Ma vi siete mai chiesti davvero perché paghiamo il gas così tanto? Non la risposta da bar – la guerra, le sanzioni, il mercato impazzito – quelle sono comode, fanno scena, ma spiegano poco. Parlo della domanda vera, quella che ti colpisce quando apri la bolletta e senti che qualcosa non torna, qualcosa che nessuno spiega perché, in fondo, non conviene spiegarlo. A un certo punto ho deciso di farmela sul serio. Ne sono nate due domande semplici in apparenza, ma per niente retoriche: Perché le bollette del gas (e dell’energia elettrica, dell’acqua, di tutto ciò che passa dentro una rete) in Italia sono così care?
No, la guerra e le sanzioni c’entrano poco o niente. Sono un ottimo paravento, ma non la causa strutturale.
Come fa Italgas – che prima del Covid fatturava utili netti intorno ai 300-350 milioni di euro – ad arrivare oggi a risultati molto più alti (con l’acquisizione di 2i Rete Gas e il consolidamento, l’utile netto adjusted ha superato i 500 milioni nel 2024 e cresce ulteriormente nel 2025), con proiezioni che puntano a numeri record nei prossimi anni? E soprattutto: come fa a essere considerata uno degli investimenti più sicuri al mondo, una cassaforte che rende più di un titolo di Stato, senza rischiare praticamente nulla?
La risposta non è nascosta in documenti segreti. Non è un complotto. È un’architettura costruita norma dopo norma, delibera dopo delibera. Un sistema che non ha bisogno di cattivi: funziona da solo.
Prima di entrarci, capiamo cos’è davvero Italgas. Nasce pubblica, come quasi tutte le infrastrutture strategiche italiane: lo Stato costruisce la rete con soldi pubblici, la mantiene per decenni. Poi, negli anni delle grandi privatizzazioni, quella rete diventa un asset finanziario. I costi restano in gran parte pubblici (la rete va mantenuta, aggiornata, sostituita), ma i profitti diventano privati, distribuiti ad azionisti e fondi.
Italgas non vende gas, non fa mercato, non rischia sul prezzo della materia prima. Trasporta il gas attraverso una rete unica: è un monopolio naturale. Quando un’infrastruttura è indispensabile e senza concorrenti, il suo valore non lo decide il mercato, ma la regolazione.
Ed entra in scena ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente), nata negli anni ’90 per vigilare sui servizi essenziali. In teoria tutela i consumatori, controlla i prezzi, garantisce trasparenza. In pratica stabilisce tariffe, riconosce costi, definisce rendimenti e decide quanto devono guadagnare i gestori. È nata per proteggerci, ma finisce per regolare loro. E c’è un dettaglio che quasi nessuno conosce e che cambia tutto: ARERA non è finanziata dallo Stato, ma dalle stesse aziende che dovrebbe controllare mi ricorda l’EMA della EU).
Ogni anno i gestori di energia, gas, acqua e rifiuti versano un contributo obbligatorio che finanzia l’Autorità.
È tutto legale, tutto regolato, tutto trasparente.
Ma resta un paradosso: il controllore dipende economicamente dai controllati.
E quando il controllore dipende dai controllati, la tutela del cittadino diventa un esercizio di equilibrio, non un mandato pieno.
Il passaggio da pubblico a privato crea un paradosso: la rete resta essenziale, ma il suo rendimento diventa una rendita finanziaria. Le perdite (se ci sono) vengono assorbite dal sistema tariffario; i profitti vanno agli azionisti. È la formula più elegante per spostare ricchezza dal basso verso l’alto senza clamore: socializzare i costi, privatizzare i profitti.
Il meccanismo chiave è il full cost recovery (recupero integrale dei costi): tutto ciò che il gestore spende – operatività, investimenti, inflazione, aumenti dei tassi – viene recuperato in bolletta. Il rischio industriale sparisce: ogni variazione viene trasferita ai consumatori. Non c’è esposizione al mercato, solo un flusso garantito. A questo si aggiunge il WACC (Weighted Average Cost of Capital – costo medio ponderato del capitale), il tasso minimo garantito che spetta al gestore. Se i tassi salgono, sale il WACC; se l’inflazione aumenta, aumenta il WACC. Gli investimenti vengono remunerati, i costi riconosciuti. È un sistema che non conosce perdite: il profitto non è più premio per efficienza o rischio, diventa rendita regolata, indicizzata, stabile. Ecco perché le bollette non scendono davvero quando il prezzo del gas crolla: la materia prima è solo una parte piccola; la quota rete, oneri, adeguamenti, rendimenti è la più grande e segue la regolazione, non il mercato.
Alla fine, togli la patina tecnica e resta una constatazione: la bolletta non è un prezzo di mercato, è un prelievo per garantire stabilità ai gestori e rendite agli azionisti. Il cittadino paga rete, investimenti, inflazione, tassi, oneri, inefficienze, errori, scelte politiche. Paga sempre. Dall’altra parte incassano fondi e azionisti di infrastrutture che non hanno costruito e non rischiano. Questo schema si ripete ovunque: acqua, elettricità, rifiuti, autostrade, trasporti.
Monopolio naturale → privatizzazione → regolazione → rendita → bollette alte.
La “liberalizzazione” ha trasferito il monopolio da pubblico a privato, non ha creato concorrenza: ha creato rendita. Il sistema non è solo inefficiente: è asimmetrico per design. Concentra ricchezza, allarga disuguaglianze, rompe equilibri. Non premia l’efficienza, premia la stabilità. Ogni inefficienza diventa costo riconosciuto, ogni ritardo investimento remunerato. Più il sistema è rigido, più rende – a spese di chi non può scegliere rete o negoziare.
E drena anche potere: se tariffe e rendimenti li decide un algoritmo o un’autorità “indipendente”, alla politica resta poco. Le leve vere sono nelle delibere tecniche, non nei voti. I territori si svuotano: non negoziano, non correggono, subiscono. I cittadini diventano finanziatori obbligati di rendite private.
Il modello non è riformabile dall’interno: ogni tentativo di ridurre rendite è “rischio per gli investimenti”, ogni riduzione tariffe è “pericolo per la stabilità”. Si difende da solo. Ma il vero capolavoro è culturale: ha convinto tutti che non c’è alternativa, che “così funziona il mondo”, che “le regole europee lo impongono”. Ha trasformato una scelta politica in necessità tecnica, reso invisibile ciò che era deciso, inevitabile ciò che era evitabile.
E arriviamo al punto che nessuno vuole toccare, perché fa crollare la narrazione: un modello così non è inevitabile, non è naturale, non è neutrale. È una scelta. Precisa, fatta in momenti precisi, con conseguenze precise. Presentata come obbligata, come se fosse scritta nelle leggi della fisica e non in quelle della politica. Non esistono modelli inevitabili. Esistono modelli scelti.
E questo – che privatizza profitti, socializza costi, svuota politica, indebolisce territori, trasforma cittadini in finanziatori di rendite private – è stato scelto. Da governi, da tecnocrazie, da chi ha deciso che la sovranità economica fosse un peso, non una responsabilità. Sovranità: parola usata male, svuotata, ridotta a slogan. Invece è semplice: la capacità di decidere come organizzare servizi essenziali, infrastrutture, tariffe, modello economico. Non si rinuncia alla sovranità nazionale senza pagare un prezzo. Quel prezzo è in bolletta, nei territori svuotati, nella politica ridotta a spettatrice, nella ricchezza che defluisce. Rinunciare alla sovranità significa perdere il potere di decidere, di correggere, di proteggere, di dire: «Questo non funziona, ne vogliamo un altro». Tutto diventa inevitabile, tecnico, neutrale, “così è e così deve essere”.
Ma il mondo funziona come lo costruiamo. Se lo costruiamo per drenare ricchezza dal basso verso l’alto, farà quello. Se lo costruiamo per garantire rendite, garantirà rendite. Se escludiamo i cittadini dalle decisioni, li escluderemo. La domanda finale non è più «perché paghiamo tanto?».
È: quando abbiamo smesso di credere di poter decidere?
E soprattutto: quando abbiamo accettato che qualcun altro decidesse al nostro posto, spacciando scelte per necessità tecniche?
La sovranità non è un simbolo. È un argine. Quando lo togli, l’acqua scorre dove vuole.
bilgiu