L’opera di Salazar si caratterizza per il realismo politico. “Un uomo è arrivato da Coimbra per risollevare per restaurare una nazione”. Nel libro “Le dottrine del Nazionalismo”, edizioni Volpe (1966) Jaques Ploncard D’Assac, così descrive il pensiero profondo di Salazar; “Nelle razze, nelle nazionalità vi sono due tipi di difetti: i difetti naturali che possono essere combattuti, ma mai estirpati violentemente e che ci permetteranno sempre di distinguere un latino da uno slavo o da un Anglo-Sassone, e i difetti incrostati, i vizi acquisiti che sono soprattutto d’educazione, di mentalità. Ora, se è quasi inutile fare la guerra ai primi, perché trionfano sempre, già non è più così chimerico, né impossibile, come si dice, scrostare gli altri, liquidarli a poco a poco”. (Antonio Ferro, Salazar, Lisboa 1933) Ploncard D’Assac che ha conosciuto personalmente lo statista lusitano, ha dedicato un capitolo del libro, utilizzando molte riflessioni di Ferro, noto soprattutto per essere stato il principale architetto della politica culturale e della propaganda del regime corporativo dell’Estado Novo guidato da António de Oliveira Salazar.
Salazar non ha mai pensato di scrivere un trattato politico. L’instabile realtà della politica non può essere racchiusa in un quadro rigido. In un suo scritto, inizia con queste parole: “Io devo alla Provvidenza d’esser nato povero, privo di beni di qualche valore…”. Salazar confessa di essere sempre stato attratto dalla modestia, invece che dalle cariche, dagli onori, dalle ricchezze. “Io sono un uomo indipendente […] non ho mai cercato le clientele politiche”. Ha evitato di costituire un partito, per evitare di essere condizionato e limitato nella conduzione del suo governo. Tantomeno ha mai, lusingato le masse. “Io sono nella misura del possibile, un uomo libero”. Nei confronti degli avversari, si compiace di non essere mai ricorso all’insulto o all’aggressione; “nessuno potrà sostenere che con me non si può collaborare”. Pertanto, Salazar è stato indipendente, libero, umano, ha conosciuto gli uomini e la vita. Il libro continua con le citazioni di Ferro: “Io non ho ambizioni. Non desidero salire più in alto, e penso che al momento opportuno altri dovranno occupare il mio posto […] Non ho ragioni di mostrarmi orgoglioso, perché non ho realizzato tutto ciò che volevo; ma quel che ho realizzato è sufficiente perché non si possa dire che ho fallito nell’assolvimento della mia missione”. Nei suoi discorsi esprime umiltà, facendo sempre riferimento all’uomo concreto, mai al mondo delle idee. Salazar è fortemente critico dei sistemi ideologici politici e confezionati, che magari si pensa di applicarli subito al corpo sociale, sano o malato in tutte le latitudini. “Invasati dalle loro dottrine o fantasticherie da tavolino, costoro, certissimamente, non sapranno mai cosa siano gli uomini, né come vivono le nazioni; recissi dalla vita reale per l’apriorismo delle loro teorie, staccati dal passato per la loro ambizione di costruire un avvenire che non lo continui, costoro non hanno più bisogno di memoria…”. Salazar non accetta le ideologie, vuole attaccarsi a un legame inalienabile “alla tradizione ed alla storia”, del suo Paese, col suo “patrimonio, coi suoi interessi materiali e morali, con la sua natura e la sua vocazione nel mondo”. Nel suo semi-isolamento, lui cerca di uscire da se stesso e di assistere come semplice spettatore all’opera di governo. Salazar è stato un “freddo esecutore dell’interesse nazionale, senza clientela, né partito, ‘io cerco con calma di superare le cause e gli effetti dell’azione politica e confronto senza passione”. La ricerca del governo di Salazar è Dio, la Patria, l’autorità, la famiglia, il lavoro. E’ l’essenziale, una filosofia in atto. Del resto, ogni Stato obbedisce ad una concezione filosofica in atto. Ci sono dei principi che il potere non permetterà che siano discussi, dove la libertà non esiste. Lo statista portoghese ha sempre ricercato procedimenti di governo dove c’è la “massima libertà di spirito”, ma dove si rifiuta di “lasciarsi chiudere nei sistemi, nelle costruzioni ideologiche, negli apriorismi”. “Studiare nel dubbio” e “realizzare nella fede”, sono due termini guida per Salazar. La Nazione viene vista come una personalità morale, che si è costituita attraverso i secoli, grazie al lavoro ed alla solidarietà di generazioni successive, legate dal sangue e dallo spirito. “Tutto questo patrimonio collettivo, questa comunione spirituale della Nazione lusitana, ci spinge a servire la Patria e a dare la vita per essa”. Uscire da questo quadro provvidenziale, significa non trovare altro che un groviglio informe d’interessi individuali. Già allora nel 1956, Salazar individuava Paesi che sembravano stanche della loro esistenza. Per questo era convinto che serviva uno Stato forte basato sull’autorità. E Salazar invitava a guardare quello che succede nei regimi parlamentari: c’è un degrado continuo dall’Assemblea, ai gruppi parlamentari e poi ai partiti, infine, al corpo elettorale anonimo. In questi regimi cosiddetti parlamentari, il potere si degrada, si dissolve e alla fine il governo non ha più efficacia. “A mano a mano che le difficoltà si accumulano, il disordine cresce, la carenza d’autorità rende la vita sociale precaria e le stesse libertà politiche si trasformano in licenza generale”. In questo sistema politico, non c’è più un governo che governi. Si assiste alla fusione e alla disgregazione di partiti, alle combinazioni politiche, frutto di conflitti e di passioni, di compromessi tra le varie fazioni concorrenti, che non hanno nulla a che vedere con il Paese, né con i suoi problemi. Salazar nelle discussioni non resta mai dominato dalle teorie ma confronta la dottrina con i fatti. Invece la democrazia dei partiti pretende di essere solo teoria. “Lo spirito del partito corrompe, avvilisce il potere, deforma la visione dei problemi, sacrifica l’ordine naturale delle soluzioni, si sovrappone all’interesse nazionale ostacola – quand’anche non si oppone completamente – l’utilizzazione dei valori nazionali al servizio del bene comune”. Il principio di unità nazionale non può accettare l’esistenza di maggioranze, minoranze, di rappresentare interessi particolari, correnti dottrinali. La democrazia dei partiti è dannosa all’interesse della nazione. Si tratta di passare da una politica dei partiti a una politica soltanto nazionale. Occorre trovare altre formule, altre soluzioni. Come si raggiunge l’unità degli intenti in una nazione? Gli uomini si uniscono intorno ai principi e ai sentimenti che li animano. Salazar non aspirava a governare con un partito unico, ma con la soppressione dei partiti. Serve uno Stato che si è sbarazzato delle pressioni contradditorie dei partiti. E’ la “coscienza collettiva” di un’élite politica, con alle spalle una pleiade di studiosi, impegnati ad approfondire problemi, ad agitare idee, a definire i principi di orientamento, a creare una dottrina, a dare impulso all’attività stessa del regime. La libertà, mito del liberalismo, se è contro l’interesse comune, allora dev’essere affidata all’autorità, giacchè solo questa sa amministrarla e difenderla. La libertà che può garantire lo Stato è quella regolamentata dall’autorità, e solo quella che può condurre alla felicità degli uomini. Un altro pericolo che nasce dagli abusi dei partiti è quello del totalitarismo, e Salazar non mai ceduto alla tentazione totalitaria, nonostante il suo governo (la 1° parte) si è svolto ai tempi delle rivoluzioni fasciste e nazional-socialista. “Bisogna – diceva nel 1934 – allontanare da noi la tendenza alla formazione di ciò che potremmo chiamare Stato totalitario”. Pertanto, quando Salazar redige la Costituzione politica dello Stato Nuovo, comincia con lo stabilire la morale e il diritto quali limiti alla propria sovranità. La Costituzione di Salazar imporrà allo Stato, “il rispetto delle garanzie di derivazione naturale, a favore degli individui, delle famiglie, delle corporazioni e delle autarchie locali”. Inoltre, garantirà: “la libertà e l’inviolabilità delle credenze e delle pratiche religiose ai genitori e ai loro rappresentanti l’istruzione e l’educazione dei fanciulli”; garantirà: la proprietà, il capitale e il lavoro nell’armonia sociale; riconoscerà: “la Chiesa, con le organizzazioni che le son proprie”; e la lascerà “libera di esercitare la sua azione spirituale”. Il regime di Salazar si appoggerà alla forza, ma soprattutto si avvarrà della ragione, alla bontà, all’interesse pubblico. Sarà, una “dittatura della ragione” che ha bisogno dell’autorità. Lo statista portoghese non transigerà mai sul valore delle parole, sul piano delle idee fondamentali, né accetterà di dare alle parole un significato diverso di quello che hanno. L’autorità è “un fatto e una necessità”. Essa è un diritto, un dovere, che rinnega sé stessa se non si esercita. “Ed è anche un dono magnifico della Provvidenza, giacché senza di essa, né la vita sociale, né la civilizzazione umana sarebbero possibili”. Attenzione, “nella famiglia, nella scuola, nella Chiesa, nell’Officina, nel Sindacato, nella caserma, nello Stato, l’autorità non esiste mai per se stessa, ma per gli altri; non è una proprietà, è un peso. I suoi vantaggi sono proporzionali al bene che prescrive ed alla fedeltà con la quale si eseguiscono le sue prescrizioni”. In pratica l’autorità non si discute. Certo Salazar è consapevole che lui governa un determinato popolo in una determinata epoca. Quale sia la migliore forma di rappresentanza e di difesa degli operai nello Stato. Salazar dà una risposta articolata: serve una organizzazione nell’economia del lavoro. L’organizzazione è un fatto naturale, lo Stato può guidarla e assorbirla, ma mai negarla. L’uomo non può vivere da solo, fin dalla nascita è incorporato in associazioni naturali a cominciare dalla famiglia. Poi vi sono le professioni la Chiesa, la società civile. Nessuno può scegliersi l’epoca in cui vivere e quindi sottrarsi alla disciplina che le necessità generali impongono. Per Salazar occorrono quattro condizioni per organizzare lo Stato: a) Snellire lo Stato moderno, liberandolo di certi servizi, funzioni, spese. b) Lo Stato dovrebbe il più possibile imitare la vita reale dell’uomo e della sua famiglia, nella sua professione e nella sua società. c) Tutti dovrebbero vivere associati nella società. d) l’organizzazione non dovrebbe perdere di vista le realtà sovra-individuali. Sono queste le basi dell’organizzazione corporativa portoghese. E’ nei gruppi naturali necessari alla vita individuale della società politica che Salazar intende cercare l’appoggio alla costruzione dello Stato: la famiglia in primis come cellula sociale fondamentale, nocciolo originario della parrocchia, del comune e quindi della nazione. Essa è per natura il primo degli elementi organici dello Stato costituzionale. Lo Stato sociale e corporativo è in stratto rapporto con la costituzione naturale della società. Pertanto, le famiglie, le parrocchie, i comuni, le corporazioni, sono gli organismi che compongono la nazione, e come tali, devono intervenire direttamente nella costituzione dei corpi supremi dello Stato.
La Camera corporativa per Salazar sia per la sua origine che per la sua formazione rappresenta bene “i differenti interessi che si muovono in seno alla nazione”. Salazar costruisce il suo edificio politico, man mano che acquisisce certezze, non si fa problemi nel confessare i suoi dubbi. “Aspettiamo che il tempo ci aiuti a trovare una soluzione”. La società come è fatta esige un arbitro, un difensore, che deve assumere anche la funzione di dirigere l’economia. Lo Stato di Salazar, è dunque lo Stato tradizionale, lo stato arbitro, che assume l’autorità e che alla fine decide. L’autorità non è un capriccio, inventato dagli uomini. L’unità non viene spontaneamente dal basso: discende dall’alto, dal potere unificatore ed arbitro. Infine, Ploncard D’Assac registra una riflessione sull’Occidente, sull’Europa. Salazar non si vergogna di fare dure critiche: “Sembra che l’Europa provi oggi vergogna e pentimento per le gesta dei suoi Navigatori e per l’alto pensiero che li guidava, e che si sforzi, il più discretamente possibile, di cancellare le vestigia”. E tuttavia, “la verità è che il progresso si misura dunque, ancora oggi, dal grado d’occidentalizzazione conseguito e che il regresso si manifesta in senso contrario”. L’Europa, gli ispira pagine appassionate: “Non si può – dice – qualificare come pregiudizio razziale la constatazione d’un fatto storico quale la nettissima superiorità dell’europeo nell’opera di diffusione della civiltà tra i popoli della terra”. Salazar riflette sul Finis Europa, sulla rinuncia definitiva alla Storia europea. “Non ho nessun dubbio sulla nostra civiltà, sui valori, sui principi”. Ma ciò che turba lo statista portoghese, è “la perduta fede nella superiorità intrinseca e che ci si comporti talvolta, come se questi conflitti di civiltà rimanessero solo sul piano delle discussioni filosofiche, nell’ambito di dotte accademie”. L’Europa gli appare” stanca della sua grandezza”. La vede preda “della paura della vita e dalla pura di battersi per difendere la dignità di questa vita”. Salazar vede un’Europa che, “per una specie di vigliaccheria collettiva, sembra “vergognarsi dell’opera che ha realizzato”. Un Occidente “che ha perduto sciaguratamente il coraggio di affermare la sua superiorità” (Discorso del 30.5.1956) Salazar riserva forti critiche agli europei che non colgono la pericolosità di quei movimenti basati sulla razza che invocano “il diritto dei popoli a disporre di se stessi”. Può essere giusto disporre di se stessi, ma non su diritti astratti, quando ancora i popoli non sono in grado di disporre di se stessi, non hanno la maturità politica. A breve, traduzione permettendo, recensirò uno dei tre libri sul grande statista portoghese che ho acquistato durante il mio breve soggiorno a Lisbona.
DOMENICO BONVEGNA
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