Potenti e miserabili: il denaro come dannazione

Il desiderio di arricchirsi oltre ogni limite, senza alcuno scrupolo di danneggiare gli altri, appare un sentimento antico come la storia. Vale per i potenti del mondo – che vogliono conquistare con la forza nuovi territori – come per le persone più comuni, che si fanno beffe delle minime norme di sicurezza nel proprio bar per incassare più soldi.

La cosa si studia da tempo, ma i rimedi sono stati scarsi. Il filosofo greco Aristotele distingue l’oikonomia (buona amministrazione della casa e della polis, orientata al soddisfacimento dei bisogni necessari) dalla crematistica, il procacciamento di beni e denaro. Quest’ultima, nella sua forma orientata all’accumulo illimitato di denaro era considerata un’attività innaturale e moralmente sospetta.

Nella oikonomia, la ricchezza è un mezzo per vivere bene e virtuosamente; nella crematistica la ricchezza diventa un fine in sé. Il filosofo distingueva anche una crematistica “naturale” e una “innaturale. La prima mira a procurare le risorse indispensabili alla vita e rientra legittimamente nell’economia domestica e civile, la seconda aspira invece all’aumento indefinito delle ricchezze (soprattutto denaro), trasformando il mezzo in fine e sganciando l’attività economica da ogni limite etico e politico.

L’accumulazione di denaro per sé stessa, tipica del commercio speculativo e dell’usura (denaro che genera denaro), è per Aristotele contro natura perché non produce beni realmente utili ma solo ricchezza artificiale.

Questa dinamica, priva di un fine umano e politico, corrompe l’ordine della polis: quando il fine della vita associata diventa l’arricchimento illimitato, si sovverte il primato delle azioni nobili e virtuose a favore del solo profitto.

Poiché politica ed etica sono inseparabili in Aristotele, una comunità che assume la logica crematistica illimitata come criterio guida compromette le condizioni stesse della buona vita in comune. La ricchezza deve quindi avere un limite “naturale”, legato ai bisogni della vita buona; oltre tale limite, l’accumulazione diventa disumanizzante e mina sia la giustizia distributiva sia la stabilità della polis.

La parola – usata oggi soprattutto in circoli specializzati – è composta da chrema (oggetto, cosa) e tike (tecnica), indica la tecnica di usare cose e oggetti. La cosa posseduta è diventata un bene, una proprietà, quindi una ricchezza e infine semplicemente denaro, come la forma più astratta e universale di ricchezza. L’accumulazione di denaro per un fine buono o uno cattivo pone la questione del limite da dare all’accumulo di ricchezze.

Basterebbe anche un solo morto procurato da chi si vuole arricchire senza badare alle regole per definire tale limite, ampiamente superato nel caso sia di potenti del mondo che di miserabili imprenditori svizzeri.

 

Gian Luigi Corinto, docente di Geografia e Marketing agroalimentare Università di Macerata, collaboratore Aduc