Come criminologa Barbara Fabbroni affronta i casi più attuali del panorama della cronaca nera, dei cold case, dei delitti efferati, dei femminicidi, come: il caso Garlasco, Nada Cella, la Strage di Erba, l’omicidio di Yara Gambirasio solo per citarne alcuni. Offre una rilettura attenta della scena del crimine e delle dinamiche psicologiche che avrebbero portato all’azione omicidiaria.
Come psicologa e psicoterapeuta, ha una lunga esperienza clinica, nel trattamento delle dipendenze affettive e delle psicopatologie di coppia. Autrice di riflessioni critiche sui processi mediatici, affronta i temi con l’autorevolezza di chi conosce le carte e le fragilità umane. Combina la formazione in Analisi Transazionale in una capacità comunicativa empatica, ideale per sensibilizzare il pubblico sui suoi approfondimenti.

Barbara Fabbroni, se l’uomo continua ad avere un atteggiamento oppressivo, ossessivo e violento, perché la donna fatica ad uscire da questa sorta di “dipendenza affettiva”?
C’è un punto, in queste relazioni, in cui la donna non resta perché non capisce… ma perché è stata lentamente disabituata a fidarsi di sé.
All’inizio c’è amore, o qualcosa che gli somiglia. Poi arrivano le prime ferite. Ma non sono continue: si alternano a momenti in cui lui torna dolce, presente, quasi salvifico. Ed è proprio questa alternanza che crea il legame: dolore e sollievo si intrecciano, fino a diventare una dipendenza.
Intanto, lei cambia.
Si ridimensiona, si colpevolizza, perde pezzi di sé.
E quando pensa di andare via, non sente solo il bisogno di scappare… ma anche la paura del vuoto, della solitudine, e spesso di una violenza che potrebbe peggiorare.
Per questo resta.
Non per debolezza, ma perché è intrappolata in un legame che ha confuso amore, paura e sopravvivenza.
Perché le donne fanno fatica a parlare, a denunciare?
Le donne fanno fatica a parlare e denunciare perché il silenzio non è una scelta semplice, ma il risultato di più forze che agiscono insieme.
C’è la paura di ritorsioni e di una violenza che può peggiorare.
C’è la vergogna, che le fa sentire colpevoli.
C’è la solitudine, spesso creata dall’isolamento imposto dal partner.
E c’è la confusione emotiva, perché chi ferisce è anche chi, a volte, sembra amare.
Ma soprattutto c’è la perdita di fiducia in sé: quando per tanto tempo qualcuno ti svaluta, inizi a dubitare della tua stessa voce.
Per questo non parlano.
Non perché non capiscano, ma perché sono state portate a non sentirsi più credibili, neppure ai propri occhi.

Sopravvivenza è una parola che le risuona?
Sì, profondamente.
Per molte donne in queste relazioni, non si tratta più di amore… ma di sopravvivenza.
Ogni gesto, ogni silenzio, ogni scelta è orientata a evitare il conflitto, a ridurre il rischio, a “tenere buono” l’altro.
Non vivono: gestiscono il pericolo.
Si adattano, anticipano, si proteggono come possono.
E in questo stato, parlare o denunciare non è percepito come una liberazione immediata, ma come un possibile aumento del rischio.
Per questo la parola “sopravvivenza” risuona così forte: perché descrive esattamente la loro realtà quotidiana.
Spesso si dice: un tempo non era così. Corrisponde al vero? L’escalation di femminicidi è un fatto reale, o in passato succedeva comunque e se ne parlava poco?
C’è una differenza, ma non è quella che spesso immaginiamo.
La violenza contro le donne non è aumentata all’improvviso: è sempre esistita.
Solo che un tempo restava dentro le case, coperta dal silenzio, dalla vergogna, da una cultura che la considerava quasi “normale”.
Oggi, invece, la vediamo.
Se ne parla, si denuncia, si racconta.
E questo dà l’impressione che sia di più.
In realtà, ciò che è cambiato davvero è lo sguardo: non siamo davanti a una violenza nuova,
ma a una violenza che finalmente non riusciamo più a ignorare.

Ogni donna deve essere sovrana delle sue mille anime e del suo stesso corpo, e ancor più deve difendere e far riconoscere i propri confini. Come si fa a non ricadere in trappola e come è possibile una rinascita?
Per non ricadere in trappola non basta “stare attente agli altri”, ma ritornare a sé.
Significa imparare a riconoscere subito ciò che ferisce, anche quando è sottile, e avere il coraggio di dire no senza sentirsi in colpa. I confini nascono lì.
La rinascita, invece, è uno spostamento interiore: non chiedersi più “sarò abbastanza per essere amata?” ma “questa relazione è giusta per me?”
È così che una donna diventa davvero sovrana: quando smette di adattarsi… e inizia a scegliersi.
Come è possibile riconoscere i segni della violenza, anche quando non sono visibili?
Riconoscere la violenza invisibile significa imparare ad ascoltare ciò che si prova, prima ancora di ciò che si vede. Non sempre lascia lividi, ma lascia segni dentro. È violenza quando ti senti spesso sminuita, anche con ironia.
Quando inizi a giustificarti continuamente. Quando hai paura delle sue reazioni e misuri ogni parola. Quando lui controlla, decide, isola… e lo chiama amore. Quando, poco a poco, ti senti meno te stessa.
Il segnale più profondo è questo: non ti senti libera.
Ecco il punto. La violenza invisibile non si riconosce da ciò che lui fa… ma da ciò che tu, dentro, smetti di essere.

Lo stalker è una persona, uomo o donna, di qualunque età che metta in atto comportamenti persecutori nei confronti di una seconda persona: cosa pensa di chi vive sulle vite degli altri?
Chi vive sulle vite degli altri, come uno stalker, non sta davvero “amando” o “interessandosi”: sta occupando uno spazio che non gli appartiene.
Dentro, spesso, non c’è forza… ma fragilità.
C’è un bisogno profondo di controllo, perché senza controllo arriva l’angoscia. C’è una difficoltà ad accettare il rifiuto, vissuto come una ferita narcisistica intollerabile. C’è una confusione tra amore e possesso: “se non sei mia, non sei di nessuno”.
Lo stalker non vede davvero l’altro come persona autonoma, ma come estensione di sé, qualcosa che deve rispondere ai propri bisogni. E così “vive sulla vita degli altri” perché non riesce a stare nella propria: non tollera il vuoto, la perdita, la separazione.
Ma questo non giustifica, chiaramente, il comportamento. Lo spiega. Perché alla base non c’è amore, c’è una relazione distorta con il limite, con il rifiuto… e con la libertà dell’altro.

A che cosa bisogna pensare quando una persona vuol trovare nella sua mente un luogo sicuro?
Quando una persona cerca un luogo sicuro nella propria mente, non sta fuggendo dalla realtà… sta cercando un posto in cui potersi ritrovare.
È uno spazio interiore fatto di immagini, ricordi, sensazioni che trasmettono calma:
un luogo conosciuto, una voce rassicurante, un momento in cui ci si è sentiti al sicuro.
Non è evasione, è regolazione emotiva.
È il modo con cui la mente dice: “qui posso respirare, qui non devo difendermi”. Pensare a un luogo sicuro significa allenare una risorsa fondamentale: la capacità di proteggersi anche dall’interno, quando fuori è troppo.
E, nel tempo, quel luogo diventa qualcosa di più: non solo un rifugio… ma una base da cui ripartire.
Come si riesce a restare immuni nonostante quello che vede?
Non si resta davvero “immuni”. E forse non è nemmeno l’obiettivo giusto.
Chi vede il dolore, la violenza, l’ingiustizia… se restasse totalmente immune, smetterebbe anche di sentire. E sentire è ciò che ci rende umani.
La chiave non è diventare impermeabili, ma non lasciarsi travolgere. Significa creare una distanza sana: vedere, comprendere, ma non assorbire tutto.
Restare in contatto con ciò che accade, senza perdere il proprio centro.
Aiuta avere confini interiori chiari, momenti di decompressione, spazi in cui tornare a sé.
E ricordarsi che non tutto ci appartiene. Non è immunità. È equilibrio. È la capacità di attraversare ciò che fa male… senza diventarlo.
