Democrazia e giudizio critico dei cittadini

Il signor Walter Lippmann (1889-1974), il giornalista americano che ha inventato l’espressione “Guerra fredda” e il termine “stereotipo”, nel 1922 scrisse il libro “Public Opinion”, edito in Italia da Donzelli nel 1999. Qui e nel suo lavoro in generale, ha riflettuto molto su una cosa tuttora attuale: l’incapacità di giudizio critico dei cittadini.

Aveva notato come l’opinione pubblica si formi quasi sempre su immagini e simboli di fatti e persone di cui non è possibile avere esperienza diretta. I media (appunto mediatori tra fatto e percezione) sono quindi responsabili di quello che pensiamo, di più: di quello che crediamo essere la verità. Può essere un caso che uno degli ultimi quotidiani nati in Italia, molto di parte a buon diritto, si chiama proprio La Verità? Beati loro e dannati noi.
L’opinione pubblica ha a che fare con la democrazia, diceva Lippmann. La comunicazione collettiva dei mass media ha a che fare con la propaganda politica e l’immissione materiale e simbolica di “tutta” la popolazione nella società e nelle istituzioni. Come si forma l’opinione pubblica e come questa si evolve nel tempo sono cose fondamentali per il mantenimento della democrazia. Per esempio, il Venezuelano Maduro è un leader democratico perché è stato eletto da una maggioranza popolare? Quelli che lo hanno votato erano tutti in malafede? Il dibattito impazza.
Lippmann credeva che tra i fatti e l’individuo si interponga una specie di pseudo-ambiente, un ambiente non reale, dove la verità è fatta delle immagini che vengono offerte dal sistema della comunicazione. Ma se l’opinione pubblica si forma solo su simboli e immagini mediate, letteralmente prodotte o inventate dal sistema delle comunicazioni, dobbiamo diffidare di quanto pensa la gente? O, peggio, perdere fiducia nell’istituto stesso della democrazia? La tentazione viene. Qualcuno scherzando scherzando propone l’abolizione del suffragio universale. Ma la tentazione può passare in fretta.
Sebbene Lippmann avesse le sue ottime ragioni teoriche e pratiche, è bene restare ottimisti e non perdere la volontà di credere nelle istituzioni democratiche. Ma perché? Perché la storia dimostra che gli eccessi di comunicazione si trasformano prima o poi in tracotanza (la Hybris umana che gli dei greci prima o poi punivano) che porta alla rovina. Da un eccesso di comunicazione sono stati travolti molti regimi non democratici e molti presunti democratici che hanno cercato di approfittare delle regole democratiche. I baffetti di Hitler da minacciosi che erano, appaiono oggi ridicoli, come i baffoni di Stalin o la mascella quadrata di Mussolini. Provate a non ridere rivedendo il Duce sull’aia impegnato a torso nudo nella battaglia del grano. Provate a non ridere rivedendo tal Rapagnetta (in arte Gabriele D’Annunzio) secco come un chiodo e brutto assai mentre arringa gli arditi di Fiume, anche lui dotato di baffetti ridicoli e buffo cappelletto.
Insomma, al pessimismo di Lippmann si può contrapporre la saggezza popolare: il polpo deve cuocere nel suo brodo. Certo, a volte c’è da aspettare un po’ troppo. Ma oggi il tempo corre più veloce che in passato e le cose mutano in fretta. Per esempio: l’impressione che il nostro Super-panza padano sia diventato ridicolo e si stia strozzando mangiando ciliegie è più che fondata.

Gian Luigi Corinto, consulente Aduc