per ignavia ma più probabilmente perché metteva in questione una sorta di dogma che ha sempre accompagnato la storia della Prima Repubblica, e cioè che la violenza proveniva sempre e soltanto da destra e che le eventuali violenze provenienti da sinistra erano opera di “compagni che sbagliano” o che si devono difendere e comunque non sono rilevanti perché non metterebbero a repentaglio la tenuta dello Stato”.

Anche se in realtà, il Rapporto non aveva dimenticato la presenza di estremisti di destra a Milano, ma dalla sua lettura appariva chiaro da dove provenisse il pericolo per la sicurezza della città, ormai ritenuta la “più violenta d’Italia”. E come oggi sappiamo, alla luce di quanto accadde negli anni successivi, del terrorismo delle Brigate rosse e della crisi dell’ordine pubblico nella capitale lombarda, si può ben dire che il Rapporto sia stato profetico”. Ma come mai oggi, oltre mezzo secolo dopo, si ripetono dinamiche simili? Si chiede Invernizzi. Certo oggi ci sono grandi differenze, allora il Pci ha riconosciuto il terrorismo comunista delle BR, che poi smise di guardare con indulgenza anche i movimenti extra-parlamentari.

Oggi non esiste più un pericolo comunista e nemmeno un partito comunista, ma c’è il tema della sicurezza, della delinquenza comune e quella politica. “Rimane però un problema culturale che risiede in quel virus che forse, proprio a partire dai fatti di Genova del 1960, ma certamente da quelli rilevati dal Rapporto Mazza dopo il cosiddetto Sessantotto, è penetrato nel corpo sociale italiano e ancora non è stato sconfitto”. Per comprendere di quale virus si tratta, per Invernizzi, dobbiamo tornare agli Anni Sessanta e alla rivoluzione culturale che prese il nome di Sessantotto. “Essa non fu soltanto una rivoluzione che toccò il modo di vivere di quella generazione, ma fu anche e forse soprattutto una rivoluzione che mise in discussione il principio di autorità, nella famiglia, nella società e dunque anche nei confronti dello Stato e dei suoi rappresentanti, nel caso in questione delle Forze dell’ordine”. Se prima di allora, “il padre, il padrone, il fratello maggiore, il poliziotto, in qualche modo rappresentavano l’autorità, nei cui confronti esisteva un pre-giudizio favorevole, ebbene questo principio venne messo in discussione a partire da quegli anni, poi andò in crisi e ancora oggi rimane, nei confronti di queste figure, un pre-giudizio negativo”. Credo sia questo il problema all’origine non tanto delle violenze, che nascono in un ambiente intossicato da ideologie sovversive, ma della difficoltà che incontra lo Stato, oggi come ieri, nella difesa dei propri servitori da una violenza che viene giustificata, o tollerata, da una cultura diffusa e dominante fra molti intellettuali e in una parte consistente della sinistra politica.

Pertanto, prima di un problema di ordine pubblico, che esiste e deve essere affrontato con determinazione dallo Stato, c’è un problema culturale. Bisogna cioè aiutare le persone a capire che la nostra società è stata intossicata da una prospettiva ideologica contraria al principio di autorità, che ha portato troppi nostri contemporanei a guardare con sospetto, se non con ostilità, a chi serve lo Stato, così come, per analogia, ha portato a delegittimare la figura del padre in famiglia, e in generale di chi esercita a diverso titolo un’autorità.

 

a cura di Domenico Bonvegna