La storia: Un capodanno alternativo

PALERMO — Sono le cinque del pomeriggio del 29 dicembre. Mentre l’Italia intera si prepara al rito collettivo del cenone, una dozzina di persone varca la soglia di un convento dei Frati Minori Conventuali nel centro storico di Palermo. Niente spumante in vista, niente cotechino. Solo silenzio, stanze sobrie, odore di pulito e il il fruscio dei sai frati nei corridoi. È il «Capodanno alternativo», quello che non finirà mai sui social.
Ci accolgono frate Antonio Parisi e frate Salvino Pulizzotto, il provinciale. Il programma che ci consegnano non lascia spazio a equivoci: «Alla scuola di Francesco per servire i fratelli». Il sottotitolo è una citazione dal Testamento del Poverello: «Quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro». I lebbrosi dei nostri tempi non hanno più la lebbra. Hanno altre piaghe, meno visibili ma ugualmente devastanti. E stanno dove li abbiamo sempre messi: nelle periferie che fingiamo di non vedere.
Francesco e i poveri, la Chiesa e i poveri, “noi” e i poveri, sembra scandire frate Antonio nella sua riflessione iniziale. Cita papa Leone XIV e la sua esortazione «Dilexi te»: «Quello che fate a uno di questi miei fratelli più piccoli, lo fate a me», il mandato di Matteo 25 che non ammette scappatoie. È facile parlare dei poveri in astratto. Metterli nelle statistiche, nelle collette domenicali. È un’altra cosa guardarli negli occhi.
Dopo i vespri e la cena francescana, guardiamo un documentario su fratel Biagio Conte, morto tre anni fa, che aveva preso il Vangelo alla lettera. Sine glossa, senza interpretazioni. Poi la compieta, la preghiera della notte che chiude la giornata nel silenzio. Niente tombolata. Solo il rumore dei propri pensieri e il peso delle domande che Francesco pone da ottocento anni: «Che ho fatto per Cristo? Che faccio per Cristo? Che devo fare per Cristo?»

Al Centro Astalli, le maniche rimboccate
Il 30 dicembre, sveglia presto. Alle sette Ufficio delle Letture, Lodi, Messa. Alle nove siamo già al Centro Astalli di Palermo, il servizio dei Gesuiti per rifugiati e migranti. Ad accoglierci c’è Emanuele Cardella, con quel sorriso che ti fa sentire a casa prima ancora che apra bocca. Ha le maniche rimboccate. Le ha sempre rimboccate, immagino.
Non c’è retorica in Emanuele. Non c’è l’aria del santo che fa l’elemosina dall’alto. C’è solo un uomo che ha capito che servire non è straordinario, è ordinario. È il pane quotidiano. Guida e anima questo luogo con una naturalezza disarmante, come se non ci fosse nient’altro da fare nella vita se non rimboccarsi le maniche e mettersi all’opera. Chi lo incontra capisce subito che non è lì per ricevere ringraziamenti. È lì perché quello è il suo posto.
Non racconto nel dettaglio cosa facciamo. Ognuno ha un incarico diverso: c’è chi sistema gli indumenti da donare nel bazar, chi serve le colazioni, chi accoglie all’entrata. Dico solo che quando torni da certi posti, il cenone di Capodanno ti sembra osceno. E che persone come Emanuele ti fanno venire voglia di rimboccarti le maniche anche tu. «Chi accoglie uno di questi piccoli nel mio nome, accoglie me», dice Gesù in Marco 9,37. Emanuele lo sa bene.

A Ballarò, l’Africa dietro l’angolo
Il pomeriggio andiamo a Ballarò, nel cuore di Palermo. Qui vivono e operano quattro suore comboniane. Hanno tutte superato i sessant’anni, ma quando parlano hanno gli occhi di chi ha ancora qualcosa da dire al mondo. Lo sguardo luminoso dei bambini che si ostinano a sorridere al futuro.
Comincia suor Valeria, la superiora. È entrata tra le comboniane a ventun anni. «Mia nonna pregava per avere una nipotina suora», dice con un sorriso. «Ero predestinata!» Poi Sudan, Etiopia, Uganda. Ha aperto dispensari, formato catechisti, tenuto in piedi parrocchie con quaranta cappelle sparse nel nulla. «In Africa ci sono pochi preti», spiega. «Sono i catechisti a fare tutto. Formati, preparati, capaci di guidare comunità molto grandi e vivaci».
Poi il ritorno in Italia, a Verona. Per riposarsi. E lì l’incontro con le donne africane vittime di tratta, costrette a prostituirsi. «È cominciata un’altra avventura», racconta. Da lì l’hanno mandata a Palermo. «Non ero convinta», ammette. Ma poi ha scoperto che anche lì c’era la sua Africa: «Un’Africa dolente fatta di emarginati, poveri, non voluti, non accolti». Ora segue i catecumeni di lingua inglese, fa da nonna ai bambini di queste donne che si sono liberate e hanno messo su famiglia. «Sono i bambini più belli del mondo», dice. E le credi.
Suor Monica è palermitana, medico. Ha lavorato in ospedale in Mozambico, ha insegnato all’università, poi il Sud Sudan. È dovuta tornare per assistere i genitori malati. E qui a Palermo ha scoperto un’altra Africa. «Anzi, tante Afriche», precisa. «Di immigrati ma anche di palermitani poveri». E poi la scoperta più sconvolgente: «La necessità di annunciare nuovamente il Vangelo dove si pensava che la gente avesse già fede. La gente ha cultura religiosa ma spesso non ha fede».
Suor Anna è sarda, è entrata a diciannove anni. Repubblica Centroafricana per trent’anni, poi Verona a curare la rivista delle comboniane. Ha chiesto di essere mandata in Sicilia. «Mai avrei pensato di trovare famiglie così povere. Mi ha sconvolto questa povertà», dice con una voce che si incrina. «Il bisogno delle persone di raccontarsi, di trovare qualcuno che accogliesse la propria pena, la difficoltà di vivere in una società dove nessuno ti vede. Qui è come in Africa. Qui è la mia Africa».
C’è anche suor Franca. Mozambico, tre cambi di missione, poi il Portogallo. «Fra le lacrime», racconta. «L’Africa mi aveva già rubato il cuore. La mia è stata un’obbedienza sofferta e offerta al Signore». Poi il Messico, e di nuovo il Mozambico. Là ha rischiato la vita, è sopravvissuta a un attentato. «Dio mi ha protetto e salvato», dice semplicemente. E ora è qui a Palermo, a testimoniare l’amore del Signore ai poveri.
Quando finiscono di parlare, nel silenzio, capisco una cosa. Queste donne hanno passato la vita a cercare l’Africa, pensando che fosse un continente lontano. E l’hanno trovata qui, dietro l’angolo, nelle strade di una città italiana dove nessuno guarda più nessuno. L’Africa non è un luogo geografico. È una condizione dell’anima. È dove l’uomo è solo, è povero, è invisibile. «I poveri li avrete sempre con voi», dice Gesù in Giovanni 12,8. Non è una rassegnazione, è un appuntamento.

Il testamento di Gesù
Il 31 dicembre andiamo alla Mensa Caritas, al Centro San Carlo Borromeo. Si lavora, si serve, si pulisce. Si canta, si sorride e si ride, tanto. Chi guida e accompagna tutto e tutti è Giovanna Conigliaro. Allegra, dinamica, incontenibile, entusiasta, sembra non stancarsi mai. I volontari e i ragazzi che qui svolgono il servizio civile la seguono con un affetto che trabocca dai loro sguardi. Ogni problema viene sottoposto a lei e risolto in un attimo con salomonica fermezza e saggezza. A pranzo mangiamo lì, tutti insieme, ma solo dopo aver servito chi è venuto a chiedere un piatto caldo. Si dà da mangiare a chi ha fame di cibo e di sguardi gentili, di volti sorridenti. Per i poveri, diceva Gandhi, Dio è un pezzo di pane. Per me Dio è il pane ma anche la mano che lo spezza e lo porge. Il sorriso che lo accompagna.
Nel pomeriggio, padre Salvino ci guida nella riflessione su Giovanni 13. La lavanda dei piedi. Il testamento di Gesù. Al centro del tavolo ci sono una brocca, una catinella, un asciugamano. «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi». Il segno di un amore concreto, che si fa servizio al fratello, soprattutto al più povero, al più solo. Non serve aggiungere altro.
Alla sera, cena e tombolata. Ci meritiamo anche un po’ di leggerezza, dopo tre giorni così. Poi, alle undici, adorazione eucaristica e Te Deum. A mezzanotte, invece dei botti, c’è un momento di festa sobrio, ma vero. Il nuovo anno è un dono e lo accogliamo con gratitudine, un po’ di spumante e una fetta di panettone, anche noi. Non è il Capodanno della televisione, quello degli auguri e dei propositi che dureranno tre giorni. È il Capodanno di chi ha capito che servire è più importante che essere serviti. E che la vita può avere un senso solo se la si dona.

Morire a sé stessi
Il primo gennaio ci svegliamo tardi. Messa alle dieci, poi condivisione. Ognuno dice cosa si porta a casa. Alcuni parlano di conversione, altri di scoperta, altri ancora non riescono a dire niente perché hanno il nodo in gola. Va bene così. Non tutto si può spiegare. Dio vede, sa e ascolta. Basta questo.
Nella preghiera finale, quella della generosità che ci era stata consegnata il primo giorno e che abbiamo recitato in questi giorni, c’è una riga che all’inizio suona strana: «Insegnami ad amare sempre gratuitamente, a lavorare senza preoccuparmi del riposo». Sembra masochismo. Ma poi capisci: non è questione di soffrire per soffrire. È questione di non pensare al tornaconto. Di dare senza calcolare. Di servire senza aspettare la pacca sulla spalla. Di dimenticarsi di se stessi perché al centro della tua vita hai già messo l’altro.
Alla fine del ritiro, prima di andarcene, recitiamo il «Saluto alle virtù» di Francesco. È un testo del Duecento. Ma c’è una frase che vale tutto il resto: «Non c’è proprio nessuno in tutto il mondo che possa avere una sola di voi, se prima non muore a sé stesso».
Morire a sé stessi. Francesco lo aveva capito davanti al lebbroso. Quelle quattro suore comboniane lo hanno vissuto in Africa e a Palermo. Noi, forse, lo abbiamo solo intravisto in questi pochi giorni. Ma è già qualcosa.
Nei giorni seguenti continuo a pensare a quella brocca, a quella catinella, a quell’asciugamano. Alle quattro suore sessantenni che hanno trovato la loro Africa a Ballarò. Ai ragazzi del Centro Astalli che cercano solo un posto dove stare. A Francesco che abbracciava i lebbrosi e gli sembrava dolce quello che prima gli sembrava amaro. A Gesù che lava i piedi agli apostoli la sera prima di morire.
Il Capodanno alternativo non è per tutti, lo so. C’è chi preferisce il cenone, il brindisi, i fuochi d’artificio. E ci sta. Ma ho scoperto che esiste un altro modo di festeggiare. Un modo che non fa rumore, non va sui social, non ti dà niente in cambio. Solo una domanda, insistente, che ti resta dentro: e tu, cosa hai fatto o cosa fai per i tuoi fratelli?
È una domanda scomoda. Ma forse è l’unica che vale la pena farsi mentre l’anno vecchio se ne va e quello nuovo bussa alla porta. Francesco la faceva ottocento anni fa. Quelle quattro suore se la fanno ancora oggi. E noi? Noi ci proviamo. Almeno ci proviamo. Forse.