Legittimo domandarsi se certe manifestazioni di fasto ecclesiastico, di ostentazione di ricchezza, di pizzi rossi e sontuosità, siano in sintonia con il Vangelo

di Andrea Filloramo 

Una foto giuntami on-line, che non intendo riprodurre in quanto le persone che ivi appaiono sono facilmente individuabili., ritrae – come leggo ai margini – dei monsignori, bardati solennemente durante una liturgia bizantina nella cattedrale di…con il seguente commento: “Pagliacciate nostrane…in perfetto stile preconciliare… Povera santa madre Chiesa… questi non si vergognano perché non hanno pudore! etc”. Cosa tu ne pensi?”.  

Volutamente sorvolo sui commenti fatti da chi ha voluto inviarmi la foto in quanto soggettivi. Di fronte all’immagine di quelli che sono stati chiamati alti prelati avvolti in sontuosi paramenti, insegne e simboli di rango durante una celebrazione, non posso esimermi, però, di interrogarmi sul messaggio che una simile rappresentazione può trasmettere oggi ai fedeli e alla società. 

Non si tratta di mettere in discussione la dignità della liturgia, sia che si tratti di liturgia romana o bizantina, né il rispetto dovuto alla tradizione della Chiesa. Tuttavia, è legittimo domandarsi se certe manifestazioni di fasto ecclesiastico, di ostentazione di ricchezza, di pizzi rossi e sontuosità, siano in sintonia con il Vangelo della semplicità e della vicinanza agli ultimi. 

Molti osservatori, vedendo scene di questo genere, sicuramente provano un senso di distanza. Non perché disprezzino il rito, ma perché faticano a riconoscere, dietro tanta enfasi sulle gerarchie, sugli abiti e sui titoli, il volto di quel Cristo che scelse la povertà e che invitò i suoi discepoli a non cercare i primi posti. 

Il rischio è che la celebrazione assuma i contorni di una rappresentazione autoreferenziale, nella quale l’attenzione si concentra più sugli onori riservati ai protagonisti che sul mistero   che dovrebbe essere al centro. Quando ciò accade, la liturgia perde parte della sua forza evangelizzatrice e finisce per apparire, agli occhi di molti, come un esercizio di formalismo. 

Definire tutto questo una “pagliacciata” forse può sembrare o essere eccessivo e irrispettoso. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare il disagio che tali immagini suscitano in numerosi credenti. Quel disagio nasce dalla percezione di una distanza tra la semplicità evangelica e certe espressioni di potere, prestigio e distinzione che sembrano appartenere a un’altra epoca. 

La questione non è la tradizione in sé. La tradizione autentica non è un museo da conservare immobile, ma una realtà viva che deve continuamente confrontarsi con il Vangelo. E il Vangelo pone una domanda scomoda ma inevitabile: ciò che si mostra ai fedeli conduce davvero a Cristo oppure rischia di attirare l’attenzione soprattutto su sé stessi? 

Forse il problema non sono i paramenti, né i rituali, né la solennità. Il problema nasce quando la forma diventa così ingombrante da far passare in secondo piano il messaggio. E quando ciò accade, anche la celebrazione più impeccabile, organizzata da chicchessia persino da chi senza accorgersene è portato abitualmente – come leggo – ad anestetizzare il popolo e non a farlo riflettere… può apparire come una scenografia grandiosa che fatica a comunicare l’essenziale. 

La Chiesa dà il meglio di sé non quando esibisce il proprio rango, ma quando testimonia con semplicità, credibilità e servizio il cuore del Vangelo.