Cambio di sguardo sul paesaggio. Eolico e fotovoltaico per ora non sono nei nostri occhi

Quando pensiamo al “bel paesaggio italiano” immaginiamo colline vitate, uliveti, campi con le spighe dorate di frumento, filari di pioppi lungo i fossi. Dimentichiamo che tutto questo non è “natura”, ma il risultato di una lunghissima antropizzazione agricola. Secoli di disboscamenti, bonifiche, terrazzamenti, canalizzazioni hanno trasformato ecosistemi forestali complessi in paesaggi agrari semplificati, ma leggibili, che oggi percepiamo come armoniosi e “tradizionali”. In altre parole, anche l’agricoltura, che oggi idealizziamo, è stata a suo tempo una tecnologia invasiva che ha modificato radicalmente l’aspetto dei territori. 

Perché allora accettiamo il vigneto pieno di pali di cemento (in alcune aree una vera monocoltura pervasiva) ma rifiutiamo la pala eolica? Perché la vigna e il campo di grano ci sembrano poetici, ma il fotovoltaico a terra ci appare una ferita? La risposta non sta solo nell’impatto fisico, ma nei tre piani intrecciati di tempo, senso e potere.

Il paesaggio agrario ha avuto secoli per sedimentarsi nell’immaginario. E’ diventato sfondo di quadri, romanzi, memorie familiari. Lo leggiamo come continuità, identità, la nostra “casa”. Le infrastrutture energetiche, al contrario, si costruiscono in pochi anni, spesso senza un vero coinvolgimento delle comunità. Sono percepite come imposizione esterna, guidata da interessi industriali più che da bisogni locali.

C’è poi la questione del “senso”. Il gesto agricolo è immediatamente comprensibile – coltivo, raccolgo, mi nutro – e restituisce forme che l’occhio ha imparato a considerare “belle”. Sono belli i campi geometrici, i filari e i colori stagionali (quanto ci piace il foliage).

L’impianto eolico o fotovoltaico produce un bene “non visibile” come l’energia, che non vediamo e non tocchiamo. Senza una narrazione condivisa, rimane solo l’oggetto tecnologico, isolato e per questo respinto.

Infine, il “potere”. Il paesaggio agrario è percepito – almeno in parte – come frutto del lavoro contadino, mentre l’eolico offshore o il grande fotovoltaico sono associati a soggetti lontani (fondi, imprese dei servizi, multinazionali).

Non si tratta quindi di una semplice ipocrisia estetica, ma di una asimmetria storica e politica. La sfida della transizione ecologica non è contrapporre il paesaggio “bello” dell’agricoltura alle rinnovabili “brutte”, bensì progettare nuovi paesaggi energetici che, come quelli agrari in passato, sappiano nel tempo diventare leggibili, condivisi, magari persino amati.

Sarebbe bene porsi il problema, anche se il problema è colossale.

 

Gian Luigi Corinto
docente di Geografia e marketing agroalimentare Università Macerata, collaboratore Aduc