Oblio e Ricordi – L’escluso

Andrea carissimo,
ti ringrazio per l’invito rivoltomi per la presentazione del tuo romanzo “Oblio e Ricordi – L’escluso” che avverrà lunedì 9 c.m. alle 17,30 presso la Feltrinelli di Messina. Il tuo racconto coinvolge: nel taglio, nella metafore, nelle riflessioni puntuali e documentale sui vari aspetti. Mi pare che convivono due stili: quello narrativo, nel quale emerge la tua anima in tutte le sue dimensioni e quello discorsivo, nel quale usi l’approccio introspettivo per indagare i vari fenomeni esposti. Ti sono grato perché hai osato percorrere una strada insolita e intrigante, battuta però con molta parresìa, nel proporre una comprensione “alternativa” del ministero presbiterale. Sono molte le chiavi di lettura con le quali ci si può avvicinare al racconto, fra queste ne scelgo una che a mio giudizio attraversa da cima a fondo l’intero componimento. Quasi un basso continuo: la solitudine del protagonista, seminarista prima e prete poi, con l’appendice – una conferma ulteriore dell’ermeneutica da me scelta – del prete trovato morto dopo tanto tempo. Per dire come questa ultima macabra scoperta non sia poi un fatto così isolato, ti faccio dono della dichiarazione del vicario generale di un prete defunto, apparsa su “L’indépendant”, un quotidiano regionale francese: “M.C. (ultraottantenne) viveva solo, mantenendo scarse relazioni con l‘esterno. Il vescovo gli aveva proposto parecchie volte di trasferirsi alla casa di riposo dei preti, ma lui aveva sempre rifiutato. Così pure aveva rinunciato al tele-allarme. Lui quindi è morto solo. Noi avremmo voluto evitare questo dramma della solitudine…”. No comment…
Non mi metterò a disquisire su un argomento diventato “tabù” in questi ultimi tempi e, paradossalmente,ciò avviene mentre si declina il suddetto sostantivo in salsa clericale. Comincio con un’affermazione lapalissiana: nessun prete, a cominciare da me, dovrebbe dire “di quest’acqua non ne bevo”. È fuor di dubbio che la vita ecclesiale quotidianamente è costellata di questo dramma che sbrigativamente (ed erroneamente) viene fatto risalire semplicemente alle problematiche celibatarie.
Carissimo, ti trascrivo una parte di una poesia di Turi Auteri, un confratello che ha vissuto con coerenza le sue scelte, dettate da una coscienza trasparente e innocente, come quella di un bambino:
È sera.
L’ora sospirata del ritorno.
Torno anch’io sotto un tetto e sono stanco.
“Lascerai il tuo padre e la tua mamma”.
Mio Dio, è doloroso il mio ritorno.
Nessuno mi aspetta […]
Entro e mi tiro dietro la pesante porta.
Mio Dio, sono in casa o nella tomba?
[…]
sul mio letto da campo
c’è un grande Crocefisso.
“Ti aspettavo, vieni a riposarti.
Ti abbraccerei, Ti bacerei,
a me ti stringerei forte forte.
Ma non posso […]
Sono profondi i chiodi e duro il legno
e i secoli non sono riusciti a schiodarmi
Baciami tu […]
Dio mio, Ti ringrazio!
Non sono solo […]
Con Lui abbracciato
abbraccio e distruggo
la solitudine, la miseria del mondo.

È una riflessione insieme angosciante ma reale, seppur aperta alla speranza di non sentirsi “soli” operando un’azione dal volto contraddittorio: abbracciare e distruggere la solitudine. Questo duplice orizzonte interpretativo si fa ancora più pesante quando si rileggono i vissuti di tanti confratelli soli o emarginati, oppure isolatisi per non vedere, non sentire, non dire alcunché e mantenersi alla distanza di sicurezza dell’ipocrisia ecclesiastica.
Mi propongo di fare (dopo alcuni anni) una panoramica della situazione attuale che serve più a me che a te. Tu sei sempre preparato sulla “solitudine dei preti”…
Se dovessi fare un’estrema sintesi del problema, potrei semplicemente dire: sempre meno numerosi, ma sempre più soli. Un enunciato che rimanda tout-court al tran-tran quotidiano e mette subito in guardia che la vita del prete non è per nulla un’avventura facile. Da qui il distacco fra l’ideale inculcato nella formazione e la prassi sperimentata sul campo di battaglia.
Un esempio di questa “distanza siderale” è offerto dal “Direttorio per il ministero e la vita dei preti” (11.02.2013) ove parlando della “secolarizzazione” (già nella presentazione) si dice che è “la tendenza a vivere una proiezione orizzontale, mettendo da parte o neutralizzando […] la dimensione del trascendente”. Poi il testo continua, dicendo che tale fenomeno si manifesta da una parte con la riduzione sensibile delle vocazioni, e dall’altra, nella diffusione di uno spirito di vera e propria perdita del senso soprannaturale della vocazione sacerdotale; forme queste, di “inautenticità che non poche volte, nelle degenerazioni più estreme, hanno fatto conoscere situazioni di gravi sofferenze”. Non è difficile immaginare quali possano essere le “degenerazioni più estreme” perché lo stesso documento sviluppa in largo e in lungo il tema dell’obbedienza, del rispetto delle norme liturgiche, dell’uso dell’abito ecclesiastico, della necessità (senza appello!) del celibato e dell’auspicabile formazione permanente.
Come vedi, caro Andrea, nel momento in cui la penuria di preti si fa paurosamente sentire, è richiesto molto a coloro che sono impegnati sul fronte pastorale (quasi fossimo in una catena di montaggio nella quale ogni giorno deve essere sfornato un certo numero di prodotti finiti…), ma non ci si preoccupa abbastanza dei numerosi preti che – proprio ai giorni nostri – ostentano la nuova “lacerazione” esistenziale della “classe ecclesiastica”. Cerco di spiegarmi meglio. Chi sostiene noi preti nel nostro compito sempre più difficile? La risposta è immediata e diretta, anche se può ferire alcuni prelati: i fedeli (e non solo per l’aiuto economico dell’otto per mille). Perché non ci si ferma con calma a riflettere sulle nostre condizioni reali di vita? E non per puro sociologismo…ma per discernere i “segni dei tempi” (GS 4)? Perché, a mo’ di esempio non si commentano i risultati di alcune ricerche fra quelli disponibili, perché altri sono stati abilmente insabbiati, sulla situazione della Chiesa in questo inizio di millennio? Fra le poche indagini pubblicate vorrei citare quella di F. GARELLI (ed.), Sfide per la Chiesa del nuovo secolo, Il Mulino, Bologna 2003, i cui dati andrebbero aggiornati, certamente non stravolti. Secondo questa ricerca il 68% dei preti intervistati riconosce l’esistenza della solitudine. Se poi dovessimo entrare nel dettaglio – e consentimi di farlo perché la fotografia che emerge è vitale per il prosieguo della mia riflessione – si scopre che la solitudine è legata a tre fattori: al celibato (25%), al ministero svolto in un ambiente marcato dall’indifferenza religiosa, nella quale il prete è un “simbolo svalorizzato” (30%) e per finire emerge che la solitudine è in stretta relazione alla carenza di relazioni affettive o alla mancanza di relazioni sociali significative (45%). Due particolari sono ancora da evidenziare in questa indagine: i preti che più avvertono il “peso” del celibato sono quelli compresi fra i 64 e i 75 anni (tuoi coetanei!): ciò la dice lunga su un certo tipo di educazione “seminaristica” che tu hai lucidamente descritta nei suoi chiaroscuri; mentre la fascia di preti che più avverte la solitudine in assoluto è quella compresa fra i 55 e i 64 anni (la mia categoria di appartenenza).
Scusami se ti ho tediato con queste percentuali (che forse tu già conosci), ma sono stato obbligato perché mettono in crisi l’insistenza sul “carattere soprannaturale della missione sacerdotale” a discapito della realtà appena abbozzata dai numeri impietosi ma veri dell’indagine ricordata. La domanda che sorge è spontanea ed obbligata: di quale prete si parla? Forse di un modello idealizzato all’inverosimile, a tal punto da ignorarne il vissuto?
Ho avuto la gioia e la fortuna di stare vicino ad alcuni confratelli che mi hanno mostrato la piena umanità del prete, secondo quanto scrive Eb 5,1(“Infatti, ogni sommo sacerdote, preso tra uomini, è stabilito a favore di uomini per i loro rapporti con Dio”). Di questo versetto ho un ricordo particolare, perché in un incontro presbiterale tenuto circa 9 anni addietro in Seminario, al relatore che guidava la riflessione dissi che condividevo in pieno il suo commento di questo versetto, ma dovevamo però intenderci sul concetto biblico e filosofico di “uomo”. Non ebbi alcuna risposta…In ogni caso mi pare che in Eb 5,1 vi sia un cambio notevole di prospettiva rispetto alla rivelazione del Primo Testamento secondo la quale il sommo sacerdote era consacrato “a Dio” e “per Dio” (cfr. Es 28,1-3).
Per me era e resta fondamentale cogliere la dimensione pienamente umana del ministero: ciò mi ha portato a confrontarmi con quei pochi e significativi confratelli di cui dicevo sopra, con i quali ho condiviso “le gioie e le speranze, le sofferenze e le angosce” della vita sacerdotale. Grazie a loro ho scoperto come il mio percorso presbiterale sia punteggiato di battute di arresto e fughe in avanti; di cocenti prostrazioni davanti al rifiuto sistematico e di entusiasmo travolgente in certi impegni pastorali; di rabbia di fronte al sistema e di gratitudine alla provvidenza divina; di relazioni trasparenti e di tentazioni veementi all’isolamento… Per dirla con il Concilio, questi confratelli, per me sono la concretezza di quanto scrive GS 22 su Cristo, uomo nuovo: mi hanno insegnato a lavorare con mani d’uomo, a pensare con mente d’uomo, ad agire con volontà d’uomo, ad amare con cuore d’uomo…
Non so dove sarei in questo momento se non avessi incontrato concretamente persone che mi hanno mostrato una via percorribile, mi hanno spronato a gettare il cuore – quello che Dio conosce meglio di me – oltre gli steccati della “casta” e delle “piccinerie”. Non è stato sempre facile: tante volte ho dovuto aspramente lottare contro me stesso ingoiando bocconi amari ma con l’anima pacificata dalla consapevolezza di aver agito secondo coscienza…
In questa momento particolare della vita ecclesiale diocesana, ho ripreso con convinzione a partecipare ai vari momenti di vita comunitaria, verso i quali provavo una certa apatia che si tramutava spesso in solitudine soffocante: mi sentivo come un pesce fuori dell’acqua, a pelle avevo la percezione di trovarmi in un posto e in un luogo sbagliato. Questo atteggiamento era dovuto a un doppio filo di concause: la mia libera scelta di prendere le distanze dal “sistema del precotto” e dal sentire una deliberata emarginazione ad opera di parecchi confratelli, per il semplice fatto che ero la “pecora nera” (senza alcun vittimismo!). Qualcuno di questi me lo detto pure in faccia (e l’ho ringraziato). Dopo il mio articolo “preti come ussari” apparso su un noto Settimanale cattolico, il giovane confratello in questione mi disse: “mi dovrei sentire offeso a tal punto da non parlarti…”. Cosa avevo scritto di così scandaloso da meritare questo trattamento? La semplice verità che attraversa molte diocesi italiane, la nostra compresa, sulla ambigua relazione fra il potere centrale diocesano e moti preti giovani, presi al laccio delle promozioni e degli avanzamenti carrieristici…Fatto sta che diversi giovani confratelli hanno interrotto unilateralmente la comunicazione con me. Altra solitudine…In questi ultimi giorni sembra che le nubi che si addensavano minacciose su questo lembo di vita presbiterale si stiano diradando…
Ritorno all’asse portante del tuo libro ricevuto quattro giorni addietro, dopo aver impiegato solo 22 giorni per coprire la distanza fra Milano e Messina. Meglio tardi che mai…
Una espressione che denota la perplessità dei laici circa la solitudine di noi preti, chiama in causa il sistema educativo ricevuto durante la formazione. La frase in questione suona più o meno così: “Voi preti siete programmati per vivere da soli. E fate bene così non rovinate nessuna donna…Perché tenete sempre lontani dal vostro modo di pensare e agire non solo i parrocchiani, ma pure i familiari? Per esempio: vi siete mai confrontati sulle questioni più banali, come il modello di macchina da comprare o l’arredamento con cui abbellire la casa canonica per renderla vivibile e a misura d’uomo?”. La mia risposta, fatta di frammenti monosillabici, suona più o meno così: “Sì, in effetti non ci ho pensato”.
E se dovessi riprendere le lunghe pause di silenzio eloquente alla domanda, discreta e pudica di qualche confratello e amico: “Come fai?”sottintendendo la solitudine affettiva, allora dovrei incidere in largo e in lungo su centinaia di fogli l’intero romanzo che passa nella mia mente. In tal caso avrei bisogno di un bravo scenografo che traduca il desiderio elementare, bello e onesto di dare e ricevere affetto. Con i relativi alti e bassi sulla realizzazione di tale sogno. Questi passaggi mi hanno fornito una certezza: la fedeltà all’Amore non si contrappone all’amore fedele.
Una volta un monaco (formatore di futuri monaci), disse a un gruppetto di preti fra i quali c’ero anch’io: “I veri monaci siete voi. La vostra vita è segnata da una paurosa schizofrenia: ordinati per gli altri e costretti a vivere da soli. La Chiesa dovrebbe rivedere questa prassi”. Mi sono subito chiesto, al di là del celibato facoltativo o meno, se realmente oggi noi preti saremmo pronti al affrontare un’ipotetica vita a due. A tal proposito mi sono venute in mente la parole di Nicodemo, seppur pronunziate in altro contesto: “Può forse un uomo rientrare nel grembo di sua madre quando è vecchio?”.
In questa direzione a mio giudizio si comprende meglio la portata di certi risultati delle varie indagini sul nostro mondo ecclesiale: chi lascia spesso lo fa a un’età non certo da pivello. È il momento in cui si avverte prepotentemente la solitudine, anticamera della vecchiaia. Questo mi fa dire che la scelta di una “compagna” non è dettata tanto dall’impulso sessuale, quanto dal sentire venire meno le forze e dalla paura di affrontare la soli l’ultimo tratto di strada…e qui non posso fare a meno di sfiorare il tema della “casa del clero” (argomento molto caro anche a te), vista non come cronicario o “cimitero degli elefanti”, ma luogo di incontro e condivisione di vite, donate al Signore e spezzate per i fratelli. Tu sai in quali sabbie mobili si è impantanato (abilmente) questo argomento. Spero proprio che il neo-amministratore rispolveri la vexata quaestio e la riporti alla piena luce dei confratelli. Aggiungo infine che se è vero che alcuni confratelli lasciano i loro beni a familiari e parenti e poi chiedono di essere accolti in una struttura diocesana, è più vero che altri non hanno nemmeno dove poggiare la testa. Costoro non possono essere lasciati in balìa di se stessi. Il commento è obbligato: trattasi di pura vergogna.
Mi avvio alla conclusione di questa lettera preannunciandoti che desidererei tanto poter andare in esilio volontario, un’esperienza molta cara al card. Martini – lontano dai soliti impegni pastorali – per cogliere “l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo” (Ef 3,18) e discernere la modalità con cui questo amore è vissuto concretamente da questa Chiesa locale, come io lo accolgo e lo ridono…
So con certezza che molti preti viviamo il drammatico problema della solitudine perché messi in una situazione di marginalità, causata dalla Chiesa. Tu conosci questa amara e triste constatazione e sai che non è un giudizio avventato. Con un confratello una volta affrontai – senza falsi pudori – il discorso che verteva sul continuare o meno a servire la causa del regno di Dio, restando nella Chiesa, in questa situazione equivoca. Trascrivo sostanzialmente l’epilogo del nostro confronto. Davanti alla fatidica domanda: “Ma tu vuoi restare ancora prete?”, uno dopo l’altro essenzialmente ci siamo detti: “In questa situazione ingarbugliata non lo so bene…Non lo sarei più se essere prete significasse svolgere una pura funzione clericale, essere espressione di una gerarchia potente e custode di verità definite…Spero che un giorno nella Chiesa ci sarà un’altra concezione del prete che accoglierà i frutti e le sofferenze che noi abbiamo vissuto”.
In questo preciso istante mi torna in mente la bella metafora di cui parla il vangelo circa la solitudine di Gesù nel Getsemani (cfr. Mc 14,33ss): lontano dal rivendicare o dal divenire demagogo “seducendo” coloro che lo hanno seguito fin lì, Lui si immerge nel Padre in una relazione capace di assumere la sua solitudine sempre più crescente, proprio mentre si trova in mezzo a coloro che invece di amarlo…dormono.
Se è andata così per il Signore e gli apostoli, allora ci sono buone prospettive per noi…
Ti abbraccio
Ettore


RISPONDE ANDREA FILLORAMO

Caro Ettore, ti ringrazio sentitamente.

Andrea