L’INTERVENTO: DONALD TRUMP, “IL GENDARME DEL MONDO”

In questi giorni le piazze delle città occidentali si sono riempite di manifestanti iraniani con le bandiere con il leone (Shir-o-Khorshid), il simbolo storico nazionale dell’Iran, utilizzato fino alla rivoluzione islamica del 1979. Oggi è adottato dagli oppositori del regime come simbolo di identità e libertà. Insieme alle bandiere dell’Iran, ci sono quelle americane, israeliane e ora anche quelle libanesi (Si, perché i libanesi vogliono liberarsi di Hezbollah).

È significativa questa immagine di tante bandiere. Un entusiasmo scatenato dall’intervento americano nell’Iran degli ayatollah. Certo entusiasmarsi per una guerra che dovrà eliminare vite umane, non è il massimo, ma bisogna guardare alle finalità del conflitto che è quello di spazzare via una classe dirigente di assassini, che in pochi giorni non ha esitato di massacrare 30 o 40 mila oppositori. E poi si tratta di un regime che stava preparando non solo la bomba atomica, ma anche missili balistici per colpire l’Europa o arrivare fino agli Stati Uniti. Da anni si è cercato di definire una «Dottrina Trump» in politica estera, scrive Federico Rampini (Cercavamo una «Dottrina Trump»? Sta nascendo ora, in Iran, 5.3.26, Corriere della Sera). “Era stato bollato come un isolazionista, ma sta facendo il gendarme mondiale più che mai.

Era stato accusato di subire un’attrazione fatale verso gli autocrati ma ne ha arrestato uno (Maduro), eliminato un altro (Khamenei); ha emarginato e indebolito Xi Jinping e Putin in Medio Oriente e in America latina”. Si era detto che pensasse solo all’America, invece, si occupa parecchio di altre zone del mondo, da Gaza all’Iran. “Nei paesi arabi l’influenza degli Stati Uniti non era mai stata così soverchiante. E non era mai accaduto nella storia che le strade dell’Iran si riempissero di manifestanti che invocavano l’intervento americano, come nel gennaio scorso”. Rampini nel suo editoriale, cita Marc Thiessen, esperto dell’American Enterprise Institute (un think tank conservatore), che parte da un’analisi controcorrente, pubblicata sul Washington Post: “colpire l’Iran non significa aprire una nuova guerra infinita, ma chiuderne una che dura da quasi mezzo secolo”.

Infatti, l’origine di questa guerra risale al 1979, alla presa dell’ambasciata americana a Teheran e alla crisi degli ostaggi che umiliò gli Stati Uniti per 444 giorni. “Da allora, l’Iran non ha mai cessato di combattere l’America attraverso una rete di milizie e gruppi armati: dagli attentati del 1983 contro i Marines a Beirut fino all’attacco del 1996 contro le Khobar Towers in Arabia Saudita. A questi episodi si aggiungono il sostegno iraniano a Hezbollah, i contatti con al-Qaeda negli anni successivi all’11 settembre e l’assistenza militare agli insorti sciiti che combatterono contro le truppe americane in Iraq. Il massacro del 7 ottobre 2023 compiuto da Hamas — con il sostegno dell’Iran — ai danni di cittadini israeliani e anche americani è solo l’ultimo capitolo di una strategia regionale che usa gruppi armati come strumenti di pressione contro gli Stati Uniti e i loro alleati”.

Partendo da questa lettura storica, l’analista sostiene che “l’operazione militare in corso non rappresenta un’escalation improvvisa ma il tentativo di chiudere definitivamente il ciclo di aggressioni”. Un tentativo che avrebbero fatto anche se c’erano altri presidenti a guidare gli Usa. Tuttavia, per Thiessen “l’attacco contro l’Iran segna la nascita di una nuova dottrina di politica estera. Dopo il Vietnam, Ronald Reagan dovette affrontare un’opinione pubblica stanca delle grandi guerre terrestri. La sua risposta fu la “Reagan Doctrine”: sostenere movimenti anticomunisti locali — dai mujaheddin afghani ai contras nicaraguensi — invece di impegnare direttamente grandi contingenti americani”. Trump si troverebbe in una situazione analoga. Dopo vent’anni di guerre in Iraq e Afghanistan, gli elettori americani non vogliono più spedizioni militari su larga scala. La “Trump Doctrine” sarebbe quindi una strategia per esercitare un potere globale senza occupazioni militari prolungate.

A volte si ha l’impressione che Trump non ha una strategia, ma agisca d’istinto. Trump intende utilizzare la pressione economica attraverso sanzioni e dazi, isolamento diplomatico, e se necessari attacchi militari mirati per “decapitare” regimi ostili. Niente invasioni con eserciti sul campo di battaglia, come in Vietnam o in Iraq. Per quanto riguarda l’Iran si cerca di distruggere dall’aria le infrastrutture militari, nucleari e repressive del regime, lasciando poi agli iraniani stessi il compito di decidere il futuro politico del Paese. Pertanto, la forza decisiva sarebbe la popolazione iraniana. Thiessen conclude con una previsione ambiziosa. Se l’operazione riuscisse a rovesciare il regime o a neutralizzare definitivamente la minaccia iraniana, Trump potrebbe entrare nel ristretto gruppo dei presidenti che hanno cambiato l’ordine mondiale. L’autore cita due precedenti piuttosto impegnativi: Franklin Roosevelt, associato alla sconfitta del nazifascismo, e Ronald Reagan, protagonista della vittoria nella Guerra fredda.

 

a cura di Domenico Bonvegna