La misericordia per restare umani

di Antonio Ballarò,
studente di teologia

Nella Bibbia, il libro di Ezechiele contiene richiami per un rinnovamento interiore nella doppia prospettiva di dono che Dio fa agli uomini ma anche di necessità che ad essi si impone perché l’Alleanza sia rispettata. Nel bel mezzo di una sezione dedicata alla consolazione del popolo durante l’assedio, il profeta parla in nome di Dio: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez 36, 26). Il brano è simile a quello di Geremia (cfr. 31, 33) ed indica l’azione gratuita di Dio nei confronti dell’uomo. Egli solo vi si pone accanto operando meraviglie: trasforma le decisioni umane (il cuore, nella cultura ebraica, è sede dell’intelletto e della volontà) abilitandole ad una docilità perennemente sostenuta dalla forza rinnovatrice dello Spirito. Oggi, nella generale assuefazione ad un sistema casuistico, emergono non poche resistenze in merito alla scelta di anteporre la misericordia, certo non in virtù di un insensato buonismo ma per sovrabbondanza di grazia divina, ad ogni norma, legge o codice.

Il gesuita Antonio Spadaro, ospite a Messina nei giorni scorsi, ha tenuto un incontro con l’obiettivo di riflettere sulla effettiva natura di azioni radicalmente ecclesiali. Si è visto che esse non dipendono dalla possibilità, evidentemente arbitraria, di “gestire” o “amministrare” la grazia, bensì dalla certezza che questa è destinata a tutti. Proprio tale carattere universale impedisce uno sgradito ritorno della legge del taglione: un sistema, cioè, che non guarda il caso concreto ma giudica tutto aprioristicamente e con imperativi che si attuano da sé, traendo vigore dal preciso valore normativo che gli è stato attribuito. Il nuovo ruolo pastorale si inscrive perciò nell’obiettivo precipuo del raggiungimento, certamente progressivo, di una migliore comprensione delle pagine evangeliche ponendo quale punto di partenza il cuore misericordioso del Padre (cfr. Lc 6, 36).

La conferenza di Spadaro, inframezzata da episodi di vita vissuta accanto al pontefice, ha attribuito al tema della misericordia un’importanza capitale. Ne ha enucleato la pedagogia, sviluppato l’azione, tratto le particolarità. La dinamica che più di ogni altra le è propria prevede un linguaggio inesistente, sempre in costruzione, abile a districarsi tra i vicoli di una vita rassegnata e altrettanto capace di riempire con pienezza i viali di un’esistenza appagata. Ciò accade perché la misericordia è imprevedibile. Non ragiona secondo schemi precostituiti né per mezzo di concetti astratti. Lo stesso Papa Francesco ha ammesso come occorrerebbe inventare il verbo “misericordiare” per includere tutto ciò che essa implica.

Tuttavia, dinanzi a tanta corrispondenza evangelica, si registrano resistenze, anche pesanti, volte a impedire l’attuazione stessa del nuovo documento firmato dal Papa (l’esortazione postsinodale AmorisLaetitia). L’assurdità che traspare da questi movimenti, neanche tanto velati, trova la sua origine in fondamentalismi esasperati e ideologie marcate, vere e proprie strutture legalistiche restie al «vento che soffia dove vuole» (Gv 3, 8). Mi pare illuminante l’invito rivoltomi da un amico pochi giorni fa: «Ricordati di pregare perché Dio desti il nostro cuore indurito». Certo, pregherò per questo. E spero che tanti si accodino a me riconoscendo il valore supremo dell’essere e restare, ancora oggi, esseri umani.