Carcere di Sollicciano. Giustizia e specchi rotti a Firenze

Prima o poi doveva accadere. La situazione del carcere di Sollicciano ha scalato, e scaldato, politica e media e adesso è arrivata proprio in cima, sul Colle più alto: al Palazzo della Corte costituzionale, proprio a fianco della sede della Presidenza della Repubblica.

L’eccezione di costituzionalità sollevata dal Tribunale di sorveglianza di Firenze, in seguito all’iniziativa dei legali di un detenuto, pone domande solo apparentemente retoriche, ma con un profondo senso giuridico, umano e politico. È giusto che un condannato debba scontare la pena in una situazione di degrado e umiliazione, che è esclusa dall’articolo 27 della Costituzione, in un carcere infestato da cimici e roditori e che quando piove si trasforma in un ombrello bucato? E si può differire l’espiazione della pena, o modificarne le modalità, nonostante il Codice penale e l’Ordinamento penitenziario non prevedano questa possibilità motivata dai problemi gravissimi della struttura che deve accoglierlo?

In fondo sono gli stessi princìpi che hanno convinto i giudici della Corte d’Appello di Firenze a non estradare uno straniero verso le carceri greche ritenute inumane. Il verdetto della Corte costituzionale è atteso come un punto di svolta importante. Ma già l’aver sollevato la questione rappresenta una salutare provocazione, perché quel ricorso esprime un giudizio di «cronicità», come l’ha definita il Tribunale di sorveglianza, delle drammatiche condizioni strutturali di Sollicciano che nessuna richiesta, nessuna intimazione e nessuna disposizione è riuscita finora ad evitare.

In questo atto c’è la cronaca di un fallimento annunciato e che a questo punto pare addirittura voluto. Ma contiene anche l’individuazione di chi ha la responsabilità di rimuovere cause ed effetti delle condizioni in cui versa l’istituto la cui denominazione «Nuovo Complesso» suona grottesca: il Ministero della Giustizia. I tentativi di metterci una pezza si sono arenati nelle pastoie burocratiche, nei contenziosi e negli errori di progettazione e di esecuzione. E ora la situazione è diventata, appunto, cronica, come le malattie da cui non si guarisce più e con le quali si tenta di convivere. Sentirselo dire da chi ha l’autorevolezza per farlo, come i giudici di sorveglianza, suona come lo schiaffone che ti risveglia.

Come una doccia fredda (quella calda non sempre c’è in quel carcere) su chi è costretto a viverci e su chi ci lavora, un colpo tale da alimentare la tentazione di gettare la spugna: i primi preferendo anche gesti estremi, i secondi chiedendosi se vale ancora la pena sacrificarsi e prendersi carico di un simile, cronico fardello. Dopo molti mesi di cambi e incertezze, Sollicciano — scansato come la peste negli interpelli di ricerca di chi fosse disponibile a guidarlo — ha adesso una direzione stabile, che sembra voler continuare a provarci. Ma per quanto ancora, di fronte alla sordità di una politica che, in assenza dell’opzione di buttare via la chiave, sembra aver scelto la strada dell’auto consunzione della maggiore struttura penitenziaria fiorentina? Di quel carcere che rappresenta lo specchio irrimediabilmente rotto della città e, forse, anche della giustizia.

(articolo pubblicato  su Corrierefiorentino – Corriere della Sera del 07/03/2026)