Un Comune italiano ha messo in campo una misura presentata come strumento di sostegno alle famiglie con un congiunto ospitato in una Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA): un prestito per coprire le rette di ricovero. Il meccanismo, tuttavia, prevede che i familiari richiedenti offrano in garanzia il proprio immobile di proprietà. A riportare la notizia è La Stampa.
Il funzionamento ricorda da vicino quello del prestito vitalizio ipotecario: la famiglia ottiene liquidità per far fronte alle rette, ma a fronte di un’ipoteca sull’abitazione. In caso di mancato rimborso, il rischio concreto è la perdita della casa. Quello che viene proposto come un aiuto, in realtà trasferisce il peso economico e patrimoniale proprio su chi è già in difficoltà.
Vale la pena ricordare il quadro normativo. Le rette delle RSA sono per legge composte da due quote: una sanitaria, a carico del Servizio Sanitario Nazionale tramite le ASL, e una sociale o alberghiera, la cui copertura spetta ai Comuni, con compartecipazione dell’utente commisurata all’ISEE socio-sanitario. I costi complessivi si aggirano generalmente tra i 2.500 e i 3.200 euro al mese. Non sono dunque le famiglie i soggetti giuridicamente obbligati a pagare: l’obbligo ricade in primo luogo sull’anziano ricoverato con le proprie risorse, e per la quota sociale sul Comune, fatta salva la compartecipazione basata sull’ISEE.
Eppure, nella pratica, le amministrazioni locali cercano spesso di ridurre la propria esposizione finanziaria, scaricando il peso economico sulle famiglie. La proposta descritta da La Stampa ne è un esempio emblematico: invece di farsi carico della quota di propria competenza, il Comune si trasforma in prestatore, con tanto di garanzia reale sull’immobile del richiedente. Le famiglie si trovano così in una posizione paradossale: per garantire un’assistenza che lo Stato dovrebbe assicurare, rischiano di perdere la propria abitazione.
Si tratta di una tendenza già nota e contestata. Come ricorda ADUC nella propria scheda informativa sulle rette RSA, le prestazioni socio-sanitarie residenziali rientrano nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e sono dunque obbligatorie per legge, anche se esiste la tendenza diffusa a trattarle come diritti “finanziariamente condizionati”, validi cioè solo se e in quanto finanziati. Una tendenza che scarica sulle famiglie un peso che la legge non prevede per loro,
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