L’INTERVENTO: IL VENEZUELA VUOLE GIUSTIZIA

La giornalista venezuelana Marinellys Tremamunno forse è stata l’unica in Italia a occuparsi della situazione politica venezuelana. Avevo letto diversi suoi interventi di denuncia del regime di Maduro sul sito di Alleanza Cattolica. Ora dopo il blitz americano, tutti sono diventati esperti di Venezuela, abbiamo sentito diverse voci più o meno autorevoli, perfino i compagni, quelle pattuglie inaffidabili e improvvisati paladini pro Maduro che stiamo vedendo in alcune piazze italiane, per fortuna pochi.

Infatti, la Tremamunno riferendosi a chi manifesta pro-Maduro, scrive, c’è, “amarezza profonda nel dover assistere all’ennesima ondata di analisi superficiali sui media italiani, quando non apertamente ideologiche, da parte di sedicenti esperti che non hanno mai messo piede in Venezuela”. (Senza giustizia non c’è pace: il grido del Venezuela, 8.1.26, alleanzacattolica.org) La sinistra si attacca al “diritto internazionale” per condannare l’azione di Donald Trump contro un criminale che non era un presidente legittimo. Attenzione, ricorda la giornalista, che alle ultime elezioni presidenziali, “Nicolás Maduro si è autoproclamato vincitore senza presentare prove credibili e senza il riconoscimento della comunità internazionale, Italia inclusa”.

Mentre il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite ha ribadito la necessità di “garantire la responsabilità per le gravi violazioni dei diritti umani e i crimini contro l’umanità commessi dal governo venezuelano” sotto la guida di Maduro. La Tremamunno è convinta che “chi rifiuta l’intervento statunitense senza comprenderne il contesto, o senza nemmeno tentare di conoscerlo, ignora deliberatamente il terrore vissuto dal popolo venezuelano sotto il controllo di un’organizzazione criminale internazionale che ha usurpato la volontà popolare per saccheggiare il Paese. Un sistema responsabile, secondo diversi rapporti internazionali, di oltre 10.000 esecuzioni extragiudiziali, più di 17.000 arresti arbitrari e almeno 3.700 sparizioni forzate”. È evidente che attaccando Trump si finisce per rafforzare la narrativa di quei Paesi anti-occidentali – Cuba, Iran e Russia – che da anni hanno penetrato il Venezuela nel silenzio generale, come dimostra la morte dei 32 militari cubani che erano parte della sicurezza più stretta del dittatore.

La giornalista venezuelana in cinque punti cerca di spiegare cosa è successo il 3 gennaio. 1punto: il regime è ancora in piedi. La prima cosa da comprendere è semplice, ma fondamentale: il regime venezuelano non è caduto. Il fatto che Nicolás Maduro sia stato prelevato rappresenta senza dubbio un segnale positivo per i venezuelani. Tuttavia, sarebbe un errore pensare che questo significhi la fine dell’apparato repressivo. La vicepresidente Delcy Rodríguez, oggi presidente incaricata, è a sua volta coinvolta negli stessi meccanismi di potere e nelle stesse responsabilità. Lo stesso giorno dell’arresto di Maduro, Rodríguez ha decretato lo stato di emergenza, imponendo un quadro giuridico che consente gravi restrizioni ai diritti fondamentali, inclusi la libertà personale e quella di espressione. Il tutto in un Paese già segnato dalla criminalizzazione del dissenso, dove è ormai “normalità” che 14 giornalisti vengano arrestati mentre svolgono il proprio lavoro, come accaduto durante la copertura della cerimonia di giuramento all’Assemblea Nazionale.

Un ulteriore segnale allarmante è arrivato immediatamente dopo il suo insediamento: la nomina del generale Gustavo Enrique González López a capo della Guardia Presidenziale. Lopez è segnalato per crimini contro l’umanità ed è inserito nella lista delle persone sanzionate dall’Unione Europea. È stato uno dei principali responsabili della repressione politica e della persecuzione sistematica non solo dell’opposizione, ma della popolazione nel suo complesso. Sia Rodriguez che Lopez, hanno guidato una struttura repressiva responsabile di torture ai danni di oppositori politici, giornalisti, manifestanti e difensori dei diritti umani, in particolare nel centro di detenzione El Helicoide, a Caracas. Tutti elementi documentati anche presso la Corte Penale Internazionale, dove dal 2018 è in corso un’indagine per crimini contro l’umanità.

Secondo la Tremamunno, al presidente Donald Trump interessa poco il petrolio venezuelano. E spiega i motivi: le «autorità interinali» del Venezuela consegneranno tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio «di alta qualità e sanzionato» agli Stati Uniti, da vendere a prezzo di mercato, con proventi che – ha precisato – saranno controllati direttamente dalla presidenza statunitense. Secondo Trump, tali introiti, stimati tra 1,8 e 3 miliardi di dollari ai prezzi attuali, saranno utilizzati «a beneficio del popolo del Venezuela e degli Stati Uniti». Ma il petrolio venezuelano è davvero così conveniente per Washington? In realtà no. Nonostante il Paese sudamericano abbia le maggiori riserve di greggio al mondo, il settore petrolifero venezuelano soffre di una cronica mancanza di investimenti e di personale qualificato. Inoltre, si tratta prevalentemente di petrolio pesante, il che comporta elevati costi di raffinazione. Comunque, secondo la giornalista, l’interesse principale degli Stati Uniti è quello di impedire che i propri rivali geopolitici – Russia, Cina e Iran, tutti in buoni rapporti con l’attuale apparato di potere venezuelano – trasformino il petrolio del Paese in una futura arma strategica.

Molti osservatori si chiedono se l’amministrazione Trump abbia “scaricato” l’opposizione venezuelana, in particolare María Corina Machado, per puntare su Delcy Rodríguez. È una lettura che non tiene conto della realtà sul terreno.
Come ha spiegato chiaramente il segretario di Stato Marco Rubio, alla guida della strategia statunitense per la transizione democratica in Venezuela, si tratta di una gestione del rischio. Il regime è ancora operativo e controlla un apparato repressivo costruito in 26 anni: forze armate corrotte e coinvolte nel narcotraffico, servizi di intelligence, gruppi armati civili (colectivos) che operano liberamente nelle città e strutture guerrigliere colombiane che controllano porzioni di territorio venezuelano.
In questo contesto, pensare che María Corina Machado – leader di un movimento pacifico – e il presidente eletto Edmundo González Urrutia, vincitore legittimo delle elezioni del 28 luglio 2024, possano entrare immediatamente nel Paese per governare, sarebbe irresponsabile. Prima è indispensabile smantellare l’apparato criminale. Infatti, il presidente degli Stati Uniti ha anche escluso elezioni a breve termine, affermando: «Prima dobbiamo sistemare il Paese. Ci vorrà del tempo. Dobbiamo restituirgli la salute». Chiaramente l’azione penale non riguarda solo Maduro, ci sono altri soggetti da inquisire, per esempio, Nicolás Maduro Guerra, noto come “Nicolasito”, figlio dell’ex dittatore. Tuttavia, Trump non ha escluso una seconda incursione nel Paese.

Un altro elemento spesso sottovalutato è la frattura interna al chavismo, scrive Tremamunno. Il quotidiano spagnolo El País ha parlato apertamente di divisioni tra i settori più “pragmatici”, disposti a negoziare con gli Stati Uniti dopo la caduta di Maduro. Il regime funziona come un cartello con più teste e, come in ogni organizzazione mafiosa, quando cade la figura principale si apre una fase di riorganizzazione dei poteri. Non è da escludere, quindi, nemmeno l’ipotesi di un’implosione interna, qualora queste fazioni non riuscissero a trovare un accordo nemmeno sotto la pressione internazionale.

Questo articolo non nasce per dividere né per offendere sensibilità politiche. Nasce per invitare a guardare il Venezuela per ciò che è, non per ciò che è più comodo raccontare. I venezuelani non chiedono vendetta né scorciatoie. Chiedono giustizia, verità e una transizione reale che ponga fine a un sistema criminale che ha sequestrato lo Stato in nome di una finta rivoluzione. «Il bene del caro popolo venezuelano deve prevalere su qualsiasi altra considerazione e condurre al superamento della violenza, intraprendendo cammini di giustizia e di pace»: parole sagge di Papa Leone XIV, pronunciate durante l’Angelus del 4 gennaio scorso.

a cura di Domenico Bonvegna