La famiglia nel bosco: storia di un equilibrio fragile tra libertà, responsabilità e incomprensione

Ci sono storie che sembrano uscite da un libro di favole: case di pietra in mezzo ai boschi, bambini scalzi che imparano dal vento e genitori che cercano, forse con ostinazione, una vita più essenziale.

E poi ci sono le stesse storie osservate da vicino, senza il filtro romantico: luoghi che diventano troppo isolati, scelte educative che oltrepassano i confini, fragilità economiche che si trasformano in rischio.

La vicenda della famiglia nel bosco di Palmoli, in provincia di Chieti, vive proprio in questo spazio ambiguo: tra l’idealismo e il pericolo, tra la libertà e il dovere, tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che si deve garantire.

Nel novembre 2025 il tribunale per i minori dell’Aquila ha deciso di sospendere la responsabilità genitoriale di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, una coppia italo-anglosassone che da anni aveva scelto per i propri tre figli — due gemelli di sei anni e una bambina di otto — un’esistenza fuori dai canoni. Una storia che ha attraversato giornali, talk show, social network: raccontata, discussa, strumentalizzata. Ma che continua ad avere al centro tre bambini e due genitori che dicono di aver fatto tutto “per amore”.

La casa di pietra e l’allarme dei servizi sociali

La vicenda inizia nel settembre 2024 con una chiamata ai soccorsi: un’intossicazione alimentare da funghi. Una richiesta d’aiuto che diventa, per legge, una segnalazione.

una casa rurale in pietra, senza impianto idraulico né rete fognaria, senza servizi igienici;

un tenore di vita essenziale, forse troppo; entrate economiche discontinue; e soprattutto tre bambini che non frequentano la scuola.

Nei rapporti dei servizi sociali emergono parole attente ma severe: condizioni di disagio abitativo, necessità di tutela, educazione non conforme all’obbligo scolastico.

La macchina della protezione si mette in moto. E come spesso accade, una volta avviata non è facile fermarla.

L’allontanamento: una notte senza rumore

Il 20 novembre 2025 gli assistenti sociali, insieme alle forze dell’ordine, eseguono l’ordinanza del tribunale dei minori di Chieti: i tre bambini vengono allontanati dalla casa e portati in una comunità insieme alla madre.

Il padre, Nathan, resta nel casolare. Solo, spaesato. Mi manca la mia vita, racconta ai microfoni di una nota trasmissione televisiva.

La psicologia di un allontanamento è sempre la stessa: non è un taglio netto, ma una frattura invisibile. Si spezza l’equilibrio, si spezza la quotidianità, e soprattutto si spezza l’illusione — legittima, umana — che l’amore basti a proteggere.

Unschooling: la libertà educativa che la legge non vede

Al centro del caso c’è una scelta: l’unschooling.

Non homeschooling, che in Italia è regolato e prevede verifiche annuali, ma un metodo educativo radicale, basato sull’assenza di programmi, di compiti, di lezioni strutturate.

Loro hanno imparato a leggere e scrivere da soli, racconta la madre Catherine.

Parole che raccontano un ideale educativo affascinante, fatto di lentezza e autonomia, ma che si scontra con un sistema che chiede prove, certificazioni, percorsi formali.

L’Italia riconosce il diritto all’istruzione, ma anche l’obbligo di garantirla. E in questa cornice normativa il sogno di Catherine e Nathan diventa un vuoto giuridico.

Dal punto di vista psicologico, l’unschooling è un terreno complesso:

  • può favorire creatività e identità libera,
  • ma rischia di negare ai bambini quelle competenze sociali e strutturali che li proteggono nel mondo reale.

Il problema non è il bosco, ma la solitudine educativa. La frattura con l’avvocato, le incomprensioni, la lingua come confine. L’avvocato Giovanni Angelucci, incaricato di difendere i genitori, decide di rinunciare al mandato: afferma che la coppia avrebbe rifiutato ogni proposta di aiuto, inclusa la ristrutturazione della casa.

I genitori però smentiscono. Parlano di incomprensioni. Di una lingua che non è la loro madrelingua. Una barriera invisibile che, ancora una volta, genera distanza, sospetto, confusione.

La storia psicologica di questa famiglia è una storia di mancati incroci: tra loro e le istituzioni, tra il loro lessico e quello dei servizi, tra ciò che volevano dire e ciò che è stato compreso.

Libertà o trascuratezza? La zona grigia che divide il Paese. Il dibattito mediatico è esploso: c’è chi parla di abuso istituzionale e chi di tutela necessaria; chi vede in Catherine e Nathan dei genitori alternativi ma amorevoli e chi, invece, dei visionari irresponsabili.

In realtà la verità sta, come spesso accade, nella zona grigia.

La famiglia nel bosco non è la storia di un reato, né quella di una fiaba. È il racconto di un confine sottilissimo: quello tra un modello educativo libero e una possibile trascuratezza; tra la scelta di vivere fuori dagli schemi e la capacità — o incapacità — di garantire ai figli ciò che la legge considera essenziale.

Tre bambini sorridono in una comunità, una madre li accompagna ogni giorno, un padre li attende nel silenzio di un casolare.

E un Paese intero discute, giudica, commenta. Il bosco come metafora, Il bosco, nella psicologia simbolica, rappresenta il luogo dell’esplorazione, dell’intuizione, ma anche dell’ignoto.

La famiglia di Palmoli aveva scelto di viverci dentro, non solo geograficamente ma esistenzialmente: avevano scelto il sentiero poco battuto.

Ora sono chiamati a uscirne, almeno per un tratto, per dimostrare che quel bosco non era una fuga, ma una scelta consapevole.

E forse, quando la polvere si poserà, resterà una domanda semplice e universale: quanto spazio possiamo concedere alla libertà, senza tradire la responsabilità?

È in questa domanda che si gioca il destino della famiglia nel bosco. E forse il destino di tutte le famiglie che cercano, nel caos del presente, una propria fragile strada verso la felicità.

 

Barbara Fabbroni

 

Come criminologa la dottoressa Fabbroni affronta i casi più attuali del panorama della cronaca nera, dei cold case, dei delitti efferati, dei femminicidi, come: il caso Garlasco, Nada Cella, la Strage di Erba, l’omicidio di Yara Gambirasio solo per citarne alcuni. Offre una rilettura attenta della scena del crimine e delle dinamiche psicologiche che avrebbero portato all’azione omicidiaria.

Come psicologa e psicoterapeuta, ha una lunga esperienza clinica, nel trattamento delle dipendenze affettive e delle psicopatologie di coppia. Autrice di riflessioni critiche sui processi mediatici, affronta i temi con l’autorevolezza di chi conosce le carte e le fragilità umane. Combina la formazione in Analisi Transazionale in una capacità comunicativa empatica, ideale per sensibilizzare il pubblico sui suoi approfondimenti.