CHIACCHIERE DA BAR: MESSINESI BACIAMO LE MANI ALLA BARACCONATA. COME SIAMO MESSI SUI CONTI CHE NON TORNANO?

Messina al voto. Negli ultimi anni ho smesso di chiedermi se una notizia sia vera o falsa.

Mi chiedo quasi solo: quale narrazione sta vincendo in questo momento? Perché è la narrazione che vince a decidere cosa la maggior parte delle persone finirà per sentire come “reale”.  Non è quasi mai una questione di fatti inventati di sana pianta: è quasi sempre una questione di quali fatti vengono messi al centro della scena e quali lasciati fuori quadro, in penombra.

Basta scegliere l’ordine giusto, l’emozione da agganciare, il dettaglio che fa breccia. Una volta che la storia “prende”, resiste anche quando arrivano pezzi di realtà che non collimano del tutto.

L’ho imparato guardando più la strada che le aule: là fuori, dove le cose succedono senza filtri e senza powerpoint, capisci subito che la Crusca aveva ragione da un pezzo – nel linguaggio politico (e non solo) la narrazione ha preso il sopravvento sull’argomentazione perché crea prima di tutto un’identificazione emotiva, e quell’identificazione pesa infinitamente più di un ragionamento ben fatto.

Non è detto che ogni narrazione sia una bugia.

Molte sono semplicemente una forma. Il problema nasce quando la forma diventa più importante della verifica, quando la storia che “prende” conta più di ciò che è realmente accaduto. Da lì in poi tutto il resto è (purtroppo) applicazione pratica, e gli esempi si contano a migliaia.

Fin qui, tutto chiaro: la narrazione vince quando la realtà è complicata. E a Messina, negli ultimi anni, la narrazione ha corso talmente veloce che i fatti non sono riusciti a starle dietro. Pace, benessere, conti risanati: sembrava quasi un trailer. Poi però, quando ti fermi a guardare davvero, scopri che il film era un altro. Perché insieme alla pace e al benessere, nella confezione c’erano anche il green d’ordinanza, l’ambientalismo prêt-à-porter, le piste ciclabili spuntate come funghi, le isole pedonali a ripetizione, la digitalizzazione a tappeto.

E mentre ci dicevano che Messina sarebbe diventata “una città europea”, qualunque cosa volesse dire, nessuno sembrava più chiedersi se fosse davvero questo ciò di cui la città aveva bisogno — o se fosse solo un altro pezzo della narrazione, lucido, moderno, rassicurante, ma lontano dalla realtà materiale in cui vivono le persone.

Oh sì, la Messina “europea”: quel sogno luccicante venduto con slogan da spot pubblicitario, dove le bici sfrecciano su piste immacolate, i pedoni conquistano isole felici, e tutto è digitale, tracciabile, eco-friendly. Peccato che, sotto il verde patinato, la realtà sia un po’ meno Instagrammabile: strade che sembrano crateri lunari, trasporti pubblici che arrivano quando gli pare (o non arrivano affatto), un’economia che arranca mentre i conti comunali giocano a nascondino con i debiti.

Cateno De Luca e il suo erede Federico Basile hanno trasformato la città in un set cinematografico perfetto: “Risanamento: La Saga”. Il trucco? Partire con le nuove partecipate “pulite come un lenzuolo fresco di bucato”, ereditando solo gli asset gustosi – crediti, contratti, mezzi, infrastrutture – dalle vecchie società marce, mentre i debiti? Quelli, gentilmente scaricati sul bilancio comunale, rateizzati fino al 2033, come un mutuo che non finisce mai.

Immaginate il sipario che si alza nel 2018: De Luca irrompe come il gran maestro del risanamento. Via le vecchie spa inefficienti – Messinambiente, ATM vecchia e compagnia bella – definite “bancomat della politica” (parole sue). Falliscono, liquidano, e zac: i debiti (tipo i 100 milioni di Messinambiente, inclusi 56 milioni dall’ATO3) finiscono nel calderone comunale, da pagare a rate eterne. Ma gli asset positivi? Quelli migrano alle nuove entità immacolate: ATM S.p.A. si prende 15 milioni in autobus e depositi, Messina Servizi Bene Comune incassa crediti e contratti per 20 milioni. Schema classico: “bad company” per i buchi, “good company” per i gioielli. E voilà, De Luca può sventolare “efficienza in house” – assunzioni, stabilizzazioni, servizi operativi – senza il peso immediato dei vecchi scheletri.

Peccato che il tempo, giudice inflessibile, non si lasci ingannare. Dal 2019 in poi, queste nuove creature mostrano le crepe. ATM: utile modesto di 1,5 milioni nel 2023, ma perdite all’orizzonte per il 2025, contributi comunali schizzati da 17 a 29 milioni annui, pignoramenti freschi dall’Agenzia delle Entrate per 7,6 milioni. Messina Servizi Bene Comune: passività residue da 56 milioni, 70 milioni annui pompati dal Comune, 717 dipendenti. Messina Social City: 17 milioni di passività, 50 milioni di sborsi annuali, oltre 1.300 stipendi da coprire. In totale, il Comune riversa 149 milioni l’anno nelle partecipate, con debiti complessivi stimati oltre gli 800 milioni, inclusi i “mine vaganti” che la Corte dei Conti continua a segnalare.

Altro che motori dell’efficienza: idrovore di risorse pubbliche, con costi fissi alle stelle, gestioni non sempre trasparenti e una dipendenza cronica dai trasferimenti comunali che profuma di clientelismo 2.0. Un “bancomat evoluto”: entità proliferate per stringere maglie di controllo politico.

E qui la narrazione ufficiale inizia a scricchiolare. De Luca e Basile ripetono da anni il mantra: «Abbiamo pagato i debiti del passato». Da oltre mezzo miliardo di passività ereditate, dicono, siamo scesi a poche decine di milioni “visibili”. Suona come un trionfo. Peccato che la realtà sia meno eroica: quei debiti non sono spariti, sono stati spostati altrove. I buchi delle vecchie partecipate finiscono in un cassetto chiamato “piano di riequilibrio”, da pagare a rate piccolissime fino al 2033. I rischi più grossi? Nascosti dietro accordi al ribasso o espunti dai fogli ufficiali. Il bilancio sembra più magro, ma il peso resta – solo spostato nel tempo e sulle spalle di chi verrà dopo.

Sotto De Luca il disavanzo passa da 66 milioni (2018) a 116 milioni (2022): 50 milioni in più, una crescita del 76%. Basile raccoglie il testimone e nel rendiconto 2024 certifica un nuovo buco: quasi 80-90 milioni di spese che superano le entrate. Non è un incidente, è il frutto di un sistema che continua a pompare soldi nelle partecipate senza aggredire le inefficienze.

Dove finiscono questi buchi? Non con un assegno grosso oggi: li rateizzano in quote minuscole, aggiungendo interessi nascosti e bloccando risorse per il resto. Mentre il debito vero – consolidato, latente, delle partecipate, dei contenziosi – supera abbondantemente il miliardo.

Non è risanamento: è procrastinazione, una cambiale girata alle generazioni successive. E chi paga il conto nel frattempo? Sempre i messinesi: con la Tari che non scende davvero, i servizi che arrancano e sempre più costosi, un tessuto socio-economico ridotto a brandelli, disoccupazione a due cifre, giovani (e non solo) costretti a lasciare la città, e un costo della vita sempre più alto. Una città che, sotto la patina “europea”, continua a mostrare le crepe.

Poi c’è il Consiglio comunale, che sulla carta dovrebbe essere luogo di confronto e controllo. Sulla carta, appunto. Quando il bilancio è arrivato in aula il 26 febbraio, la fotografia è stata netta: 13 voti favorevoli (tutti maggioranza), 2 contrari, 11 astenuti, una quindicina di assenti. Approvato più per sottrazione che per dibattito. L’astensione è una posizione comoda: non dici sì, non dici no, non ti assumi il peso politico. Una presenza che non incide. E gli assenti? Nessuno ha pubblicato l’elenco, nessuno ha chiesto conto. Il silenzio spiana la strada alla narrazione. Da qui nasce quella che io definisco ”l’oppoFinzione”: non un giudizio sulle persone, ma la descrizione di un comportamento istituzionale. Un’opposizione che critica ma non incide, che parla ma non decide, che protesta ma non si assume il rischio della propria posizione. Una presenza che non diventa azione.

Nel frattempo il dibattito pubblico si riduce a querele incrociate, accuse personali e polemiche quotidiane, mentre programmi e visioni per la città restano comparse dimenticate. E l’amministrazione continua a produrre atti e impegni di spesa anche in fase delicata, programmando fondi per eventi futuri come se la continuità fosse garantita a prescindere. Una corsa contro il tempo che lascia aperta una domanda semplice: chi risponderà di queste scelte, se il quadro politico dovesse cambiare?

Alla fine resta questo: una città raccontata con una storia rassicurante, mentre sotto la superficie i numeri dicono altro. Una città che meriterebbe trasparenza, responsabilità, presenza. Una città che meriterebbe verità, non trailer. Ma finché la narrazione correrà più veloce dei fatti, la realtà resterà un passo indietro. E quando busserà alla porta, non busserà piano.

 

P.S. Basta litigare, svelateci i vostri programmi!

bilgiu