di Andrea Filloramo
Tra i temi che hanno caratterizzato con maggiore continuità il magistero della Chiesa Cattolica nel corso del Novecento e dei primi decenni del XXI secolo, la pace occupa senza dubbio un posto centrale.
La pace per la Chiesa non è uno slogan, una parola vuota, spesso strumentalizzata dalla politica o ridotta a un cliché nei dibattiti globali, ma un impegno quotidiano e concreto, è una scelta di vita fatta di dialogo, giustizia sociale, empatia e rispetto per i diritti umani, che impegna gli Stati ed ogni singolo cittadino.
Fino a quando essa non sarà considerata una responsabilità condivisa e un valore da coltivare quotidianamente, continueranno a persistere conflitti, disuguaglianze e forme di violenza che ostacolano il progresso e la convivenza tra i popoli.
La pace richiede un lavoro costante per superare le divisioni e costruire ponti, sia nelle piccole relazioni personali sia nelle dinamiche globali.
E’ un cammino lungo e paziente che si costruisce giorno dopo giorno; è la volontà di lottare contro ogni forma di ingiustizia e disuguaglianza e l’abbandono di ogni logica di prevaricazione e l’adozione dell’ascolto attivo; è accoglienza che è l’opposto alla remigrazione, un termine utilizzato con connotazione eufemistica per indicare l’espulsione, il ritorno forzato o la deportazione di persone immigrate, inclusi i loro discendenti, verso i Paesi di origine etnica o geografica.
I Papi che si sono succeduti dall’inizio del secolo scorso fino ai nostri giorni hanno vissuto epoche profondamente diverse: due guerre mondiali, la Guerra fredda, i conflitti regionali, il terrorismo internazionale e le più recenti guerre in Europa e in Medio Oriente.
Nonostante la varietà dei contesti storici, tutti hanno sentito il dovere di richiamare l’umanità alla pace, considerandola non soltanto un obiettivo politico, perché richiede istituzioni, leggi e relazioni internazionali che prevengano i conflitti; ma un valore morale e spirituale fondamentale, perché coinvolge le scelte e le responsabilità di ogni persona.
Già agli inizi del Novecento, mentre l’Europa si avviava verso la catastrofe della Prima guerra mondiale, il papato manifestò una crescente preoccupazione per l’inasprirsi delle tensioni internazionali.
Fu soprattutto Benedetto XV, eletto nel 1914, a fare della ricerca della pace il tratto distintivo del proprio pontificato. Di fronte a un conflitto che coinvolgeva gran parte delle nazioni europee, il pontefice cercò ripetutamente di favorire mediazioni diplomatiche e denunciò la guerra come una «inutile strage», espressione destinata a rimanere nella memoria storica come una delle più severe condanne della violenza bellica.
Negli anni successivi, tra le due guerre mondiali, Pio XI richiamò frequentemente i popoli alla concordia e mise in guardia contro le ideologie totalitarie e i nazionalismi esasperati che minacciavano la convivenza internazionale.
Il suo successore, Pio XII, si trovò ad affrontare la tragedia della Seconda guerra mondiale. Sebbene il suo operato sia stato oggetto di dibattito storico, è indubbio che egli moltiplicò gli appelli per evitare il conflitto e per alleviare le sofferenze provocate dalla guerra.
Con Giovanni XXIII il tema della pace assunse una dimensione ancora più universale. Nel 1963, in piena Guerra fredda e pochi mesi dopo la crisi dei missili di Cuba, pubblicò l’enciclica Pacem in Terris, uno dei documenti più importanti della dottrina sociale della Chiesa. In essa la pace non veniva concepita semplicemente come assenza di guerra, ma come il risultato di un ordine fondato sulla verità, sulla giustizia, sulla libertà e sul rispetto della dignità umana. Questo approccio avrebbe influenzato profondamente il pensiero cattolico contemporaneo.
Paolo VI proseguì su questa strada e diede al messaggio di pace una forte dimensione internazionale. Nel celebre discorso pronunciato alle Nazioni Unite nel 1965, rivolse ai rappresentanti dei popoli del mondo l’appello «Mai più la guerra!». Con lui la Santa Sede consolidò il proprio ruolo morale nel richiamare la comunità internazionale alla cooperazione e al dialogo.
“Di pace hanno fame e sete tutti gli uomini, specialmente i poveri che nei turbamenti e nelle guerre pagano di più e soffrono di più; per questo guardano con interesse e grande speranza al convegno di Camp David. Anche il Papa, ha pregato, ha fatto pregare e prega perché il Signore si degni di aiutare gli sforzi di questi uomini politici…».
È stato questo il breve discorso fatto all’Angelus di quel settembre 1978 da Giovanni Paolo I, che è stato Papa per 33 giorni. Egli alla vigilia del summit sul conflitto arabo-israeliano negli Usa invitava a pregare per la pace i leader politici di tre diverse fedi.
Alla sua insistente preghiera univa l’affermazione rimasta famosa per descrivere l’amore intramontabile e la misericordia verso di noi da parte di Dio: «È papà; più ancora è madre. Non vuol farci del male; vuol farci solo del bene, a tutti». E lo ha fatto richiamando un passo dei testi sacri dell’islam: «C’è una notte nera, una pietra nera e sulla pietra una piccola formica; ma Dio la vede, non la dimentica».
Durante il lungo pontificato di Giovanni Paolo II, la promozione della pace divenne uno dei pilastri dell’azione pastorale e diplomatica della Chiesa. Il pontefice polacco intervenne contro numerosi conflitti, sostenne il dialogo tra religioni e culture e promosse incontri di preghiera per la pace ad Assisi, convinto che la riconciliazione tra i popoli passasse anche attraverso la collaborazione tra le diverse tradizioni religiose. Le sue prese di posizione contro la guerra del Golfo e contro l’intervento militare in Iraq testimoniano la costanza del suo impegno.
Anche Benedetto XVI dedicò grande attenzione al tema, sottolineando il legame tra pace, giustizia e sviluppo umano. Secondo il suo insegnamento, la pace non può essere costruita soltanto attraverso accordi politici, ma richiede il rispetto della dignità della persona, della libertà religiosa e dei diritti fondamentali.
“Mai più violenza! Mai più guerra! Mai più terrorismo! In nome di Dio ogni religione porti sulla terra Giustizia e Pace, Perdono e Vita, Amore!”. Con questo rinnovato impegno alla concordia tra i popoli Benedetto XVI ha chiuso la Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo, a venticinque anni esatti dal primo incontro convocato dal suo predecessore, Giovanni Paolo II.
Papa Francesco ha riportato il tema della pace al centro del dibattito mondiale in un’epoca segnata da conflitti diffusi e spesso dimenticati. Le sue parole sulla «terza guerra mondiale a pezzi» esprimono la convinzione che la violenza contemporanea, pur frammentata in numerosi scenari, rappresenti una minaccia globale. I suoi continui appelli per la cessazione delle guerre, per il dialogo e per la tutela delle vittime civili mostrano una linea di continuità con i suoi predecessori.
Per Papa Leone XIV, infine, mentre emergono nuove forme di nazionalismo che costruiscono muri invece di favorire l’incontro tra i popoli, ha affermato che non c’è spazio per pregiudizi e atteggiamenti che separano le persone, e che la pace è uno dei temi centrali del suo pontificato, una pace «disarmata e disarmante», fondata sul dialogo, sulla riconciliazione e sul rifiuto della guerra come soluzione ai conflitti.
Negli ultimi mesi ha ripetuto più volte appelli a: promuovere il dialogo tra i popoli; cercare soluzioni senza ricorrere alle armi; pregare e lavorare concretamente per la pace; contrastare l’odio e la violenza. Una frase che riassume bene il suo messaggio è: «La pace sia con tutti voi», che ha scelto come tema della Giornata Mondiale della Pace.
La cosiddetta “remigrazione”, intesa come espulsione degli stranieri in quanto stranieri, per Leone XIV non rappresenta una risposta conforme ai principi cristiani.
Il Papa lo ha detto, parlando con i giornalisti mentre lasciava Castel Gandolfo. “Semplicemente dire: noi mandiamo via, così ci laviamo le mani del problema, non mi sembra la risposta più cristiana”. Ha così richiamato le considerazioni già espresse durante il recente viaggio nelle Canarie e ribadendo che la questione migratoria deve essere affrontata a partire dal rispetto della dignità umana e dalla comprensione delle cause che costringono milioni di persone a lasciare la propria terra.
Nel suo messaggio per la 111.ma giornata del migrante e del rifugiato 2025, fra l’altro, scrive: “Il contesto mondiale attuale è tristemente segnato da guerre, violenze, ingiustizie e fenomeni meteorologici estremi, che obbligano milioni di persone a lasciare la loro terra d’origine per cercare rifugio altrove. La generalizzata tendenza a curare esclusivamente gli interessi di comunità circoscritte costituisce una seria minaccia alla condivisione di responsabilità, alla cooperazione multilaterale, alla realizzazione del bene comune e alla solidarietà globale a vantaggio di tutta la famiglia umana. La prospettiva di una rinnovata corsa agli armamenti e lo sviluppo di nuove armi, incluse quelle nucleari, la scarsa considerazione degli effetti nefasti della crisi climatica in corso e le profonde disuguaglianze economiche rendono sempre più impegnative le sfide del presente e del futuro.”
Naturalmente, ogni pontefice ha interpretato la missione di promuovere la pace secondo la sensibilità del proprio tempo e con strumenti differenti. Alcuni hanno privilegiato l’azione diplomatica, altri il dialogo interreligioso, altri ancora l’elaborazione di una riflessione etica e sociale più ampia.
Al di là, tuttavia, delle differenze storiche e personali, emerge una costante significativa: dall’inizio del Novecento fino a oggi, il papato ha considerato la pace come una responsabilità universale e come uno dei valori fondamentali da proporre all’umanità. In questo senso, l’appello alla pace rappresenta uno dei fili conduttori più evidenti e duraturi della storia contemporanea della Chiesa cattolica.
