Allo stato dei fatti c’è anche una certa preoccupazione “fiscale” per l’uso dell’intelligenza artificiale (AI). Che aiuta l’imprenditoria di ogni dimensione e natura, nonché la pubblica amministrazione e la cultura (istruzione inclusa). Se, come già accade, ci sono meno lavoratori, sono le tasse su questa tecnologia sufficienti a non creare un deficit di introiti fiscali, soprattutto per il welfare? Non solo. Ma può questa tecnologia migliorare il Fisco e il welfare?
Nelle nostre democrazie la finanza pubblica è alimentata da redditi di imprese e lavoratori, nonché imposte su servizi e consumi. Un po’ meno da tasse su capitali e rendite.
E’ conseguenziale che l’uso più diffuso dell’AI porterà anche alla perdita di diversi posti di lavoro.
In Usa il senatore Bernie Sanders ha affrontato il tema della tassazione dell’AI, auspicando che i benefici dell’aumento di produttività dovrebbero ricadere sui lavoratori, con meno ore di lavoro e salario invariato o aumentato.
In Europa, nel frattempo ci si domanda se e come attribuire all’Ai una “personalità elettronica” anche ai fini fiscali.
Uno studio dell’Università della Virginia (Usa) ha affrontato il tema di questa transizione della finanza pubblica. Come si organizza una società con la maggior parte della produzione economica dovuta all’AI e – come è oggi soprattutto in Usa – nelle mani di pochi miliardari, blanditi e coinvolti dai poteri statali. L’ipotesi è di spostare il peso fiscale dal lavoro ai consumi e, di conseguenza, la tassazione di capitali e utili delle aziende. Poi si parla di tassare le Ai rispetto a loro potenza e uso che ne viene fatto.
Di fronte al problema di una ricchezza in crescita e concentrata nelle mani di pochi (i padroni delle AI), e quindi con minore disponibilità pubblica di fondi per i servizi (welfare incluso), uno studio pubblicato sul quotidiano britannico The Guardian si pone il problema di come evitare che si produca questa carenza pubblica di fondi. L’ipotesi è che gli Stati partecipino ai capitali delle aziende AI, financo un “azionariato popolare di base”, con ogni azionista che incassa i dividendi, e sopperire in questo modo a minori introiti salariali.
Ipotesi che deve fare i conti con la transnazionalità di molte aziende AI che dovrebbero fare i conti con le fiscalità che sono nazionali o, come nel caso Ue, non determinanti sui singoli Stati. Da aggiungere le resistenze che le aziende (americane e ben sostenute dai propri poteri nazionali) hanno ad accettare le normative Ue. Nonché il grande deficit tecnologico in essere dell’Ue, che rende il nostro Continente molto dipendente dalle aziende Usa.
Al momento una cosa è certa. L’uso e lo sviluppo dell’AI non possono essere lasciati alla esclusiva creatività privata (americana, poi…). L’Ue, nel nostro caso, è bene che detti regole e si metta in condizioni di farle rispettare. Senza il giogo del ricatto della superiorità degli americani… per cui diventa difficile quanto impossibile farne a meno.
Vincenzo Donvito Maxia
Presidente ADUC
