La retorica ambientale mina l’idea stessa di sostenibilità e favorisce la guerra

Ci sono fatti che gettano una luce inquietante su qualsiasi politica ambientale futura. La situazione geopolitica attuale, senza mezzi termini segnata da scontri di potere tra superpotenze come Usa, Cina e Russia, mina irrimediabilmente le dichiarazioni passate sulla sostenibilità, rivelandole come mera retorica vuota. Le attuali tensioni globali rendono evidenti i fallimenti delle politiche ambientali.

I conflitti in Ucraina e Medio Oriente, uniti alla corsa agli armamenti e alle sanzioni economiche, privilegiano la sicurezza energetica immediata rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione fissati per l’incombente 2030. Accordi come Parigi 2015 o l’Agenda 2030 ONU sono stati sottoscritti con enfasi all’unanimità, ma oggi le emissioni globali continuano a salire, con la Cina che costruisce centrali a carbone mentre l’Occidente usa ancora gas russo. Per non dire dell’Amministrazione Trump che sembra avere una questione personale con il “verde”.

Le COP annuali producono dichiarazioni pompose, ma senza che alcuno prenda decisioni vincolanti: gli Usa sotto Trump (rieletto nel 2024) ritirano fondi dal clima e l’India espande il fossile per spingere la crescita economica. La sostenibilità è ridotta a slogan per il cosiddetto greenwashing aziendale, ignorando che il 70% delle emissioni deriva da 100 grandi imprese (tra le quali spiccano Saudi Aramco, Gazprom, China Coal, ExxonMobil, Shell, Chevron, BP, Coal India e National Iranian Oil Company), prioritarie per il potere rispetto all’ecologia.

Questa ipocrisia accelera il collasso ambientale, con record di temperature nel 2025 che rendono obsolete le promesse passate. Solo un cambio paradigmatico, improbabile in era di protezionismo e di confronto acceso a livello globale, potrebbe salvare il salvabile. L’ipocrisia fa il pari con la retorica e l’inerzia sostanziale.

L’Europa – accusata di pensare solo alle regole e non alla sostanza – può (potrebbe) agire come polo autonomo promuovendo indipendenza energetica e difesa comune, riducendo le dipendenze da Usa, Cina e Russia per rendere concreta la sostenibilità oltre la retorica, che peraltro anche nel Vecchio Continente non manca di certo.

Insomma ci sono alcune cose da fare. Iniziando con il diversificare gli approvvigionamenti con il REPowerEU, poi anticipando al 2027 obiettivi del 2030 su solare, eolico e idrogeno ed eliminando le materie prime fossili russe entro il 2026. Catene locali di fornitura energetica possono ridurre le vulnerabilità geopolitiche.

Servirà, con buona pace delle anime belle, espandere Readiness 2030 (nato come ReArm Europe) con gli 800 miliardi che Mario Draghi aveva stimato necessari per la difesa autonoma (SAFE-Security Action for Europe, droni, intelligence condivisa), mantenendo intatta la NATO, ma privilegiando l’autonomia strategica contro le poco velate minacce russe e cinesi.

Ogni divisione interna all’Unione Europea è nemica dell’ambiente e favorisce lo scontro globale di ogni tipo, comprese le guerre e i colpi di testa degli autocrati.

 

Gian Luigi Corinto, docente di Geografia e Marketing agroalimentare nell’Università di Macerata, collaboratore Aduc