E’ morto Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate Rosse. Il decesso è avvenuto l’11 aprile 2025.
Fu il primo brigatista rosso a entrare in clandestinità. Dopo diverse condanne prende le distanze dalla violenza politica. Lascia il carcere nel 1992
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Il giorno dell’arresto non venni maltrattato probabilmente perché non avevo fatto fisicamente del male a nessuno. Non personalmente, intendo; il periodo dei sequestri era iniziato ma in sordina, anche se non avevo avuto l’onore di parteciparvi in prima persona. Quello era un compito che spettava ai grandi, e io e gli altri potevamo solo renderci utili nelle commissioni, come quella rapina. Una commissione un po’ estrema, direte voi, ma se credete quando vi dico che non una lira di quei bottini veniva spesa per altro che non fosse la sovvenzione della nostra vita elementare e dell’attività che credevamo necessaria per salvare il Paese… dovete credere anche se vi dico che non era né più né meno come un prelievo al bancomat per noi. Prendere soldi alle banche, non alle persone che ci avrebbero rimesso. Le banche erano assicurate, erano lo Stato, erano la malattia da contenere, limitando i danni e amputando le parti in cancrena… e noi eravamo la cura.
Il periodo che seguì l’arresto fu strano. Non sentivo la vergogna addosso per essere ormai un carcerato, un prigioniero, uno di “quelli”, insomma. Avevo passato troppi anni della mia vita da clandestino a immaginare come sarebbe stato e a prepararmi all’eventualità degli anni di galera, per non sapere cosa aspettarmi. Traslochi, scomodità, malinconia, mancanza di una donna, noia, noia e ancora noia. Erano già cose che avevo provato essendo un brigatista! Spostarmi di continuo, non avvicinare gente nuova troppo spesso, fidarmi poco e studiare attentamente le situazioni, riflettere su ciò a cui rinunciavo e decidere per il meglio, spendere tempo a pensare senza agire per poi poter agire meglio… praticamente ero già stato in galera! Ma non si può condensare un trentennio di esistenza con una frase, non si può liquidare la sensazione che aveva riempito i nostri cuori per così tanto, quella di essere nel giusto, con la lapidaria affermazione: “Mi sono sbagliato.” Anche la mia vita prima di entrare nelle Br, era stata una specie di prigione: quella dell’insensatezza, della mancanza di significato, della noia e delle domande senza una risposta sulla strada che stavamo prendendo tutti noi. La prigione in cui dico d’aver vissuto all’interno delle Br era una galera strana, che mi preservava dalle cose del quotidiano e dalle piccole abitudini con cui la gente si riempiva la vita: moglie, figli, lavoro stabile, cecità assoluta sul mondo fuori dal proprio salotto, indifferenza gli uni per gli altri, egoismo burocratizzato… tutto ciò che avevo sempre voluto allontanare da me, nelle Br certo non dovevo più temerlo, e le occasionali mancanze che sentivo le allontanavo consolandomi della grandezza dei nostri ideali.
Quando in carcere persi tutte e due le cose, cominciai a sentirmi dunque un po’ spaesato, ma durò poco. Dicendo che eravamo temprati, intendo dire che davvero eravamo pronti a tutto. C’era il rito di bruciare le carte d’identità quando si entrava nel gruppo, che rappresentava la rinuncia a tutto ciò che si aveva alle spalle, e probabilmente anche a qualunque futuro fuori dalla lotta; io avevo superato quel rito, e avevo combattuto, rapinato, viaggiato su e giù per l’Italia, portato messaggi scottanti, a gente libera o carcerata, e persino meditato e riflettuto su sequestri ai danni di persone che non conoscevo e non mi avevano fatto niente, ma che erano responsabili e rappresentativi di ciò che doveva essere punito. Ero pronto a tutto, e il carcere ordinario non mi spaventava. Certo, dopo la metà degli anni Settanta molti di noi vennero promossi da rapinatori ad attentatori dello Stato, e quando cominciò la giostra dei famigerati “speciali” d’Italia, il carcere regolare mi mancò terribilmente. Passò, anche se non abbastanza in fretta.
Ciò che invece non avevo preventivato era lo spavento che avrei provato uscendo; un giorno sarei stato liberato, lo sapevo, perché non ero fra committenti, ispiratori o peggio, esecutori di omicidi, e avrei trovato fuori un mondo diverso, cambiato, moderno in un modo che non avrei compreso, un mondo in cui un brigatista, dissociato o meno, non avrebbe trovato posto. Dopo dieci, venti o trent’anni cristallizzati nel tempo di una parentesi grigia, aperta e lasciata sempre uguale, mi chiedevo a quel punto che diavolo dovevo uscire a fare.
Possiamo chiamare questi pensieri una piccola depressione, tutt’altro che inspiegabile considerato che avevo già passato molti anni nei carceri più duri d’Italia, che oggi nemmeno esistono più; è in quel periodo che ho conosciuto i miei compagni di viaggio, un viaggio strano, fatto da fermi, verso una destinazione che forse avevamo abbandonato tempo prima. Spesso ho pensato che era un viaggio indietro nel tempo, verso i valori che avevamo allontanato da giovani; uscire di prigione per essere dimenticati, andare a nascondersi nell’anonimato provinciale del nord est, dove un uomo di mezza età può sperare di fare la spesa e spedire una lettera senza essere additato come ex galeotto, sposare una qualunque perpetua per non farsi venire strani pensieri a tarda sera, magari riprodursi pur di non pensare, non riflettere, non farsi più nessuna domanda. Imborghesirsi per sopravvivere, coltivare ideali di basso profilo e aspirazioni non più che mediocri, farsi imbrigliare dalle meschine necessità di tutti i giorni per non finire ubriachi con una canna in bocca piangendo e chiedendosi perché.
Per molti di noi è stato così. Qualcuno poi la canna se l’è spinta in gola davvero, e qualcuno ha anche premuto il grilletto. Qualcuno ha fatto buon viso a cattivo gioco e ha finto di aver capito la lezione, annegando la propria coscienza in qualche landa sperduta dell’Italia o della propria anima, oppure si è dato alla macchia del tutto. Io ho scelto altre cose; mi sono sacrificato alla vergogna e ho voluto dare alla mia esperienza un significato, facendone la mia attività di ogni giorno invece di dimenticarla alla prima boccata d’aria fresca. La mia versione della canna in bocca sarebbe stato proprio pretendere che non fosse successo niente, fingere che in un mondo reale e giusto un ragazzo potesse davvero andare a dormire meno che trentenne e svegliarsi a cinquant’anni in un mondo diverso e senza ricordare nel mezzo un singolo attimo di vita che avesse avuto senso.
Tratto dal romanzo Il picciotto e il brigatista – Fazi editore

