Benvenuti nel teatro dell’emergenza siciliana: Schifani: ‘Danni per 740 milioni’. Traduzione: i soldi c’erano, ma serviva un disastro per spenderli

La Sicilia è un’isola. Può sembrare un’ovvietà, ma è un dettaglio che molti dimenticano quando parlano di sviluppo, infrastrutture, sicurezza del territorio. Un’isola significa 1.500 chilometri di coste: spiagge, dune, scogliere, golfi, insenature che valgono miliardi in turismo, biodiversità, identità collettiva. È un patrimonio che dovrebbe essere custodito come una ricchezza strategica. E invece oggi il 77% del litorale siciliano è classificato a rischio erosione (Piano di Assetto Idrogeologico 2021; Dossier Legambiente 2024): 43,6% rischio elevato, 32,9% rischio molto elevato. Dal 2010 al 2023 l’isola ha registrato 154 eventi meteo-idrologici estremi lungo le sue coste, su 816 a livello nazionale. Un dato che da solo basterebbe a raccontare la fragilità del territorio, ma che negli ultimi anni è cresciuto del 14,6%. 

Le mareggiate di questi giorni, spinte dal ciclone Harry, hanno soltanto reso visibile ciò che era già scritto da tempo. La zona jonica – Santa Teresa di Riva, Taormina, Giardini Naxos, Letojanni, Furci Siculo, Scaletta Zanclea – è stata colpita come un unico fronte esposto. La costa tirrenica – Milazzo, le Eolie – non è andata meglio.  Lungomari sventrati da voragini profonde, interi tratti di spiaggia cancellati, lidi e impianti balneari distrutti, infrastrutture rese inutilizzabili o esposte a nuovi cedimenti. Non è un paesaggio post-bellico: è il risultato di un territorio lasciato senza difese.  Le cause non sono misteriose. Non si tratta di “case strappate al mare” o di abusi che, in questi luoghi specifici, non sono la radice del problema. La verità è più semplice e più scomoda: la conformazione naturale di queste coste richiede manutenzione costante, monitoraggio, opere leggere ma continue.

E invece, per anni, l’incuria ha fatto il resto.

Non è stato il mare a invadere l’uomo: è stato l’uomo a lasciare che il mare trovasse un territorio vulnerabile, non protetto, non preparato. Eppure i fondi non mancano. Nel triennio 2023-2025 sono stati programmati 77 milioni di euro regionali per 29 interventi contro il dissesto e l’erosione, 53 milioni dallo Stato per 21 opere urgenti interamente finanziate, e quasi 700 milioni dal Fondo di Sviluppo e Coesione destinati alla messa in sicurezza del territorio (dissesto + erosione costiera). Totale programmato: vicino al miliardo. Sufficiente per proteggere coste, fiumi, infrastrutture e comunità.  Ma l’esecuzione è lenta: al 2025-2026, pagamenti reali spesso tra il 15% e il 30%. Progetti avviati, appalti in corso, ma cantieri veri ancora pochi. Troppo pochi rispetto alla fragilità del territorio e ai danni che ogni mareggiata continua a provocare.

Le ragioni sono strutturali: burocrazia pesante, mancanza di progetti esecutivi pronti, carenza di personale tecnico. E soprattutto vincoli finanziari rigidi: pareggio di bilancio, limiti all’indebitamento, regole UE sul cofinanziamento. È un meccanismo che pochi conoscono: Regione e Comuni devono mettere quote proprie per attivare i fondi europei o statali. Se i bilanci sono in equilibrio precario e il disavanzo va ripianato, quella compartecipazione diventa impossibile. I soldi restano fermi non per mancanza, ma per equilibri contabili che bloccano tutto. E qui arriva il colpo di genio del sistema, degno di una commedia all’italiana se non fosse tragica. Prima del disastro quei fondi – centinaia di milioni – non potevano essere spesi: troppi moduli, troppe firme, troppi equilibri da rispettare, troppa “camurrìa” burocratica e contabile.

Ma ecco il miracolo: non appena arriva l’emergenza, puff!, improvvisamente quei vincoli si allentano, le deroghe fioccano, le procedure accelerate diventano possibili, i commissariamenti sbloccano tutto. I soldi che ieri erano “impossibili da usare” oggi diventano magicamente spendibili, senza troppe storie.

Così oggi, il presidente Schifani, dopo la giunta straordinaria, ha fornito la prima stima ufficiale: i danni del ciclone Harry in Sicilia ammontano a 740 milioni di euro. Una cifra che sfiora da vicino i 700-850 milioni di risorse programmate ma “non spendibili” per dissesto ed erosione costiera (parte del miliardo totale FSC/PR FESR 2021-2027). Ironia amara, quasi grottesca: il conto del disastro è praticamente pari alle somme che, fino a ieri, i vincoli impedivano di usare in prevenzione. Ora sì che si può spendere: perché quando c’è l’emergenza, i conti tornano sempre. Prima no, dopo sì.  Dalle ragioni strutturali emerge un meccanismo che pochi conoscono: l’emergenza non è un incidente, è un modello consolidato.

In Sicilia – e, a ben vedere, in gran parte d’Italia – si privilegia la reazione post-danno (commissariamenti, fondi urgenti, deroghe, appalti rapidi e costosi che non risolvono) alla prevenzione a lungo termine (monitoraggi continui, ripascimenti naturali, progettazione e realizzazione di barriere frangiflutti), perché quest’ultima richiede visione, coordinamento e rischio politico. Così si interviene sempre dopo, riparando ciò che si poteva evitare. Miliardi in danni cumulativi contro decine di milioni in prevenzione programmata. Non è casuale: è sistemico. Perché ripara, ma non protegge. Perché cura i sintomi, ma ignora la causa.

L’emergenza permanente è il segno più evidente di un fallimento: quello di non aver costruito un sistema capace di prevenire. E finché questo modello non verrà superato, ogni mareggiata sarà una resa dei conti con ciò che non si è fatto. Mentre ISPRA e Legambiente 2025 ripetono che l’erosione resta cronica per mancanza di manutenzione continua, il silenzio cala fino al disastro successivo.

Il punto non è accusare qualcuno, ma riconoscere che questo sistema non funziona. Chi governa e chi amministra ha scelto di farlo, viene pagato per farlo, e ha il dovere minimo di proteggere il territorio e le persone. Non è un favore, è una responsabilità umana, politica, amministrativa.

Il mare fa il mare. È l’uomo che deve fare il resto.

Esistono modelli alternativi all’emergenza permanente: semplificazione reale delle procedure, fondi dedicati e non dispersi in capitoli aggregati, più risorse umane per produrre progetti cantierabili in anticipo; la manutenzione continua, le opere leggere integrate, una governance unica che coordini davvero, e un sistema di previsione e adattamento capace di anticipare i rischi invece di inseguirli. Sono modelli semplici, già applicati altrove, e richiedono una sola cosa: la volontà politica di passare dalla reazione alla prevenzione.

Serve passare da “ricostruire dopo” a “proteggere prima”.

C’è una verità che pesa più di tutte, e che nessuno ha il coraggio di dire ad alta voce: non è il denaro a mancare. Il denaro c’è, e ce ne sarebbe abbastanza per proteggere coste, comunità e infrastrutture. Manca qualcos’altro: responsabilità, priorità alle persone sui numeri, coraggio di rompere un sistema che rende l’emergenza comoda per chi decide e tragica per chi subisce. Quando la contabilità prevale sulla sicurezza umana, non è più un problema amministrativo: è un fallimento etico.

La Sicilia merita di più.

Il mare fa il suo mestiere. Tocca a noi fare il nostro.

bilgiu

 

Fonti:

Dati Finanziari (Fondi, Spese, Esecuzione Parziale, Vincoli)

 

Dati Tecnici (Rischio Erosione, Eventi Estremi, Danni)