Santa Pasqua a una città che ha sete di verità

di ANDREA FILLORAMO

Anche se lo volessi, per infarcire questo mio “pezzo”, non riuscirei a estrarre ampie citazioni da un discorso, fatto da Mons. Accolla ai messinesi per augurare una buona pasqua, discorso ascoltato da me, che vivo molto lontano dalla città che mi ha dato i natali, solo attraverso un video rintracciato nella Rete. E’ certo che quel discorso augurale mi ha colpito (spero che non sia per me soltanto un’impressione) particolarmente per l’assenza della retorica e della formalità che molto spesso caratterizzano i discorsi dei vescovi. E’, quindi, un discorso semplice, breve, essenziale come da tempo ormai ci ha abituato Papa Francesco, che obbliga chi debba commentarlo a un lavoro di induzione sottile e affatto banale. Come il Papa, anche l’arcivescovo di Messina parla una lingua sobria, asciutta, senza enfasi, inintellettuale, e al contempo sommessa. La sua è una comunicazione inclusiva, che cerca di coinvolgere l’interlocutore, di provocarne una risposta. Ho riletto più volte questo messaggio di Mons. Accolla che “augura una Santa Pasqua a una città che ha sete di verità, giustizia e pace” e mi ha particolarmente colpito come l’Arcivescovo, da sperimentatore dei problemi del sud e in modo particolare di Messina, una città totalmente devastata dal malgoverno, ma che si prepara alle prossime elezioni amministrative osserva: "Oggi le nostre città sono continuamente interpellate dalla precarietà dei servizi offerti ai cittadini, dal problema della vivibilità di alcuni quartieri, dalla preoccupazione dell’integrazione sociale dei propri cittadini e dei migranti, dalla carenza dei servizi sanitari e del diritto allo studio, dalla diffusa piaga della disoccupazione”. Vedo in questa considerazione, congiungendola ad altri brani dei discorsi fatti da Accolla da quando è arcivescovo di Messina, l’affermazione dei “valori non negoziabili” e cioè: la difesa degli ultimi; il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo; il superamento della logica del profitto; la crescita della libertà umana; l’umanizzazione del vivere sociale; la “spoliticizzazione” di alcune strutture sociali succubi di logiche clientelari da tenere sempre presenti. Sa bene Mons. Accolla che molti coltivano la speranza che, pensando proprio alle prossime elezioni e alla crisi profonda della città che è obbligata a cercare nuovi assetti che scaturiranno dalle urne, che ci siano equilibrati spazi per un coinvolgimento in politica della Chiesa locale, che non si deve sentire legata al "do ut des", tipico di una politica che ha portato il disastro, ricordando quanto dice papa Francesco. «È tempo che la politica esca da una logica emergenziale e clientelare e assuma una prospettiva inclusiva». Questo vale non solo, quindi, per la Chiesa universale ma anche per la Chiesa locale. Seguiranno tutti i preti questa indicazione o ancora ci saranno parroci patrocinatori di elemosinieri politici, venditori di fumo, che per un pugno di promesse, tradiranno quanti per una raccomandazione si venderanno al primo offerente? Non lo so. Sono convinto che la parola di un vescovo non è sufficiente per cambiare la sorte di una città, che posta da Dio, in un “angolo di paradiso” non si può più accontentare dello Stretto, del clima temperato, dei Colli Peloritani, della pagnotta di “don Minicu”, della granita caffè con panna, ma ha bisogno di uomini capaci di rendere questa città, così come l’ha fatta Dio, vivibile, accogliente, farla risorgere dalle sue stesse ceneri, farla amare dai suoi cittadini di un amore vero, costruttivo, che non si ferma davanti alle immancabili difficoltà, che, a Messina – non si conoscono i motivi – diventano sempre insormontabili.