È morta Eva Schloss, ma la sua testimonianza parla ancora ai ragazzi

di Roberto Malini

È morta a Londra il 3 gennaio 2026, all’età di 96 anniEva Schloss, sopravvissuta ad Auschwitz, scrittrice e infaticabile educatrice della memoria. Per molti, il suo nome è legato alla vicenda di Anne Frank: Eva, nata Eva Geiringer a Vienna nel 1929, divenne in seguito la figliastra di Otto Frank, e dunque sorellastra acquisita di Margot e Anne. Ma sarebbe riduttivo ricordarla soltanto per questo legame, quasi fosse un’ombra riflessa dalla luce di un altro destino. Eva Schloss è stata, fino all’ultimo, una voce autonoma e coraggiosa, una donna che ha trasformato la sopravvivenza in compito, la ferita in testimonianza, la memoria in scuola.

La sua storia, come quella di tante famiglie ebree nel cuore del Novecento, è fatta di fughe e di speranze spezzate. Dopo l’Anschluss, i Geiringer cercarono salvezza trasferendosi prima in Belgio, poi nei Paesi Bassi. Ad Amsterdam vissero non lontano dalla casa in cui Anne Frank avrebbe scritto il Diario che avrebbe parlato al mondo. Ad Amsterdam, Eva e Anne Frank, coetanee e vicine di casa, divennero amiche e per un breve tempo giocarono spesso insieme, prima che la persecuzione spezzasse ogni normalità. Poi, dal 1942, arrivò l’ora della clandestinità, l’ora in cui una città intera diventò un labirinto di terrore. Nel maggio del 1944, a seguito di una delazione, Eva e la sua famiglia vennero catturati e deportati ad Auschwitz-Birkenau. Suo padre e suo fratello non tornarono. Eva e sua madre furono liberate dall’Armata Rossa il 27 gennaio 1945. Da quel punto in poi, la vita avrebbe potuto ridursi a un semplice ritorno. Ma lei scelse un’altra strada, quella non vivere soltanto per sé, ma anche per gli altri, e soprattutto per chi sarebbe venuto dopo.

Per decenni, Eva Schloss è stata una delle testimoni più instancabili della Shoah: ha parlato nelle scuole, nei teatri, nei luoghi della formazione, della cultura e della coscienza. Ha fatto ciò che richiede la forza più rara: ripetere l’orrore senza trasformarlo in rito, raccontare senza abituare, ricordare senza spettacolarizzare. Portava ai giovani non soltanto la storia di Auschwitz, ma la storia di ciò che lo precede: la normalità infranta, la violenza che cresce a poco a poco, l’umiliazione che diventa sistema, la propaganda che diventa legge, l’odio che diventa abitudine. Nelle sue parole, Anne Frank non era un’icona: era una ragazza concreta, un volto vicino, un nome che aveva riso, giocato, sperato. E in quel modo sobrio di raccontare, Eva faceva comprendere una verità decisiva: non si tratta di “un tempo remoto”, ma di un meccanismo umano che può tornare ogni volta che la democrazia si indebolisce e l’indifferenza si allarga.

Nel 1990 Eva Schloss co-fondò l’Anne Frank Trust UK, dedicandosi con lucidità e tenacia a educare le nuove generazioni e a combattere i pregiudizi. Il suo lavoro è stato riconosciuto in tutto il mondo; la notizia della sua morte ha suscitato cordoglio anche ai massimi livelli istituzionali. Ma la sua grandezza non risiede nei riconoscimenti. La rappresenta un’opera più profonda e più rara, che solo alcune vite riescono a compiere. Eva Schloss ha custodito la memoria come un dovere. È stata una scrittrice necessaria perché la sua scrittura era permeata della più autentica responsabilità.

La sua scomparsa è un’altra soglia che attraversiamo, il fenomeno – naturale, ma difficile da accettare – del lento spegnersi dei testimoni diretti. Ogni sopravvissuto che se ne va porta via con sé una qualità irripetibile della verità ovvero la presenza fisica di chi può dire, con voce semplice, “io c’ero”. Per questo la morte di Eva Schloss non è una notizia fra le altre. È un allarme civile. È un richiamo a comprendere che la memoria, se non viene coltivata, si inaridisce e che l’odio, invece, cresce sempre in fretta.

E allora resta un compito, che non è soltanto degli storici, né soltanto delle istituzioni, né soltanto degli insegnanti. È di tutti. Ma soprattutto appartiene ai ragazzi di oggi. Perché la memoria è azione. Non è una pagina immobile, ma una scelta quotidiana. Significa riconoscere la disumanizzazione quando comincia, prima che sia diventata tragedia. Significa evitare di banalizzare l’odio, di accettare l’umiliazione dell’altro come un dettaglio nella storia generale. Significa alzare la mano quando qualcuno viene escluso, difendere chi è bersaglio, imparare a dire “no” anche quando è più facile tacere.

Eva Schloss, con la sua vita, ci ha lasciato un retaggio semplice e definitivo, ci ha sollecitati a riconoscere che la civiltà non è garantita per sempre, ma va protetta. E la protezione più potente, quella che nessun regime può spegnere del tutto, è la memoria che diventa presenza e impegno.

Ritratto in AI e pittura digitale di Eva Schloss