I ministri delle Finanze di cinque Stati dell’Unione europea – Austria, Germania, Italia, Portogallo e Spagna – hanno inviato una lettera al Commissario al clima, Wopke Hoekstra, chiedendo che sia istituita un’imposta sugli extra profitti delle imprese energetiche. “Chi sta guadagnando per le conseguenze del conflitto deve fare la propria parte per alleviare il peso sul pubblico in generale”. Nella lettera si fa riferimento a “distorsioni del mercato e di vincoli fiscali” in atto.
Una richiesta che ricorda i tormentoni di alcuni partiti italiani con la richiesta degli extra profitti delle banche, e che hanno visto una decisa opposizione da parte della maggioranza.
In quel caso gli extra profitti bancari sarebbero dovuti servire per ridistribuire ricchezza all’economia finanziando la spesa pubblica. Il tutto è finito con le banche che, potendo scegliere se versare un’imposta del 40% sui margini di interesse o destinare una somma pari a 2,5 volte l’imposta stessa per il proprio rafforzamento patrimoniale… hanno scelto quest’ultima opzione. Gli extra profitti continuano ad essere uno slogan dell’opposizione e di parte del governo nelle proprie feste di partito.
Cosa c’è di diverso tra extra profitti delle banche e quelli delle aziende energetiche? “Misteri della politica”.. non è dato saperlo.
Noi sappiamo che è stato richiesto di violare un semplice comportamento di base di ogni Stato di diritto, che nel nostro caso è anche coerenza con altri provvedimenti simili decisi in precedenza, “non cambiare le regole del gioco mentre lo stesso è in atto”. Perché le aziende energetiche dovrebbero versare utili cosiddetti extra e che, al momento, nessuno ci spiega perché dovrebbero essere frutto di “distorsioni del mercato e di vincoli fiscali”, visto che sembrano utili ricavati da una normale, quanto auspicata, attività su mercati che, di per sé, non possono che essere cangianti e a vantaggio dei più capaci?
Nel contempo si pone la domanda se una crisi energetica del genere possa essere affrontata con le imposte che, proprio e non solo perché prefigurate come provvisorie per tamponare la situazione, considerato che sono al momento l’unico provvedimento, non sembra prodromiche di chissà quale politica energetica che, più o meno definitivamente, ci sganci dalla dipendenza da Paesi fragili quanto discutibili per il loro assetto istituzionale… non proprio da Stati di Diritto.
L’impressione è che la situazione possa in questo modo solo peggiorare. I tagli delle accise sui carburanti per ora validi fino al 1 Maggio non hanno per niente impedito la crescita dei prezzi alla pompa. “Distraendo” fondi da altri ambiti, hanno spostato le problematicità da una parte aggravando altre problematicità, financo drammatiche, come quelle sanitarie.
L’occasione, che in questo caso da “l’uomo disperato e un po’ sconclusionato”, potrebbe invece essere colta per mettere mano in modo decisivo su una politica energetica che, al momento, sembra alla deriva. I rimandi dell’addio al fossile (anche in “combutta” con l’Ue che rinvia gli impegni del green deal), oltre ad essere una sorta di mancia per imprese e sindacati incapaci di guardare all’oggi e al futuro, potrebbero solo compromettere quei piccoli vantaggi che da qualche parte sono, pur in difficoltà , in essere, come le energie e tecnologie alternative.
Ci rendiamo conto che forse chiediamo troppo, cioè di guardare oltre i propri benefici elettorali e gli equilibri per il “pane quotidiano con scarso companatico”, ma abbiamo ambizione e speranza di considerare che politica ed economia se non sono “alte” “ardite” e “futuribili”, riescono a far male a tutti, inclusi i mediocri che crogiolano sullo statu quo.
Vincenzo Donvito Maxia
Presidente ADUC
