Atti persecutori su un compagno di classe, è stalking

A decretarlo è la quinta sezione penale della Cassazione che poche ore fa ha confermato la tesi espressa dal giudice di secondo grado, respingendo i ricorsi di due studenti minori condannati per diversi reati contro un loro compagno, tra cui quello di averlo costretto ad abbandonare prematuramente i banchi di scuola.

 

Gli studenti che vessano in modo continuo un compagno di classe, sino a creargli forti traumi psicologici, incorrono nel reato di stalking: lo ha stabilito la quinta sezione penale della Cassazione, con la sentenza 26595/18, depositata ieri, attraverso la quale i giudici hanno inquadrato il caso di bullismo continuato ai danni di un allievo, accaduto in una scuola pubblica italiana, come una colpa da includere tra gli “atti persecutori”, con le aggravanti penali che ne conseguono, anche alla luce del comprovato stato d’ansia che si è innescato nella giovane vittima, a seguito della violenza gratuita realizzata dai compagni di classe, così esasperante da impedirgli di continuare la carriera scolastica.

 

Il ragazzino, deriso e anche picchiato per mesi da due coetanei, ha dovuto infatti abbandonare prematuramente la scuola, come ha riportato anche il padre in Tribunale, che ha confermato non solo i cambiamenti psicologici del figlio, ma pure la violenza fisica tramutatasi in segni tangibili. Dinanzi a fatti vessatori di tale portata, pure se attuati all’interno di una scuola, si incorre dunque in quegli “atti persecutori” (previsti dall’articolo 612 bis del Codice Penale), introdotti con il decreto legge 23 febbraio 2009, n. 11, con tutte le aggravanti sanzionatorie e penali che ne conseguono. Per questi motivi, sono stati respinti anche i ricorsi prodotti dai due minori autori dello stalking.

 

La Suprema Corte ha confermato la tesi espressa dal giudice di secondo grado, anche con riferimento alla “ritenuta sussistenza degli altri reati (percosse, lesioni personali) sottolineando, con particolare riguardo allo stalking, la pluralità delle condotte vessatorie poste in essere dai due imputati in danno del minore per tutto il periodo dell’anno scolastico in cui frequentò la scuola, costringendolo, prima, a interrompere la frequenza scolastica e, alla fine, ad abbandonare la scuola, eventi che, avendo determinato un’evidente alterazione delle condizione di vita del minore, integrano, come correttamente ritenuto dal giudice di appello, la fattispecie incriminatrice, di cui all’articolo 612 bis Cp, unitamente all’accertato stato di ansia e di paura per la propria incolumità sica, insorto nel minore”.

 

La notizia è chiara e giunge in un momento storico in cui il bullismo si alimenta di violenza e cresce in maniera incontrollata. Secondo Marcello Pacifico, presidente azionale Anief e segretario confederale Cisal, “il fenomeno del bullismo sta crescendo in modo esponenziale e diventa sempre più necessario correre ai ripari. Non è possibile essere comprensivi, servono dei provvedimenti esemplari, che possano fare da monito.  Non è davvero ammissibile ciò che è successo: basta con il buonismo che non porta a nulla se non a ritrovarci con alunni irrispettosi delle leggi e dell’altro”.

 

“Noi, come sindacato, siamo per la tolleranza zero su certi comportamenti, soprattutto perché non si tratta di episodi, ma di aggressioni mirate, predeterminate e perduranti.  Qualsiasi oggetto abbia, sia essa rivolta a un docente o a uno studente, dopo un esame scrupoloso del caso e avere appurato le responsabilità, la violenza deve comportare l’espulsione immediata dello studente o degli studenti che si rendono artefici di tali azioni. Parallelamente, è ben che si avvii l’iter giudiziario in tutti quei casi in cui ve ne siano gli estremi”.

 

“Il primo fine del nostro lavoro – continua Pacifico – è educare le generazioni del futuro: dobbiamo formare uomini e donne rispettosi e ricolmi di senso civico. Chi compie violenza, a meno che non sia a sua volta portatore di limiti mentali, ha sempre torto e, al di là dei profili penali, deve sapere che non ci può essere alcuna discrezionalità, nemmeno del Consiglio d’Istituto, che possa giustificare alcunché”.

 

“E in tutto questo le famiglie dove sono? La verità è che i genitori dovrebbero collaborare, altrimenti episodi di questo genere non faranno che moltiplicarsi. Noi siamo pienamente d’accordo con la sentenza della Cassazione: si chiamino gli atti di violenza coi loro nomi, cioè reati; solo in questo modo chi si macchia di tali illeciti potrà rendersi conto della gravità della propria azione e ragionare sulla colpevolezza del suo comportamento. E, forse, diventare un buon cittadino”, termina il sindacalista.