Andrea Filloramo & la progressiva chiusura dei seminari minori…

di Andrea Filloramo

La progressiva chiusura dei seminari minori non è dovuta soltanto – come mi fa osservare in una e-mail inviatami G.M lettore di IMGPress – al costo del loro mantenimento, alla diminuzione delle vocazioni sacerdotali o ai cambiamenti della società.

A mio parere, alla base vi è anche una profonda trasformazione del modo di intendere l’adolescenza, l’educazione e il discernimento vocazionale, di cui, i vescovi, dai quali dipendono i seminari, forse hanno preso solo di recente piena consapevolezza.

Vige, tuttavia, ancora il Can. 234 – §1 del Diritto Canonico in cui si legge: “Si mantengano, dove esistono, e si favoriscano i seminari minori o altri istituti simili; in essi, allo scopo di incrementare le vocazioni, si provveda a dare una particolare formazione religiosa insieme con una preparazione umanistica e scientifica; anzi, se lo ritiene opportuno, il Vescovo diocesano provveda all’erezione del seminario minore o di un istituto analogo”.

Costruiamo brevemente la storia: i seminari minori sono nati formalmente tra il XIX e l’inizio del XX secolo. Le loro radici risalgano alla divisione, nei seminari, dei percorsi formativi decisa dalla Chiesa Cattolica per separare i ragazzi più giovani dagli studenti di teologia.

Fino a diversi anni fa, si riteneva che la vocazione sacerdotale potesse essere individuata e coltivata fin dalla prima adolescenza e, perciò, in ogni diocesi vennero istituiti i seminari minori, dove venivano accolti ragazzi dagli 11 ai 14 anni, che sono diventati i principali canali attraverso i quali essi iniziavano e svolgevano il percorso che li avrebbe condotto al sacerdozio.

I ragazzi, andando in seminario, pertanto, entravano in una struttura monosessuale all’interno della quale si svolgeva interamente la loro formazione scolastica e spirituale e nella quale, quindi, vivevano, studiavano e venivano formati secondo un preciso programma.

Questa impostazione aveva certamente aspetti positivi, ma, osservata con gli strumenti della psicologia e della pedagogia contemporanee, presenta anche alcune criticità, che cerchiamo di mettere in evidenza.

Innanzitutto, occorre evidenziare che, nel seminario minore, i ragazzi, vivevano segregati, separati dall’ambiente familiare e sociale, secondo orari stabiliti, regole precise e una forte presenza dell’autorità educativa. Preghiera, studio, pasti, ricreazione, silenzio assoluto per buona parte della giornata e riposo erano organizzati totalmente dall’istituzione, che organizzava la loro vita quotidiana, riducendo lo spazio nel quale essi imparavano a scegliere autonomamente.

Non si pensava che quando lo spazio per scegliere autonomamente si riduce troppo, l’adolescente perde importanti occasioni di crescita: autonomia, responsabilità, capacità decisionale e consapevolezza di sé che si sviluppano anche attraverso la possibilità di scegliere, sbagliare e correggersi.

 

Non si pensava neppure che l’adolescenza è proprio il periodo nel quale la persona deve costruire la propria identità attraverso il confronto con esperienze e persone diverse e fra queste anche quella appartenenti ad un sesso diverso.

 

Da evidenziare che meno i ragazzi frequentano il mondo, più il mondo esterno a loro appare minaccioso. Si innescava spesso in loro così un circolo vizioso: l’ansia generava evitamento e l’evitamento aumentava l’ansia,

È qui che il concetto di “istituzione totale” elaborato da Erving Goffman che può essere utilizzato come chiave di lettura sociologica. La caratteristica comune è la concentrazione di molte dimensioni della vita all’interno dello stesso ambiente e sotto una medesima autorità.

Un ragazzo può certamente desiderare sinceramente di diventare sacerdote a tredici o quattordici anni. Tuttavia, una cosa è avere un’intuizione vocazionale, altra cosa è possedere già una personalità adulta capace di compiere una scelta definitiva. Il rischio del seminario minore era quindi quello di trasformare troppo presto un desiderio in un’identità.

La pedagogia contemporanea attribuisce grande importanza alla progressiva conquista dell’autonomia.  Un adolescente deve imparare non soltanto a rispettare delle regole, ma a comprenderle, interiorizzarle e assumere personalmente le proprie responsabilità. Deve poter sperimentare amicizie diverse, conflitti, successi e fallimenti, confronto con persone che non condividono le sue convinzioni.

Per questo si è progressivamente affermata l’idea che sia preferibile accompagnare una vocazione senza istituzionalizzarla troppo presto. Il giovane può vivere in famiglia, frequentare la scuola ordinaria, avere amici al di fuori dell’ambiente ecclesiale e, nello stesso tempo, essere accompagnato spiritualmente e vocazionalmente. La vocazione viene così verificata nella realtà e non soltanto all’interno dell’ambiente che la promuove.

Sono ancor oggi tanti i preti che da preadolescenti o da adolescenti sono stati formati nei seminari, Non diciamo che quell’esperienza abbia prodotto necessariamente in tutti conseguenze negative. Molti sacerdoti sicuramente hanno ricevuto una solida formazione e conservano di quegli anni ricordi positivi.

È però possibile individuare alcuni rischi psicologici da loro affrontati, legati a una formazione molto precoce ed è possibile che ci siano tanti di loro che non sono riusciti a superare, tant’è che un certo numero ha lasciato il ministero.

Il primo riguarda l’identificazione tra persona e ruolo: chi è stato considerato “futuro sacerdote” fin dalla prima adolescenza può arrivare a sovrapporre la propria identità personale a quella sacerdotale.

Un secondo rischio riguarda il rapporto con l’autorità. Un’educazione fortemente disciplinare può favorire l’obbedienza, ma non necessariamente l’autonomia decisionale. Il sacerdote adulto deve invece essere capace di assumersi responsabilità anche quando non esiste una regola precisa che gli dica come comportarsi.

Un terzo elemento riguarda la maturazione affettiva. L’adolescenza è il periodo nel quale si sviluppano le relazioni, l’amicizia, l’innamoramento e la conoscenza della propria dimensione affettiva e sessuale. Un ambiente molto separato dalla vita ordinaria può limitare alcune di queste esperienze, rendendo più importante una successiva verifica della maturità affettiva.

Per essere più chiari: è necessità per ogni adolescente entrare in contatto e frequentare l’altro sesso. Ciò per tutti comporta di dover necessariamente fare i conti con qualcosa che potrebbe essere vissuto come rischioso; comporta cioè un lavoro di elaborazione del lutto che implica l’abbandono degli oggetti d’amore rassicuranti e garantiti dell’infanzia: la separazione dall’amore infantile. Se ciò non avviene l’adulto, prete o laico che sia rimane infantile.

Infine, può esistere una difficoltà nel rapporto con il mondo esterno: chi è cresciuto prevalentemente in un ambiente ecclesiale deve successivamente confrontarsi con una società molto più complessa e pluralista.

La scomparsa dei seminari minori è quindi il risultato di diversi fattori: calo delle vocazioni, secolarizzazione, trasformazioni familiari e sociali, cambiamenti ecclesiali e nuove concezioni pedagogiche.

In definitiva, il principio potrebbe essere espresso così: non formare prima il seminarista e poi sperare che diventi un adulto maturo; aiutare prima il giovane a diventare un adulto libero, perché possa scegliere consapevolmente se diventare sacerdote.