Messina – Sono un operatore sociale, un attivista del terzo settore, un dirigente politico ma sono innanzitutto una persona che è nata ed ha scelto di vivere e vive a Messina, nonostante tutto.
Nonostante la città sia svuotata, di persone e opportunità, nonostante la città sia impoverita, a livello economico, sociale e culturale, nonostante la città sia smarrita, senza una idea o un modello di sviluppo.
Una città in crisi. Profonda.
Migliaia di ragazze e ragazzi se ne vanno e non tornano, il lavoro è precario e sfruttato ed anche molte delle tante assunzioni nelle partecipate attuate dalle ultime amministrazioni sono una bomba a orologeria pronta ad esplodere alla fine dei progetti legati al PNRR, professionisti e piccole e micro imprese languono in un ecosistema economico che non produce né beni materiali né immateriali, i dati sulla povertà economica ed educativa sono sempre in crescita, specie in alcuni quartieri come ci racconta ogni anno i Report della Caritas Diocesana.
Sotto l’ombra di un ponte che non c’è, la città sta morendo.
Ciascuno di noi ha parenti ed amici emigrati, soprattutto giovani e giovanissimi, che vede, forse, solo nelle feste. Ciascuno di noi ha vissuto direttamente o indirettamente il dramma della perdita del lavoro, uno sfratto per morosità incolpevole o “semplicemente” la difficoltà di arrivare a fine mese, anche lavorando. Ciascuno di noi si è imbattuto in un episodio piccolo o grande di malasanità. Ciascuno di noi conosce le condizioni in cui vivono e crescono migliaia di adolescenti nelle periferie e l’escalation di violenza nelle strade del centro. Ciascuno di noi ha letto dei fenomeni di corruzione che hanno toccato le istituzioni più autorevoli, a partire dall’Università. Ciascuno di noi si rende conto del patrimonio ambientale, artistico, culturale della città e come questo non abbia una ricaduta concreta sull’economia della città, se non un crocerismo mordi e fuggi. Ciascuno di noi sa, specie chi opera nell’educazione e nei servizi sociali, che la presenza di mafie e criminalità è tangibile ed ha conseguenze strutturali sulla vita delle persone e delle comunità.
L’elenco dei problemi è lungo e molti, certo, riguardano tendenze generali ma l’analisi dei problemi è il dato da cui partire. Con rigore e serietà.
Ecco il punto. È partita la campagna elettorale. Di tutto si parla, tranne che di analisi dei problemi e di proposte organiche e strutturate per risalire la china.
Vivo la città, partecipo alla vita sociale e politica quindi sono anch’io parte del problema ed in qualche modo ho provato, insieme a tanti, a dirlo negli scorsi mesi ed anni che è fondamentale mettere avanti un’idea, una visione dello sviluppo presente e futuro e da lì provare a costruire, cercando, poi, chi può interpretarla e rappresentarla. Evidentemente non siamo stati convincenti o sì è preferito non ascoltare chi indicava un percorso più complesso, più articolato, più faticoso che concentrarsi e fare il tifo sui nomi.
Serve un pensiero divergente capace di immaginare soluzioni originali e non convenzionali in grado di guardare da un’altra prospettiva i problemi e costruire risposte con fantasia e creatività, coinvolgendo le risorse migliori, a partire da uno studio attento della realtà.
Serve una Messina divergente capace di ripensarsi nel profondo. Non basta qualche parcheggio inutile che ha ristretto le grandi strade cittadine, una sola linea di autobus che funziona, lo sperpero di milioni in addobbi natalizi… serve molto di più. Non basta scegliere un nome per affrontare una crisi di queste dimensioni se dietro non c’è un progetto ed un blocco sociale che vuole davvero rialzarsi.
Serve una Messina divergente che, a partire dalle energie intellettuali e da tante micro esperienze innovative spesso poco note, immagini uno sviluppo possibile a partire dalla risorse naturali – il rapporto con il mare, in primis dalla portualità, e i Peloritani – che rimetta al centro l’università e i centri di ricerca come spazio del sapere legato alla crescita della comunità, che trasformi una struttura policentrica – penso ai quartieri e ai 48 villaggi – in un’opportunità, che sappia attraversare le nuove frontiere delle energie alternative ed investa, fuori da ogni logica assistenziale, su giovani e adolescenti.
Una Messina divergente fatta di partecipazione, scambio, confronto, condivisione tra le persone che ci vivono ma aprendosi alle altre città del Meridione e del Mediterraneo.
È sicuramente difficile ma per chi ha deciso di restare è l’unica condizione.
Domenico Siracusano