Nicole Petrelli è un’attrice di origine pugliese, nata e cresciuta ad Acquaviva delle Fonti, in provincia di Bari. Inizia il suo percorso formativo durante il liceo, esperienza che la porta a trasferirsi a Roma, dove frequenta il Centro Sperimentale di Cinematografia. Inizia la sua carriera a teatro, prende parte a numerosi videoclip musicali, spot pubblicitari e cortometraggi, e nel 2015 presenta uno speciale su Rai 3 dedicato ai Beatles.
Nel 2021 la vediamo in Che Dio ci aiuti, diretta da Francesco Vicario, nel ruolo di Miriam. Nel 2023 lavora con Raffaele Androsiglio in Effetto Giò e nel 2024 recita in Maschi veri, di Matteo Oleotto e Letizia Lamartire. Da sempre appassionata di ogni forma di espressione artistica, coltiva anche altre due grandi passioni: il canto e la pittura. Studia canto con Giordana Gorla presso la Fonderia delle Arti e si esibisce in locali romani.
Di recente ha intrapreso anche la strada dell’insegnamento nelle scuole, con la speranza che questo percorso possa aiutare i giovani a sviluppare maggiore consapevolezza. Prossimamente la vedremo al cinema nel film Lo Scambio, diretto da Gianclaudio Cappai e nel film “Franco Battiato. Il lungo viaggio” diretto da Renato De Maria.

Nicole, capisco che sto per aprire una scatola cinese: questa è la storia di una storia che contiene una storia. Che contiene la storia di una ragazza, di una figlia, di una artista, di una compagna, di una sognatrice. Il punto è che vorrei guardare nell’ultima scatola: parliamo delle cose che ti sono capitate tra un set e l’altro… Il progetto artistico che ti è rimasto nel cuore?
Ogni progetto ha sempre lasciato un segno dentro di me, è inevitabile quando si lavora col materiale umano. Se proprio devo scegliere, uno spettacolo a cui sono tanto affezionata è Bar Mooda di Angelo Curci. E’ una commedia teatrale a episodi, a tratti grottesca. Ho interpretato una giornalista fascista, omofoba e omosessuale e giocare con lei mi ha divertito tantissimo e spero tanto che venga riproposto. Per quanto riguarda invece il mondo dell’audiovisivo, il progetto che porterò sempre nel cuore, che mi ha cambiata tanto sia dal punto di vista umano che artistico è “Franco Battiato – Il lungo viaggio “di Renato De Maria. Ne sono ancora emotivamente coinvolta e avere l’onore di interpretare Giuni Russo, un’icona così impressa nell’immaginario collettivo, all’interno di un progetto che racconta la vita del Maestro Battiato, è stata la sfida più grande per me fino a ora, oltre a essere un lavoro di grande responsabilità. Ne sono infinitamente grata.
E’ una questione di equilibrio avere il coraggio di cambiare, di rompere, ma senza tradire il proprio Dna. Seguire la propria strada, guidati dalla creatività, senza scendere a compromessi o l’arte è sempre imprevedibile?
Credo che per qualsiasi artista sia fondamentale trovare un equilibrio tra il desiderio di cambiare e la necessità di restare fedeli a sé stessi. Crescere significa sperimentare, mettersi in discussione, attraversare linguaggi e forme diverse. Se non lo fai, rischi di restare fermo e di ripeterti. Allo stesso tempo, però, ogni artista ha qualcosa di molto personale che riguarda il modo in cui guarda il mondo, le emozioni che sente più vicine, il tipo di verità che cerca di raccontare. Ma l’arte non segue percorsi lineari. A volte ti porta in direzioni che non avevi immaginato, altre volte ti riporta esattamente al punto di partenza ma con una consapevolezza diversa. Credo che la sfida sia proprio questa, avere il coraggio di cambiare, di rompere gli schemi, di esplorare territori nuovi, ma senza perdere quella voce autentica che rende il proprio lavoro riconoscibile e vero.
Di che cosa sei orgogliosa?
Più che di un risultato preciso, sono orgogliosa della perseveranza. Questo è un mestiere bellissimo ma anche fragile, fatto di attese, di porte che si aprono e si chiudono. Continuare a crederci, continuare a studiare, a cercare, a mettersi in discussione, richiede una certa forza interiore. Se c’è qualcosa di cui sono orgogliosa è proprio il fatto di non aver smesso di provarci.
In una società come la nostra il cinema, la Tv o il teatro quanto hanno da dire a quanti credono e anche a chi non crede, che in fondo al tunnel c’è sempre una luce?
Ho sempre avuto un’idea molto romantica dell’arte e ne sono ancora tanto convinta. L’arte smuove, cura e consola. Credo che il cinema, la televisione e il teatro abbiano ancora una funzione molto importante, raccontare storie che parlano delle nostre fragilità, delle nostre paure e anche delle nostre possibilità. Quando guardiamo una storia sullo schermo o su un palco, in qualche modo ci riconosciamo in quello che accade ai personaggi. Non si tratta necessariamente di dare risposte o di offrire soluzioni semplici, ma di ricordare che ogni esperienza umana, anche la più difficile, fa parte di un percorso. Le storie servono proprio a questo, a farci sentire meno soli, a mostrarci che altri attraversano lo stesso nostro buio. Per questo penso che il cinema e il teatro possano davvero parlare sia a chi crede, sia a chi è più scettico. Non promettono miracoli, ma ci ricordano che la vita è fatta di trasformazioni continue. E spesso, anche quando sembra che tutto sia irrisolvibile, da qualche parte c’è una piccola porta si apre.

Curiosando sulla tua pagina d’attrice ho letto che hai fatto teatro, cinema, televisione e spot: vivere d’arte costringe ad attrezzarsi per campare o è un modo per tenersi attiva?
Vivere d’arte sarebbe il sogno di tutti gli attori, ma vivere d’arte significa anche navigare nell’incertezza e quindi sì, tocca attrezzarsi per campare. E’ un mestiere che richiede sacrificio ma comporta anche e una continua ricerca di senso, bellezza e crescita personale. Tenersi attivi è indispensabile, sia per non sprofondare nel vuoto sia perché ogni esperienza, ogni lavoro, anche il più lontano mi hanno permesso di crescere e alimentare il mio lato artistico oltre che umano.
L’importanza di non sprecare il tempo e di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo aiuta ad accettare i propri limiti. Potremmo dire che sei la risposta vivente per tutti quelli che hanno grandi sogni e che li inseguono con tanta energia… Come si fa a migliorare?
Non mi ritengo assolutamente la risposta vivente, non ho un insegnamento bello e impacchettato. Sto ancora imparando a migliorare. Penso che sia un percorso che non avrà mai fine, non ho una risposta al “come si fa”. Ho imparato con gli anni e con l’esperienza a dare senso a tutto quello che mi accade, a trarre beneficio da qualsiasi cosa, qualsiasi lavoro, qualsiasi incontro e anche e soprattutto da qualsiasi fallimento. Ognuno con un grande sogno da realizzare ha qualcosa dentro che lo smuove, un motore. Ho imparato a dare ragione a quel motore e a metterlo sopra qualsiasi altra cosa.
Credo che migliorare significhi prima di tutto restare curiosi. Studiare, osservare gli altri, leggere, viaggiare, ascoltare. Ma anche accettare di non essere perfetti. I limiti fanno parte del percorso di crescita e spesso sono proprio quelli a spingerci oltre e a non restare immobili.
Il miglior consiglio che hai ricevuto?
Di non avere fretta. In un mondo che corre velocissimo, spesso ci si dimentica che certi percorsi richiedono tempo, esperienza, maturazione. Imparare ad avere pazienza con sè stessi è fondamentale.
In ogni vicenda umana c’è un prima e un dopo: nella vita reale cosa ha per te rappresentato il prima e il dopo?
Non vorrei essere banale, ma per me il grande salto nel vuoto è stato quando ho lasciato l’università e mi sono trasferita a Roma. Mi ero iscritta alla facoltà di Architettura che per quanto mi piacesse, era molto impegnativa e mi aveva costretta ad interrompere il corso di teatro che frequentavo. In quel momento mi sono trovata difronte ad una scelta difficile da prendere. Non è stato facile per me interrompere gli studi, mi piaceva molto studiare, ma l’ammissione al Centro Sperimentale di Cinematografia, scuola che mi ha formata come attrice, prevede un limite di età. Se avessi finito l’università sarebbe stato troppo tardi, e quindi la scelta in quel momento di mollare tutto e partire per Roma è stata inevitabile.
Questa è l’epoca in cui ci si nutre di immagini e cliché: lo trovi onesto che un povero Cristo debba fare i conti che un giorno abbia un like e l’altro no?
I social sono uno strumento molto potente e, come tutti gli strumenti, dipende da come vengono utilizzati. E’ vero, Il like è diventato una forma immediata di approvazione, un piccolo segnale di riconoscimento. È umano esserne influenzati. Tutti, in qualche modo, desideriamo essere visti e riconosciuti. Il problema nasce quando il valore di una persona finisce per essere misurato solo attraverso quei numeri. Sta in ognuno di noi riflettere sul fatto che la nostra identità e il nostro valore non possono e non devono essere ridotti ad una reazione così veloce e superficiale. Allo stesso tempo credo che i social abbiano anche un lato positivo. Permettono a molti artisti e creativi di raccontarsi direttamente, senza filtri, e di creare un rapporto più immediato con il pubblico. È uno spazio complesso, pieno di contraddizioni. Per questo penso che la cosa più importante sia non dimenticare mai che i like siano solo un segnale momentaneo, non una misura della nostra profondità, del nostro talento o del nostro valore umano.
La provocazione: Il ritratto di Dorian Gray è stato sempre letto come il simbolo di una generazione decadente, ammalata di estetismo, che per unica religione aveva quella dell’individuo amorale, raffinato, del dandy. Oggi, nella società di massa anche il narcisismo si è massificato: Forever young. Non pensi che Dorian Gray sarebbe un testimonial perfetto?
E’ vero, esiste questa pressione fortissima sull’immagine, soprattutto nel mondo dei social in cui ci si espone continuamente. In questo senso Dorian Gray potrebbe essere un testimonial perfetto, ma credo che oggi stia accadendo anche qualcosa di diverso e interessante. Proprio i social, che spesso vengono accusati di alimentare il narcisismo, stanno anche aprendo uno spazio nuovo in cui molte persone, e molte donne soprattutto, stanno rivendicando il diritto di invecchiare senza vergogna, mostrando rughe, cambiamenti, segni del tempo come parte naturale della propria storia. È come se stesse emergendo una nuova visione, non più l’ossessione di restare eternamente giovani, ma il desiderio di riconciliarsi con il tempo, di accettarlo, normalizzarlo e perfino valorizzarlo.
Pensi che si possa vivere e amare una persona senza conoscerla come accade sui social?
Affatto. I social possono creare connessioni e avvicinare le persone, ma credo che la conoscenza vera abbia bisogno di tempo e di presenza reale. L’amore, come ogni relazione profonda, nasce dall’incontro con l’altro nella sua complessità, nei suoi silenzi, nelle sue contraddizioni. Sono cose che difficilmente possono essere sostituite da uno schermo.
Nella tua vita hai sempre seguito l’amore o l’istinto? Sei riuscita a raccogliere tutti i tuoi desideri?
Probabilmente ho seguito soprattutto l’istinto, che spesso è una forma molto sincera di ascolto di se stessi. Non tutti i desideri si realizzano nel modo in cui li immaginiamo, ma il percorso che facciamo nel tentativo di raggiungerli è già parte importante della nostra crescita. Credo che la cosa più preziosa sia continuare ad averne di desideri.
Dove ti piacerebbe arrivare come donna e come artista?
Non penso molto all’idea di “arrivare”, perché questo è un mestiere in cui in realtà si ricomincia sempre da capo. Ogni progetto ti rimette in discussione e ti costringe a cercare qualcosa di nuovo dentro di te. Mi auguro come donna e come attrice di riuscire a mantenere sempre vivo quel motore di cui parlavo prima, di accogliere le sfide senza paura e di non perdere il coraggio e la voglia di mettermi continuamente in gioco.






