Non è un calciatore prossimo a calcare i campi della serie A, ma si tratta di un francescano spagnolo beatificato da Giovanni Paolo II il 25 settembre 1988 e poi canonizzato da Papa Francesco il 23 settembre 2015. Nato il 24 novembre 1713 a Petra nell’isola di Majorca (Isole Baleari). Risponde alla vocazione religiosa ed entra nell’Ordine dei Frati Minori, come frate prende il nome di Junipero (Ginepro).
Ordinato sacerdote rimane nell’isola e diventa docente presso l’Università Lulliana. La mia curiosità sulla figura del francescano è nata quando qualche anno fa i sinistri manifestanti indianisti, per intenderci, quelli di “Black Lives Matter”, inneggiando alla cultura woke della cancel culture, hanno vandalizzato imbrattando le sue statue di vernice rossa. Per i manifestanti, San Ginipero era un bieco colonialista occidentale che aveva sfruttato gli indigeni americani. Infatti, un certo revisionismo storico ha messo Serra sul banco degli imputati con l’accusa di aver requisito terre di proprietà dalle tribù pellerossa, aver ridotto virtualmente in schiavitù i nativi americani, aver soppresso le loro tradizioni e averli convertiti forzatamente al cattolicesimo. Accuse che non hanno impedito al processo di canonizzazione di andare avanti. Ma che sono periodicamente riemerse.
Proprio per ribadire la santità di vita del missionario spagnolo il 2 maggio 2015 in Vaticano si tenne una giornata di studio in suo onore culminata con una messa presieduta da Papa Francesco. Nell’omelia il Papa ha definito il Beato Serra “uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, un santo esempio dell’universalità della Chiesa e patrono speciale del popolo ispanico del Paese”. Ho letto una sintetica biografia che ha offerto l’Editrice Velar della Libreria Elledici (2012) di Gianmaria Polidoro: “Beato Junipero Serra. Apostolo della California”. Nell’introduzione il volumetto mette subito in risalto, per evidenziare la grande importanza del francescano, che esiste nella Sala del Campidoglio a Washington D.C. una statua del francescano insieme ad altre statue di illustri personaggi fondatori degli Stati Uniti. Tra gli studi filosofici di Serra, in particolare c’è quello legato al beato Raimondo Lullo (grande filosofo francescano medievale) morto a Majorca il 29 giugno del 1316.
Frate Junipero desideroso di essere missionario nelle lontane Americhe, quando aveva 35 anni i superiori gli concedono di recarsi in America. Arrivò a Veracruz e per raggiungere la lontana Città del Messico, il frate la raggiunse a piedi. Nel Collegio San Ferdinando, insieme al suo amico frate Palou, che gli fu sempre vicino, rimasero incardinati per tutto il periodo di missione. Dopo cinque mesi, si recarono in missione nella Sierra Gorda, per evangelizzare gli indigeni del posto, con una metodologia, che poi sarà quella caratteristica del francescano, annuncio evangelico, nello stesso tempo, organizzazione sociale sotto l’autorità dei missionari. L’autore del testo anticipa un certo giudizio non positivo sull’evangelizzazione in generale, anche perché il comportamento rozzo dei militari spagnoli, che operavano insieme ai missionari, non sempre era esemplare. Ma a quei tempi, non era meglio in altre zone non sottoposte all’Impero spagnolo. “Facendo tesoro della propria provenienza contadina, unita ad un entusiasmo instancabile ed alla sua voglia di impegno, frate Junipero si diede tutto all’insegnamento del catechismo, offrendo contemporaneamente agli indigeni istruzione sul modo di portare avanti l’agricoltura ed avviare le costruzioni”. Il frate spagnolo si è sottoposto a un duro lavoro, sia per lo studio continuo della lingua e delle abitudini degli indigeni, ma soprattutto perché doveva affrontare distanze enormi in luoghi quasi senza strade, trascinando il forte dolore al piede ed alla gamba sinistra. Dopo la soppressione dei Gesuiti dai territori sotto l’influenza spagnola, presero il loro posto i francescani. Agli inizi del 1769 guida la grande spedizione verso l’Alta California, per anticipare le possibili invasioni da parte dei russi e degli inglesi. In questa impresa si registra la cooperazione tra l’Ispettore Generale di Carlo III, Giuseppe De Galvez, e frate Junipero.
Galvez aveva lo scopo di introdurre risorse per le casse reali, mentre il frate intravedeva le potenzialità religiose: convertire al cattolicesimo gli indigeni. Durante questa spedizione nacque il famoso Diario di frate Junipero, che copre il periodo 28 marzo- 1° luglio 1769. Una spedizione dove l’intento era di civilizzare e cristianizzare nello stesso tempo le popolazioni. Polidoro è consapevole che questo approccio di evangelizzare i popoli può non essere compreso e frainteso, dai noi che viviamo nel XXI secolo, tuttavia, dobbiamo avere la capacità di comprendere che erano altri tempi. La missione prese il nome di “El Camin Real”, che iniziava dal confine messicano per raggiungere Monterey.
Iniziava così l’epopea delle Missioni californiane, ben 21 create dai frati spagnoli. Il metodo era semplice ed efficace scrive Polidoro, francescani e truppe spagnole avevano interessi convergenti. Certo i frati partivano da luoghi sicuri, come i fortini spagnoli, era una unione che certamente tutelava l’incolumità dei frati. Ma questo per certi versi rallentava l’evangelizzazione, poiché i nativi erano intimiditi dalla presenza dei militari. Intimiditi fino ad un certo punto scrive Polidoro perché gli indigeni non sempre accettarono il Vangelo, ci furono i momenti di reazione violenta contro gli spagnoli. Per quanto riguarda la predicazione, il metodo era quello come ai primi tempi del Cristianesimo, egli raccontava la vita di Gesù e ne spiegava l’importanza per l’umanità. L’apologetica si basava molto sulla Beata Vergine Maria, madre di Dio e di tutti gli uomini.
Lo studio cerca di descrivere i momenti più importanti di questa scoperta, conquista ed evangelizzazione delle terre di California. Utilizzo la splendida tripartizione che ha fatto a suo tempo, il professore argentino Alberto Caturelli, nel suo splendido studio, “Il nuovo mondo riscoperto”. Con l’indicativo sottotitolo: “La scoperta, la conquista, l’evangelizzazione dell’America e la cultura occidentale”. (Edizioni Ares, 1992), il professore si riferiva al dopo Cristoforo Colombo. “Le Missioni – scrive Polidoro – erano costituite da un luogo dei frati ed un presidio di militari, cosa questa che nei secoli a venire è stata occasione di polemiche per una evangelizzazione portata avanti insieme ad una conquista”. Anche se frate Junipero non amava tanto questa commistione dopo qualche tempo spostò la Missione verso l’entroterra, distante dal presidio militare. I rapporti con i governatori spagnoli non furono sempre idilliaci, in particolare con Felipe De Neve, fortemente influenzato dalle idee illuministe importate dalla Francia, apprese da Jean-Jacques Rousseau.
Impregnato da queste idee il governatore si scontrò la progettualità dei frati. Era convinto che occorreva separare l’amministrazione civile da quella religiosa, in modo da rendere i nativi più liberi nella loro scelta di vita. E’ la solita favola illuministica rivoluzionaria, che ha portato tanto male alla società. Una risposta chiara e netta a tutti i pregiudizi ideologici sull’evangelizzazione in America l’ha data Giovanni Paolo II nel 1992 in occasione del cinquecentenario della Scoperta dell’America ha detto: “Pregiudizi politici, ideologici e anche religiosi, hanno voluto presentare solo negativamente la Storia della chiesa in questo continente”. Tuttavia, ci sono, “più luci che ombre se pensiamo ai frutti duraturi di fede e di vita cristiana del continente”.
DOMENICO BONVEGNA
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