Gaia sui mezzi. Storie di milanesi in movimento: La commedia all’italiana è finita quando i registi hanno smesso di prendere l’autobus

Gaia sui mezzi. Storie di milanesi in movimento di Gaia Grassi: Il libro è uno spaccato della Milano che si muove: conversazioni rubate, gesti minimi, scene quotidiane che durano il tempo di una fermata ma riescono a raccontare molto di più. I passeggeri diventano personaggi di un cinema urbano fatto di ironia, empatia e riconoscimento reciproco. Nulla è inventato: dialoghi, situazioni e dettagli sono stati annotati nel corso di quindici anni di viaggi, tra il 2010 e il 2025.

Dopo un incidente che la costringe a rallentare, Gaia Grassi riscopre Milano a piedi e sui mezzi pubblici. Da questa esperienza nasce Gaia sui mezzi. Storie di milanesi in movimento, una raccolta di microracconti reali ambientati su tram, autobus e metropolitane, osservatori privilegiati di una città in perenne corsa.

Ci manca, da sempre, la fiducia nei mezzi di trasporto pubblico – detto tra noi – un formidabile veicolo di molestie e inadeguato come segnalatore di sciagure imminenti, nel rapporto tra istituzioni e cittadini. Gaia, il tuo racconto è uno spaccato della Milano che si muove: conversazioni rubate, gesti minimi, scene quotidiane che durano il tempo di una fermata. Domandona alla Marzullo: si tratta di una topografia comunale dell’anima o un piano regolatore dei sentimenti?

Direi che non è né un atto d’accusa né una mappa urbanistica in senso stretto. I mezzi pubblici, nel libro, sono uno spazio intermedio: non casa, non lavoro, non intimità dichiarata. Sono luoghi dove la fiducia non manca, anzi, ma è sospesa; proprio per questo le persone si rivelano senza difese. Se devo scegliere, allora sì: è più una topografia dell’anima che un piano regolatore dei sentimenti. Non organizza, non governa, non mette ordine, bensì registra, annota ciò che affiora quando siamo in movimento e non stiamo “rappresentando” nulla. Milano scorre fuori dai finestrini, ma quello che mi interessa è ciò che accade dentro: piccoli cedimenti, attese, frizioni, gesti minimi che durano una o poche fermate e però restano. In fondo, sui mezzi pubblici non siamo mai davvero soli, e quasi mai davvero insieme. È lì che, a volte, ci somigliamo di più.

Una, tra le tante espressioni più diffuse, che sia esplicita, o implicita, che sia consapevole o inconsapevole è “Così fan tutte” ampliata di significato (“così fan tutti”) e riferita a tutti noi. Tutti passano con il rosso; tutti parcheggiano in seconda fila, anche se non dovrebbero, tutti i politici rubano, ecc.. Quante volte hai dovuto metabolizzare queste sentenze senza appello?

Più che metabolizzarle, ho cercato di osservarle. “Così fan tutti” è una frase che assolve prima ancora di giudicare: toglie peso alle scelte individuali e le scioglie in una nebbia collettiva. È comoda, perché ci protegge dal conflitto, ma è anche pericolosa, perché spegne la responsabilità. Quando mi ci trovo di fronte, mi interessa proprio questo scarto: il momento in cui una regola viene infranta senza eroismo e senza tragedia, per abitudine. Sui mezzi pubblici – come nello spazio civico in generale – queste frasi circolano come il traffico: non fanno rumore, ma determinano il ritmo di tutto. Non credo però che in questi casi “tutti” facciano davvero le stesse cose: credo invece che si raccontino così per non doversi fermare a guardare quando, in realtà, stanno scegliendo. Anche in modo minimo. Anche per una fermata sola.

Milano ogni tanto fa ridere e ogni tanto fa spavento: perché ogni cosa che accade nella Metropoli, in bene o in male, poi si diffonde nel Paese. Per capirci: dalla moda, al lusso, dal cinema fino a Tangentopoli. Battute a parte, noi cittadini abbiamo cercato e ottenuto i capri espiatori di un sistema malato: pur di averli abbiamo anche chiuso un occhio sui metodi usati. Ma il passato non passa in un giorno e, soprattutto, non passa per decreto. Si possono processare i singoli: ma non si possono portare in tribunale la cultura, i caratteri, i vizi di un intero popolo. E devo dire, una volta di più che Leonardo Sciascia aveva predetto il nostro futuro: La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c’è più né sole né luna, c’è la verità. (Leonardo Sciascia, il giorno della civetta). Chi salverà Milano e quindi Noi?

Ogni volta che inizio a leggere un libro vado subito a cercare la citazione che spesso gli scrittori mettono dopo il frontespizio e la dedica e prima del primo capitolo (letteralmente l’esergo o l’epigrafe), perché racconta molto del libro e del suo autore. Quando ho deciso di scrivere Gaia sui mezzi non ho avuto dubbi, avrei usato una citazione di Mario Monicelli: “La commedia all’italiana è finita quando i registi hanno smesso di prendere l’autobus”. Ecco, penso sia anche la risposta perfetta a questa domanda. Sui mezzi siamo un po’ più noi stessi: calano i filtri, perché saliamo su metro, tram e autobus portandoci addosso il nostro microcosmo e risultiamo più veri. Spesso le persone si comportano dimenticandosi di essere in mezzo ad altra gente: parlano al telefono ad alta voce raccontando segreti come se nessun altro ascoltasse, scrivono sui propri telefoni senza proteggere il contenuto da viste altrui, leggono libri e giornali o scrollano gli schermi dei propri device senza schermirsi. Per questo bisogna essere sempre rispettosi e cercare di non disturbare. Ci sono cose che ho visto, che ho ascoltato e di cui ho parlato con alcuni passeggeri, che non ho voluto riportare nel libro: in un racconto scrivo proprio di questo.

 

Accanto allo sguardo sulla città, Gaia sui mezzi è anche il racconto di una trasformazione personale. Scrivere sui mezzi diventa per l’autrice una pratica di cura, un esercizio di attenzione e memoria, un modo per attraversare momenti difficili e ritrovare una nuova leggerezza. Milano diventa non solo lo sfondo, ma un organismo vivo, fatto di voci, rumori, musiche e incontri inattesi. Questo libro è anche una storia femminile: a mente fredda, quante cose hai scoperto di te stessa che non sapevi?

Un’infinità e non ho ancora finito di farlo. Sui mezzi ogni volta si impara qualcosa di sé perché si interagisce con qualcuno di nuovo. E poi quello che ho risposto nella domanda precedente vale anche per me: anche io salgo sui mezzi trascinando il mio microcosmo. Per deformazione professionale osservo sempre molto, ma sui mezzi pubblici lo faccio in modo differente, perché mi dà la possibilità di conoscere e sperimentare l’altro da me. Sui mezzi ci si immerge in un mondo in costante movimento costruito dalle persone che vi vivono per un momento circoscritto, mentre si spostano da un luogo all’altro, e che nel frattempo vi riversano pezzi di sé. Un universo, quindi, fatto di storie e parole che anche io ho contribuito a costruire, in quanto passeggera, e che ho cercato di descrivere in questi racconti. Alcuni brevissimi, altri più lunghi, ma tutti reali.

Organizzati in cinque sezioni tematiche: Conversazioni rubate, Istantanee, Amore, Riflessioni, Quattro chiacchiere con, i racconti possono essere letti in ordine o sparso, come accade nella vita urbana. A completare l’esperienza, una playlist musicale – disponibile anche sulle principali piattaforme di streaming (#gaiasuimezzi) – accompagna la lettura, rafforzando il legame tra scrittura, ritmo e movimento. Come ti è venuta questa ispirazione?

La musica è da sempre una mia fedele compagna di vita: un tempo avevo cassette, poi colonne sonore e oggi playlist per ogni momento, clou e non. Quando cammino per strada o vado sui mezzi l’ascolto sempre, e uso rigorosamente auricolari con filo perché un orecchio deve essere pronto a captare suoni, rumori e parole. Quindi è stato automatico per me, alla fine delle storie in questione, segnare quale canzone stessi ascoltando in quel momento o, in altri casi, quale brano l’episodio vissuto mi avesse fatto venire in mente; in altri casi ancora è stato divertente notare come alcuni pezzi siano partiti al momento giusto, risaltando quell’istante come perfette colonne sonore (e lo sottolineo proprio nel racconto). E così è nata la playlist #gaiasuimezzi – 92 brani per oltre 6 ore di musica – che si trova in fondo al libro e sulle principali piattaforme di streaming musicale.

Chiudiamo con una bellissima suggestione: Gaia sui mezzi è un omaggio alla lentezza possibile dentro la velocità, alla bellezza che emerge quando ci si ferma ad ascoltare. Un libro che invita a guardare davvero chi ci sta accanto, anche solo per il tempo di un viaggio… Abbiamo tanto bisogno di buoni esempi: una speranza che dovremmo far nostra?

Più che un invito o un esempio, lo penserei come un esercizio. La lentezza non è una scelta eroica, è spesso una condizione data: sui mezzi non decidiamo noi il ritmo, ci adattiamo. Ed è proprio lì che, a volte, diventa possibile ascoltare. Non credo molto nelle speranze generiche – che come cantavano i Litfiba “chi visse sperando morì non si può dire” –, credo invece nei gesti minimi che non fanno notizia: uno sguardo che si alza dal telefono, una presenza che si accorge dell’altra senza appropriarsene. Se il libro suggerisce qualcosa, è forse questo: non servono grandi slanci, basta restare un po’ più attenti. Quindi, prendete i mezzi, osservando e ascoltando: ne uscirete arricchiti.

Bio

Gaia Grassi nasce a Milano nel 1975. Giornalista professionista dal 2003, ha lavorato per periodici e testate nazionali, occupandosi di cultura, attualità e comunicazione. Ha coordinato redazioni, fondato lo Studio Giornaliste BonnePresse e collabora con il mondo della formazione e del podcasting. Appassionata di radio, conduce programmi per Radio Popolare e Radio 24. Ama osservare, ascoltare e raccontare, parlando solo di ciò che conosce.

 

La fotografia di Gaia sulle M2_@Federico Gaudimundo; mentre quella di  Gaia sul Tram 1_©Alessandro Zambianchi