L’uomo che mise al mondo un santo. Elogio di Pietro di Bernardone, padre di Francesco d’Assisi

di Davide Romano

Ci sono uomini che fanno la storia, e uomini che la subiscono. Poi c’è una terza categoria, assai più rara e assai meno celebrata: quelli che, senza volerlo, la mettono al mondo e poi passano il resto della vita a chiedersi dove abbiano sbagliato. Pietro di Bernardone appartiene a questa schiatta. Ed è ingiusto che la posterità, sempre pronta a santificare i figli, dimentichi con tanta disinvoltura i padri che li hanno, per così dire, “mal calibrati”.

Mercante. Non un mercante qualsiasi, ma uno di quelli che nel Medioevo facevano già odorare di capitalismo le strade di Assisi. Stoffe, affari, viaggi, denaro che gira e deve girare ancora più in fretta. Pietro non era un sognatore: era un uomo concreto, con i piedi ben piantati nella bottega e lo sguardo rivolto al margine di guadagno. In un’epoca in cui la povertà era una condanna, lui aveva scelto la ricchezza come vocazione. E, bisogna dirlo, con una certa abilità.

Poi arriva il figlio.

E qui comincia la tragedia, o la commedia, a seconda dei punti di vista. Perché generare un figlio che invece di continuare l’azienda decide di spogliarsi nudo in piazza e parlare con gli uccelli è un’esperienza che nessun manuale di economia domestica contempla. Pietro, uomo pratico, aveva fatto quello che ogni padre farebbe: gli aveva insegnato il mestiere, gli aveva dato un nome altisonante, gli aveva offerto una prospettiva solida. In cambio si ritrova un ragazzo che considera il denaro una tentazione e il commercio una perdita di tempo.

Non si può dire che Pietro non abbia tentato di rimediare. Ha protestato, si è arrabbiato, ha fatto quello che oggi chiameremmo un disperato intervento educativo. Ma Francesco – ostinato come solo i santi sanno essere – ha tirato dritto per la sua strada, lasciando il padre con un pugno di monete e una reputazione da difendere. E qui sta il punto: mentre il figlio si liberava di tutto, il padre restava con tutto il peso di ciò che il figlio rifiutava.

È facile, col senno di poi, applaudire Francesco. Ma proviamo per un momento a stare dalla parte di Pietro. Vediamo la scena con i suoi occhi: un patrimonio costruito con fatica che viene trattato come polvere; un figlio che non solo non eredita, ma quasi disprezza ciò che dovrebbe custodire; una città che osserva, mormora, giudica. Non è solo una questione economica, è una questione d’onore. E nel Medioevo, l’onore pesava più dell’oro.

Eppure, proprio qui si intravede la grandezza involontaria di Pietro di Bernardone. Perché ogni rivoluzione ha bisogno di un punto di rottura, e Pietro è stato quel punto. Senza la sua ostinazione borghese, senza il suo attaccamento alle cose, Francesco non avrebbe avuto nulla da cui distaccarsi. È il paradosso eterno: il santo ha bisogno del mercante, l’ideale nasce contro il reale, e il cielo si misura sempre con la terra.

Pietro non ha scritto regole monastiche, non ha fondato ordini, non è stato canonizzato. Ma ha fatto qualcosa di più difficile: ha rappresentato la normalità. E la normalità, si sa, è il materiale grezzo di cui si nutrono le eccezioni. Senza uomini come lui, la santità resterebbe un concetto astratto, privo di contrasto, quasi noioso.

C’è, in fondo, una sorta di ironica giustizia nella sua vicenda. Mentre Francesco diventa il simbolo della povertà, Pietro resta il simbolo della ricchezza che resiste. Due poli opposti, legati da un vincolo di sangue che nessuna scelta può sciogliere. E forse, sotto la superficie dello scontro, c’era anche un affetto muto, incapace di esprimersi ma impossibile da cancellare.

Immagino Pietro negli ultimi anni della sua vita. Non più furioso, ma perplesso. Non più indignato, ma stanco. Con quella domanda che gli gira in testa come una mosca ostinata: “Dove ho sbagliato?”. E la risposta, se qualcuno avesse avuto il coraggio di dargliela, sarebbe stata la più beffarda possibile: “Non hai sbagliato affatto. Hai fatto un santo”.

Ma si sa, i santi sono una pessima forma di investimento. Non rendono nulla nell’immediato, creano solo problemi di gestione familiare, e spesso compromettono l’equilibrio patrimoniale. Però, sul lungo periodo, hanno un ritorno d’immagine notevole.

E così, mentre Francesco sale agli altari, Pietro resta a terra. Ma non completamente sconfitto. Perché ogni volta che qualcuno racconta la storia del figlio, anche lui, in qualche modo, ritorna. Non come esempio, ma come controesempio. Non come modello, ma come premessa.

E, a pensarci bene, senza premesse non esistono conclusioni.

Per questo, sia reso a Pietro di Bernardone il merito che gli spetta: quello di aver incarnato, con testarda coerenza, tutto ciò che suo figlio avrebbe poi rifiutato. Un ruolo ingrato, certo. Ma indispensabile. Perché, in fondo, anche la santità ha bisogno di qualcuno che le faccia da bersaglio.

E Pietro, con impeccabile puntualità, non ha mancato il colpo.