Qualche giorno fa mi è arrivata per WhatsApp, con preghiera di diffonderla, la dichiarazione di Nicola Rossiello, segretario generale del Sindacato Lavoratori di Polizia SILP CGIL , riguardo agli scontri avvenuti a Torino in occasione del corteo del 31 gennaio. Poiché, purtroppo, non ci si può fidare subito di tutto quello che ci arriva, sono andata a cercare tale dichiarazione sul sito sopra indicato e, in effetti, c’è. La notizia è autentica.
Per questo, ho fatto una ricerca un pochino più vasta sul tema e questo ne è l’esito: condividono le critiche del SILP anche personalità del calibro di Franco Gabrielli (classe 1960), che è stato pure capo della Polizia e ha ricoperto altre cariche, tra cui quella di direttore del SISDE (il servizio segreto civile italiano) e di Capo del Dipartimento della Protezione Civile) e di Mario Della Cioppa (classe 1959) che è stato questore e prefetto in diverse importanti città italiane.
Ecco dunque la dichiarazione di Rossiello nella sua versione integrale pubblicata su “Pressenza”.
Grassetto e corsivo sono redazionali.
Fatti di Torino, il sindacato lavoratori di polizia contro Piantedosi
05.02.26 – Redazione Italia
«La narrazione del Ministro Piantedosi sui fatti di Torino appare totalmente rovesciata rispetto alla realtà che noi, come operatori e sindacato sul campo, riscontriamo.
Sostenere che i manifestanti abbiano fornito copertura ai violenti significa non rendere giustizia alla verità e mancare di rispetto a chi esercita un diritto costituzionale.
La realtà è l’esatta opposto: sono i violenti che si affiancano ai manifestanti per sfruttare la piazza.
Confondere le responsabilità è un errore logico e sociale pericoloso: è come accusare i proprietari di casa di aver favorito i ladri che vi hanno fatto irruzione, o ritenere i tifosi responsabili dei criminali che si infiltrano allo stadio per aggredire gli spettatori.
Chi scende in piazza pacificamente deve avere la garanzia che lo Stato sia in grado di isolare chi si infiltra per inquinare il dissenso..
Chi sceglie di portare avanti una narrazione così distorta non rispetta la realtà dei fatti e ignora le difficoltà operative delle lavoratrici e dei lavoratori di polizia.
Ribadiamo che la sicurezza non si fa colpevolizzando i cittadini, ma con strategie di intelligence e prevenzione, capaci di distinguere tra diritto al dissenso e atti delinquenziali inaccettabili.
Ribaltare i fatti non aiuta l’ordine pubblico, serve solo a scaricare sulle Forze dell’Ordine il peso di una gestione politica della piazza che ha fallito nel proteggere sia chi manifesta che chi lavora in divisa».
Sulla gestione governativa della manifestazione, parto dalla valutazione dell’ex questore e prefetto Mario Della Cioppa, che si trova in un’intervista pubblicata il 7 febbraio sul quotidiano online abruzzese “il Centro”.
Mi interessa, in primo luogo, quello che egli dice di Matteo Piantedosi, che Della Cioppa aveva conosciuto a Roma, quando lui e Matteo Piantedosi vi erano rispettivamente questore e prefetto. Alla domanda di che cosa ricordi Della Cioppa del loro rapporto, l’ex questore afferma: «Lo ricordo come uno dei rapporti professionali più intensi e seri che io abbia avuto. Riconosco al ministro Piantedosi grandi capacità e intelligenza. Proprio per questo mi auguro che sappia cogliere il grido di dolore che viene dalla piazza e da chi opera sul campo. Ha tutte le qualità per farlo, se riesce a distaccarsi dai calcoli politici a cui inevitabilmente è sottoposto. Non esiste l’uomo solo al comando. Potrebbe contare su una schiera di menti pensanti, facendo scelte illuminate e lungimiranti, perché portatrici di grandi esperienze. La sicurezza è sempre lavoro di squadra. Ed è quello spirito che ricordo quando lui era prefetto e che oggi sarebbe prezioso recuperare».
L’intervista è stata fatta dopo che Della Cioppa aveva partecipato a un dibattito al Tennis Club di Roma per la presentazione di un suo libro “C’era una volta il vero senso della politica”, che porta la prefazione di Franco Gabrielli. A tale evento, in una sala gremita, erano presenti molti esponenti del mondo civile e sociale, prefetti a riposo e altri ancora. Alla domanda su quale segnale ci sia stato, Della Cioppa risponde così: «C’era una comunità composita, non schierata, che chiedeva una cosa semplice e oggi rara: capire. Capire che cosa sta accadendo alla Politica, al rapporto tra istituzioni e cittadini, al tema della sicurezza. Quel dibattito ha dimostrato che esiste ancora uno spazio per una riflessione seria, non urlata. Ed è significativo che questo avvenga fuori dai palazzi, in luoghi della società civile che sentono il bisogno di offrire un contributo equilibrato al dibattito pubblico».
Segue una critica a «chi la strada non l’ha mai frequentata, ma pretende di dettarne la gestione con formule che, francamente, si fa fatica a comprendere», perché «l’esperienza operativa pesa certamente più delle ricette teoriche che spesso vengono proposte come soluzioni miracolose. Chi ha lavorato sul campo sa che dietro le grandi parole spesso si nascondono slogan che producono scelte inefficaci, affermazioni ad effetto utili a raccogliere consenso, ma facilissime da confutare sul piano dell’efficacia reale. A Foggia, a Catania, a Roma […] ho imparato che ogni decisione si misura nella sua applicabilità concreta. E la distanza tra propaganda e realtà, quando esiste, la pagano sempre gli operatori e i cittadini».
Proseguendo, Della Cioppa fa alcune puntualizzazioni che, a mio avviso, sono estremamente utili per capire quanto noi, gente comune, possiamo essere ingannati.
La prima riguarda il potenziamento delle forze di polizia che si dovrebbe realizzare col “pacchetto sicurezza”. L’ex prefetto scuote la testa; su questo tema si è «straparlato in modo strumentale per anni», ma la realtà è molto più semplice e, insieme, molto meno rassicurante. Intanto non esiste pareggio fra le uscite per pensionamento e nuovi ingressi. Poi, è decisamente una bugia dire che l’Italia sarebbe uno dei Paesi con più poliziotti in Europa, perché così «si dimostra di non conoscere il contesto». Infatti, in Italia ci sono organizzazioni criminali strutturate e pervasive, come la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta e le mafie foggiane che non hanno paragoni nel resto d’Europa. Potenziare, in questa situazione significa trovare «una strategia che tenga conto dei carichi reali, delle specializzazioni necessarie e del supporto giudiziario e amministrativo, senza il quale l’azione operativa resta monca».
La seconda puntualizzazione riguarda l’accusa di lassismo lanciata alla Magistratura di fronte a scarcerazioni rapide o a misure alternative. Secondo Della Cioppa questa è una lettura sbagliata. In molti casi, infatti, nelle scarcerazioni non c’entra la discrezionalità dei giudici; esse dipendono dall’applicazione delle leggi dello Stato, nate per far fronte all’inadeguatezza del sistema carcerario italiano rispetto agli standard europei. Per questo da noi si sono introdotte le norme “svuota carceri” per ridurre il sovraffollamento, e i giudici sono tenuti ad applicarle. La responsabilità è delle scelte politiche mancate e attribuire alla Magistratura colpe che non ha, osserva Della Cioppa, «indebolisce la fiducia nelle istituzioni e non rafforza la sicurezza».
La terza riguarda il fermo preventivo fino a dodici ore durante le manifestazioni. E’ utile a livello operativo? È la domanda del giornalista. Anche qui l’ex prefetto e questore è assolutamente critico. In primo luogo, i questori, che dovrebbero prendere questa misura, non sono stati interpellati dal governo sull’efficacia di una misura del genere. Poi va detto che la nostra legislazione già prevede il “fermo di identificazione” che ha gli stessi risultati. Infine, questo provvedimento, oltre a rischiare di essere inutile e difficilmente applicabile. Basta fare due conti.
« Se intercetto trenta soggetti violenti – sempre che ci si riesca, con un dispiego di risorse già enorme – li devo condurre in quattro o cinque commissariati o concentrarli in un’unica struttura. Per trattenerli dodici ore servono almeno il doppio degli uomini per la vigilanza, su tre turni: parliamo di circa 180 operatori complessivi. A questi vanno aggiunti quelli necessari per il monitoraggio successivo, il potenziamento dell’intelligence, la gestione di un nuovo fronte sensibile, perché quei luoghi diventano essi stessi obiettivi di protesta. Tutto questo mentre la piazza va comunque gestita, senza alcuna certezza che la manifestazione sia stata realmente privata dei violenti».
Questi conti sono stati fatti da chi ha gestito queste situazioni, e inoltre bisogna sottolineare fermamente che, nell’impiegare i poliziotti, bisogna rispettare determinati parametri, perché i poliziotti «non sono numeri né carne da macello». Chi governa deve «distinguere senza ambiguità chi usa la violenza e chi dissente pacificamente. I manifestanti vanno tutelati due volte: dai violenti e nella loro libertà di protesta. Una misura che rischia di confondere i due piani non aiuta né l’ordine pubblico né la democrazia».
Infine, sullo “scudo penale”, l’ex prefetto nega che esso serva a tutelare le forze dell’ordine. La vera tutela è rendere certa la pena e rapida la giustizia. «Non servono norme teoriche prive di senso pratico, ma un sistema che funzioni, che accerti rapidamente e che non lasci operatori e cittadini sospesi per anni».
Oltre a quella di Della Cioppa desidero menzionare la valutazione dell’ex capo della polizia Franco Gabrielli, che si trova sul quotidiano online “Faro di Roma” . Essa è molto in sintonia con il comunicato del SILP e con la posizione di Della Cioppa, ma sottolinea in modo pressante come il decreto sicurezza sia in larga parte inefficace ma non innocuo, perché, osserva l’articolo «Spinge chiaramente verso una svolta autoritaria nel modo di concepire l’ordine pubblico. Si rafforza che ogni problema sociale sia prima di tutto un problema di polizia, che il dissenso vada contenuto più che ascoltato, che la repressione sia una risposta accettabile – se non auspicabile – al conflitto». Insomma, meno mediazione, più forza; meno diritti, più potere discrezionale dello Stato. Non è un caso se molte misure presenti nel decreto colpiscono tutta una serie di comportamenti che rientrano nello spazio del dissenso democratico e, quindi, anche se non hanno effetti concreti, «contribuiscono a cambiare il clima politico e culturale, spostando l’asse verso un’idea di sicurezza come obbedienza». Alla fine, «Gabrielli, da uomo delle istituzioni, lancia un avvertimento che pesa: la sicurezza non si difende svuotando lo Stato di diritto, perché così si rischia di perdere entrambi».
Annapaola Laldi, già dirigente scolastica, collaboratrice Aduc
