La Cartina della felicità: continui bollettini di disgrazie e morte bombardano la nostra serena quotidianità

Il Presidente Mattarella con il Cardinale Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità (foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Carissimi,

scrivo in un momento particolare per la storia mondiale: continui bollettini di disgrazie e morte bombardano la nostra serena quotidianità. I fattori climatici, le scelte militari, i dissesti sociali interpellano e gettano l’uomo in uno stato ansiogeno.

Restiamo attoniti dinanzi alle guerre che insanguinano la Terra, dal Medioriente all’Ucraina, ai conflitti dimenticati sul continente africano. In questi ultimi giorni abbiamo assistito impotenti di fronte alla forza dirompente della Natura, manifestatasi mediante la catastrofe meteorologica del Ciaran, che ha provocato numerosi lutti nel Nord Europa e in Italia. L’umanità sta attraversando un profondo disagio, che si traduce in crisi esistenziale e nervosismi quotidiani.

 “I miei occhi grondano lacrime notte e giorno, senza cessare, perché da grande calamità è stata colpita la vergine, figlia del mio popolo, da una ferita mortale. Se esco in aperta campagna, ecco le vittime della spada; se entro in città, ecco chi muore di fame. Tanto il profeta che il sacerdote hanno percorso il paese che non avevano conosciuto” (Ger 14,17-18).

Il grido accorato dal cuore del profeta Geremia riecheggia ancora, come eco profonda, nell’intimo dell’uomo moderno, con vigore e robustezza. Di certo, il contesto di riferimento descritto nei versetti precedenti è importante per comprendere l’elenco, fornito da Geremia, dei danni prodotti dalla spaventosa siccità (e adesso c’è la fame!) che ha afflitto l’intero paese dopo una sconfitta.

E tale sofferenza ha messo in movimento i falsi profeti che per incontrare il favore della gente imperversano per villaggi e borgate, predicando lo “shalom”, cioè non solo l’assenza di guerra e l’anelito di pace, ma anche la promessa di una vita buona.

Le menzogne attecchiscono bene nel terreno di un popolo che vuole sentire solo parole buone e belle! Ed ecco il lamento di Geremia presuppone una circostanza diversa da quella descritta prima: la guerra, che provocherà la distruzione totale di Gerusalemme, la “vergine figlia del mio popolo”.

Ovunque si volga, il profeta non trova che morte, onnipresente, sia nella città che nella campagna. Poi, allungando lo sguardo in avanti, immagina le autorità religiose (“il profeta e il sacerdote”) esuli “in un paese che non avevano conosciuto”, anticipando così la situazione dell’esilio babilonese in cui si troverà il Regno di Giuda a partire dal 587 a.C.

Carissimi, senza trovare alibi assolutori o tentare di mettere i “pannicelli” caldi su una ferita alquanto profonda e vistosa, dobbiamo sinceramente ammettere che, oggi, la nostra fede deve confrontarsi con lo spaesamento radicale, davanti al quale “né il profeta né il sacerdote comprendono cosa fare” (traduzione ufficiale dell’ultima parte della citazione riportata sopra).

Nel tempo in cui percepiamo chiaramente che al Cristianesimo occidentale viene meno il terreno sotto i piedi e le Chiese cristiane perdono il consenso loro accreditato (cfr. LUCA DIOTALLEVI, Fine corsa. La crisi del cristianesimo come religione confessionale, EDB 2017) ed emerge una paurosa indifferenza verso Dio e coloro che si professano “cristiani”, dobbiamo necessariamente confrontarci con la Parola, per evitare almeno – come denunciato da Geremia – che gli itinerari dei predicatori di certezze a buon mercato non siano brillanti elaborazioni di riletture e strategie che neghino lo stallo e lo stato attuale.

I progetti pastorali, a mio modesto avviso, dovrebbero mettere in premessa che la desolazione attuale sia frutto dei nostri tradimenti e subito dopo aggiungere che la fede proclamata solennemente nella liturgia non possa continuare ad essere smentita nella vita quotidiana.

Capisco bene che il mio atteggiamento rischia di sembrare contrario a quanto il mercato clericale offra, ma penso – fondando il mio intendere nella Scrittura [vedi Giobbe] e nella spiritualità libera da ogni mistificazione [vedi S. Giovanni della Croce] – che siano inevitabili le “notti oscure personali e comunitarie”, durante le quali bisogna ostinatamente osare, ovvero avere l’audacia di rimanere, non fuggire né disperare.

Se avessi riportato il versetto successivo al brano iniziale, avrei dovuto aggiungere la supplica del profeta rivolta a Dio: “Hai forse rigettato completamente Giuda?… Perché ci hai colpiti senza che ci sia per noi la guarigione?”.

Il silenzio di Dio è un giudizio che non intende farsi beffa delle sofferenze del suo popolo, ma obbliga pure noi a guardarci dentro e domandarci, sulla falsariga di Mt 5, 13-16:

il nostro sale ha perso il sapore?

Abbiamo posto la nostra luce dentro un secchio?

Siamo capaci di mostrare al mondo la sfida divina della vita nuova?

Possiamo dirci ancora “cristiani”?

Potrei continuare con il “cahier de doléances” (quaderno delle lamentele), ma ciò potrebbe provocare solo sensi di colpa, da cui diventerebbe impossibile districarsi e si cadrebbe nella depressione collettiva. Tuttavia ciò non può esonerare noi dal farci carico delle nostre colpe, smettendo di denunciare unicamente le difficoltà altrui e, se queste vi fossero, dovremmo fare nostro l’insegnamento di S. Paolo ai Galati (6,2): “Portate i pesi gli uni degli altri”.

Gesù Cristo ha compiuto la sua missione con l’insegnamento e la testimonianza, superando le frontiere religiose e culturali, dando valore alla vita e invitando l’uditorio a rischiare. Pertanto, per le persone che incontriamo ogni giorno cerchiamo di essere il riflesso di Dio, animati da un amore senza frontiere, spinti e solleciti ad essere fratelli di tutti. Con questi sentimenti possiamo nutrire una visione di una spiritualità apostolica allargata oltre il tempo e la patria: tutte le diocesi, un’unica Chiesa in ascolto e in missione.

Cari amici, lo smarrimento che viviamo in questi giorni non può autorizzarci a fuggire il presente che dobbiamo cercare di capire se vogliamo vincere l’indifferenza pervasiva nei confronti del Cristianesimo. Consapevoli dei nostri tradimenti, siamo protesi verso il desiderio di una rinnovata fedeltà a Dio e a questo mondo, che Lui “ha tanto amato” (Gv 3, 16).

Riapriamo i sentieri interrotti e lasciamoci così raggiungere dallo sguardo amorevole del Padre, in un abbandono fiducioso in Lui, che è Bellezza, Sapienza e Verità.

Il nostro capolavoro assoluto è vivere in modo degno.

Auguri di ogni bene,

Ettore Sentimentale         

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