STORIE E PERSONAGGI DI UN PAESE DIVISO

Forse la città italiana che rappresenta maggiormente una certa predisposizione alla divisione dell’Italia, è Firenze, almeno per lunghi periodi storici, in particolare del 1494-98. Paolo Mieli, nel libro “I conti con la storia”, al capitolo: “Machiavelli a lezione da Savonarola”, racconta i risvolti politici religiosi, avvalendosi come al solito di diversi studi di insigni storici. I fiorentini si divisero sulla figura di Savonarola, ma anche su Machiavelli. Giuseppe Prezzolini, nel suo libro su Nicolò Machiavelli, dà conto del “confusionismo dello spirito fiorentino di quel momento”, Machiavelli con disprezzo bolla i seguaci di Savonarola come dei “profeti disarmati”. E’ bella l’immagine che traccia Prezzolini di Machiavelli: “A noi par di vederlo in fondo alla navata della chiesa di San Marco, ritto, studiando col commento del suo risolino il profilo del Frate che dall’alto della cattedra andava minacciando preti e tiranni, donne allegre e dottori, e gli avversari suoi delle vendette del Cielo, volendo tirare il mondo indietro di secoli”.
In pratica per Prezzolini,“Savonarola era il Medio Evo, Machiavelli era il tempo moderno[…]Savonarola aspettava tutto da Dio, Machiavelli tutto dall’uomo”. Invece per Federico Chabod, Savonarola rappresenta il “profeta disarmato”, sostanzialmente,“il frate è per Machiavelli, un arrivista, diremmo noi, un furbo capopartito che si vale della religione per conseguire i suoi fini ben precisi[…]”.
La condanna a morte del Regno delle due Sicilie.
Mieli, ci racconta come è stato conquistato il Regno napoletano. In pratica Ferdinando II, nel 1834, firmò (inconsapevolmente) la condanna a morte del suo regno. In quell’anno, nel pieno della “prima guerra carlista” (1833-1840), per la successione a Ferdinando VII sul trono iberico, rifiutò di schierarsi a favore di Isabella II contro Carlo Maria Isidro di Borbone-Spagna. Per la precisione dalla parte di Isabella, erano scese in campo Francia e Inghilterra. Questo rifiuto per Londra è stato visto come “il desiderio del Regno delle due Sicilie di elevarsi, affrancandosi da antiche subalternità, al rango di medio-grande potenza”. Da questo momento secondo Mieli, l’Inghilterra,“iniziò a tramare per destabilizzarlo. La storia di questa trama è stata raccontata da un importante libro di Eugenio Di Rienzo, Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee. 1830-1861”.
Unità si. Risorgimento no.
Argomentare in un certo modo sulla conquista del regno borbonico, per certa storiografia, quella ufficiale, per intenderci, quella dei cosiddetti “pasdaram” del risorgimento italiano, si rischia di passare come dei nostalgici di Francesco II, che raccontano storie affettuose dove si tessono biografie di persone care e venerate. Ma non è così, soprattutto se abbiamo seguito i convegni che ha organizzato Alleanza Cattolica, in occasione del 150° anniversario dell’unità d’Italia. Il titolo dei convegni e poi del documento di presentazione era “Unità si, Risorgimento No”. L’intento è e resta quello di raccontare la verità storica con documenti alla mano. E mi rivolgo a quei commenti pregiudiziali non certo benevoli che ho ricevuto qualche mese fa su Storiainrete.com in merito ad una mia recensione al libro di Vito Tanzi, “Italica. Costi e conseguenze dell’unificazione d’Italia”, Grantorino libri” (2012).
La forzata unità contro la volontà del popolo meridionale.
Dunque scrive Di Rienzo:“chi ha scelto la professione di storico, non si può chiedere di ‘non ricordare che l’unione politica del Sud al resto d’Italia avvenne senza il consenso ma anzi contro la volontà della maggioranza delle popolazioni meridionali”. Pertanto sempre secondo Di Rienzo,”non lo si può esortare a ‘passare sotto silenzio come quell’unione che per vari decenni successivi al 1861 non fu davvero mai ‘unità’, sia stata, in primo luogo, il risultato di un complesso e non trasparente intrigo internazionale in cui la potenza preponderante sullo scacchiere mediterraneo contribuì a porre fine, una volta per tutte, alle velleità di autonomia del più grande ‘Piccolo Stato’ della Penisola , giustificando una delle prime e più gravi violazioni del diritto pubblico della storia contemporanea”. Che l’Inghilterra nei confronti del Regno delle due Sicilie, abbia gravemente violato il diritto internazionale, ormai è un fatto che ogni storico degno di questo nome ammette senza problemi.
Paolo Mieli nel capitolo cita le famose lettere di Gladstone a lord Aberdeen, che volevano dare conto delle carceri borboniche e sul trattamento dei prigionieri nel quale il regime di Ferdinando II veniva definito alla stregua di una “negazione di Dio”. Vedremo poi successivamente come il politico inglese ritratterà tutto, dicendo che non aveva mai visto un carcere borbonico. Comunque sia l’Inghilterra con Palmerston e Gladstone fecero di tutto per infangare a livello internazionale il governo del Re “bomba”. In pratica,“tutto era lecito contro di lui”. “E’ un fatto che in quegli anni il Regno di Napoli fu sottoposto a una sorta di apartheid internazionale”. Prima della cosiddetta spedizione dei Mille, il 28 giugno 1857 ci fu la spedizione a Sapri di Carlo Pisacane: “un tentativo insurrezionale che – per l’ostilità dell’esercito ma anche del popolo – fallì e fu represso con durezza”. In pratica la spedizione di Pisacane, era simile a tante altre, come quelle dei fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, sempre organizzate da Mazzini, che mandava i suoi allo sbaraglio facendogli intendere che aveva in Italia, tra i cinquanta e i sessantamila affiliati, peraltro del tutto inesistenti.
Mazzini tento l’insurrezione perfino della sua città Genova, che come osservò Rosario Romeo, era l’unico governo libero della penisola.“Mazzini, osservò Carlo Cattaneo, ‘reputava vittorie anche le sconfitte, purchè si combattesse”. Peccato, aggiungeva, che la sua ‘dottrina del martirio’ fosse fondata sulla ostinazione di sacrificare li uomini coraggiosi a progetti intempestivi e assurdi”. Il fondatore della Giovine Italia ricorda molto Gabriele D’Annunzio e tutti quei generali della Grande guerra che mandavano a morire i poveri giovani soldati italiani, sul Carso, per poi guadagnare sei metri di terreno.
L’Inghilterra e la camorra dietro all’impresa piratesca di Garibaldi.
Ritorniamo alla conquista del Sud. “Londra sarà in prima fila a sostenere, nel 1860, l’impresa dei Mille”. “Il Regno Unito, – scrisse lord Malmesbury, ministro degli Esteri inglese nelle sue memorie – “si sentiva autorizzato a servirsi della spada e dell’intuito del grande bucaniere Giuseppe Garibaldi contro i suoi nemici, come nel passato aveva utilizzato Drake e Raleigh che giustamente gli spagnoli chiamavano pirati”. Di Rienzo lamenta l’immotivato accantonamento da parte della storiografia ufficiale del supporto britannico alla cosiddetta “liberazione del Mezzogiorno”. Eppure c’è una gran mole di documenti che mostrano la plausibilità di questa interpretazione. Scrive Mieli: “c’è la documentazione dell’aiuto inglese al viaggio e all’impresa di Garibaldi in Sicilia. Ma ci sono anche le prove della consapevolezza inglese dell’alleanza tra la malavita napoletana e gli insorti, evidenze che già si intravedevano nella Storia della Camorra di Francesco Barbagallo”.
Il 31 luglio 1860, il diplomatico inglese Henry George Elliot informa il Foreign Office “che numerose bande camorristiche erano pronte a scendere in campo per contrastare, armi alla mano, la mobilitazione dei popolani rimasti fedeli alla dinastia borbonica, per presidiare il porto in modo da facilitare uno sbarco delle truppe piemontesi e per controllare le vie di accesso a Napoli al fine di rendere possibile l’ingresso dei volontari di Garibaldi”. Peraltro ancora Londra sapeva tutto di quel Liborio Romano, già primo ministro del Regno, che assoldò quei malavitosi “liberali” di cui ha scritto Nico Perrone in“L’inventore del trasformismo. Liborio Romano, strumento di Cavour per la conquista di Napoli”.
Anche Paolo Mieli cita Massimo d’Azeglio, sulla domanda da un milione, com’è possibile che centinaia di soldati anomali guidati da un personaggio oltremodo irregolare, quali erano i Mille di Garibaldi, abbiano sopraffatto il più grande esercito italiano dell’epoca, che solo in Sicilia schierava venticinquemila uomini. “Nessuno più di me stima Garibaldi- scriveva d’Azeglio- ma quando s’è vinta un’armata di 60.000 soldati, conquistando un regno di sei milioni di abitanti, colla perdita di otto uomini, si dovrebbe pensare che c’è sotto qualche cosa di non ordinario”.
Mieli si avvale dello studio di Paolo Macry, “Unità a Mezzogiorrno. Come l’Italia ha messo assieme i pezzi”. Il libro polemizza con il mondo accademico che ha indagato solo in parte sul crollo del Regno delle due Sicilie. In particolare il testo si sofferma su certi personaggi che parteciparono all’impresa garibaldina: “uomini primitivi, selvaggi, violenti”, inviati dall’aristocrazia terriera siciliana a dare man forte al generale nizzardo”. L’apporto dell’area delinquenziale si rivela fondamentale all’impresa di Garibaldi. Ci sono le descrizioni anche da parte degli uomini di Garibaldi come Cesare Abba.
Comunque sia Mieli riconosce che“il Mezzogiorno continentale ha iniziato a implodere già due mesi prima, all’indomani del 25 giugno allorchè Francesco II ha avviato, di punto in bianco, una sua rivoluzione”. Secondo Macry, il giovane sovrano addirittura “si travestirà sempre più da patriota risorgimentale”. Non solo ma anche la città, i napoletani si affrettano a travestirsi spudoratamente. I generali si dimettono, “tutte o quasi le personalità più importanti del regime si dicono all’improvviso ‘cavouriane’, persino il conte d’Aquila, zio del sovrano”. Spaventa ironizza su quelli che chiama “i nostri grandi convertiti”. Forse queste vicende dovrebbero indurre a una maggiore autocritica di certo nostalgismo borbonico che ancora si abbandona a delle facili leggende auree. E’ un fato che il Regno è stato tradito dalla stessa élite governativa, che non vedeva l’ora di cambiare casacca, mentre la truppa, e qualche sottufficiale restavano fedeli al re.

Domenico Bonvegna
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