Ero tentato di scrivere che fare dopo la sconfitta del centrodestra. A via di leggere commenti e riflessioni non si è capito chi ha perso. C’è il sospetto che soltanto adesso tutti hanno la ricetta magica, mentre prima non hanno fatto nè detto nulla di concreto. E’ vero anche questo. Poi c’è un’altra riflessione da fare, spesso i quesiti referendari trattano materie tecniche, pertanto, sono abbastanza complicati, come questo sulla magistratura: “soltanto i magistrati e gli avvocati potevano cogliere il significato profondo della riforma del governo Meloni. La gente comune, ossia la preponderante maggioranza degli elettori, non aveva tempo, voglia, strumenti culturali preesistenti per capire il meccanismo della separazione delle carriere”. (Roberto Ezio Pozzo, Cantanti e influencer, ecco come il “No” è dilagato tra gli under 30, 25.3.26, atlantico.it)…
E così, “come sempre accade da noi, si è scelta la porta di servizio, quella della solita insopportabile e patetica contrapposizione tra fascismo ed antifascismo come motivo per votare “Sì” oppure “No” al referendum”. Tuttavia, anche in questo caso vale il “Che fare”, ma soprattutto “come fare”, Poiché alle decisioni devono seguire le azioni, e le azioni richiedono un metodo. Definire il metodo serve un pensiero, si spera non uno qualsiasi. Dovrebbe essere un “pensiero forte” che è stato accumulato ed elaborato nel tempo, serve un patrimonio di conoscenze e di esperienze. In riguardo al Centrodestra dovrebbe essere un pensiero conservatore. Qualcosa di simile lo ha scritto Sandro Scoppa, (Referendum, perché l’azione senza idee è solo più cieca, 25.3.26, atlantico.it) In pratica, “Senza teoria non esiste decisione consapevole: il voto sulla giustizia rivela una politica senza progetto, incapace di orientare anche quando mobilita consenso”.
L’illusione di poter fare a meno della teoria non rende l’azione più concreta; la rende soltanto più cieca. Anche “la politica deve essere sempre fondata su idee”. Non bisogna cadere in “preda dell’improvvisazione, delle pressioni del momento, delle convenienze contingenti. L’assenza di teoria non produce realismo: produce subordinazione agli eventi”. Certo il nodo della giustizia, “avrebbe richiesto un grande chiarimento culturale prima ancora che elettorale. Avrebbe richiesto una domanda di fondo: quale idea di giustizia vogliamo? Quale equilibrio tra poteri riteniamo compatibile con una società libera? Quale assetto istituzionale riduce l’arbitrio e rafforza la responsabilità? Nulla di tutto questo è diventato davvero centro del confronto pubblico”. Ma forse non c’era il tempo di farlo. E’ L’impianto teorico che manca.
La provocazione di Scoppa continua. “Ed è qui che la responsabilità della politica diventa evidente. Il governo guidato da Giorgia Meloni non ha perso soltanto una battaglia referendaria. Ha mostrato, su un terreno decisivo, di non possedere un retroterra teorico comparabile a quello che, in altre stagioni, ha sorretto leadership capaci di orientare davvero il consenso”. L’articolo fa riferimento a due giganti del conservatorismo del Novecento: Margaret Thatcher e Ronald Reagan, che entrambi avevano alle spalle un solido impianto teorico alimentato dalle riflessioni di scienziati della politica e della cultura del conservatorismo del secolo passato. Serve una visione per durare, serve una politica che non ha spezzato “il legame con il pensiero, che pretende di guidare senza spiegare, di riformare senza convincere, di ottenere consenso senza prima costruire un terreno culturale condiviso”.
Secondo Scoppa, “una politica di questo tipo può anche sopravvivere nel breve periodo, può persino vincere alcune battaglie, ma non lascia nulla di duraturo, perché non educa, non orienta, non forma”. I passaggi politici non si vincono soltanto con le campagne mediatiche, “si affermano quando alle spalle vi sono idee capaci di dare unità alle scelte, di collegare i singoli provvedimenti a una visione, di trasformare il consenso in adesione consapevole”. Quando questo accade, anche le decisioni più difficili diventano comprensibili, e quindi sostenibili. Al contrario, se questo manca, ogni scelta resta isolata, esposta a interpretazioni divergenti, incapace di consolidarsi”. Bisogna avere il coraggio di rimettere al centro le idee, la teoria, la visione. Per fare questo occorre anche una classe dirigente territoriale all’altezza, che non si compra al supermercato. Soprattutto nel Mezzogiorno, “essa rappresenta il vero punto di rottura tra consenso potenziale e consenso reale.
Qui il problema non è soltanto l’assenza di una proposta forte. È qualcosa di più profondo: una classe dirigente spesso squalificata, poco rappresentativa, priva di radicamento autentico e selezionata secondo logiche che nulla hanno a che vedere con il merito o con la capacità politica”. (Nicola Silenti, Referendum 2/ Dopo la sconfitta, il dovere della verità, 24.3.26, destra.it) Un altro aspetto rilevato da Silenti è quello della comunicazione. “Il messaggio dato agli elettori, in questa fase, non è stato chiaro. E questo, in politica, è già un errore grave. Si è parlato troppo un linguaggio istituzionale e troppo poco politico. Un linguaggio più adatto ai palazzi che alle persone […] Il risultato è stato inevitabile: il messaggio non è arrivato. Quando un elettore deve sforzarsi per capire cosa gli si sta dicendo, la partita è già compromessa.
La politica, quando funziona, segue una regola elementare: poche idee, chiare, ripetute, riconoscibili”. Alla fine, si è generato solo confusione. “E la confusione, in politica, non viene mai premiata. Viene punita. O, peggio ancora, viene ignorata”. Attenzione, la storia recente dovrebbe insegnare prudenza. E’ facile passare da percentuali rassicuranti a crolli rovinosi. I Cinque Stelle e la Lega di Salvini sono lì a dimostrarlo. Non intendo passare per menagramo. C’è semmai amarezza. Una parte del Paese sperava e spera in una stagione diversa. Intanto vecchi fantasmi avanzano fuori dai palazzi, c’è già chi si prepara a presentare il conto. “Le toghe non hanno mai nascosto il loro atteggiamento. E quando si arriva al punto di cantare “Bella ciao”, il segnale è fin troppo chiaro: la resa dei conti non è un’ipotesi, è qualcosa che si prepara da tempo. Per questo il risveglio rischia di essere brutto per tutti. Serve verità. Serve una riflessione rapida, adulta. Serve il coraggio di cambiare rotta prima che sia troppo tardi”.
a cura di Domenico Bonvegna
