Più debito che partenariato. Il Piano Mattei, presentato come un rapporto tra pari con i Paesi africani, rischia di tradursi in un nuovo carico di costi per economie già indebitate. È l’allarme lanciato da ActionAid in occasione dell’audizione1 sulla relazione annuale al Parlamento: l’organizzazione denuncia le gravi lacune informative che ancora caratterizzano l’iniziativa e chiede l’apertura di un confronto pubblico sulla natura delle risorse mobilitate, sulle condizioni alle quali vengono erogate e sulle conseguenze per i Paesi coinvolti. Il nodo riguarda innanzitutto la struttura finanziaria del Piano.
Le risorse mobilitate sono costituite prevalentemente da prestiti e altri strumenti che generano debito, il cui costo rischia di ricadere su Paesi che dispongono già di margini di spesa estremamente limitati. Allo stesso tempo, il Piano rivendica il superamento della pura logica del dono e dell’assistenza, rappresentando le sovvenzioni a fondo perduto come una forma di assistenzialismo: una contrapposizione fuorviante, che ignora come l’aumento del debito sottragga risorse pubbliche alla lotta contro la crisi climatica, alla sanità, all’istruzione e alla protezione sociale.
Nei Paesi più vulnerabili alla crisi climatica, il rimborso del debito costa quasi 25 volte quanto viene destinato agli interventi per il clima e assorbe complessivamente il 65% delle entrate pubbliche. Non solo. Nel 2026 il Sud globale destinerà complessivamente 8.800 miliardi di dollari al rimborso del debito: circa 225 volte i 39 miliardi ricevuti nel 2024 — ultimo dato disponibile — sotto forma di finanziamenti climatici a fondo perduto. È quanto emerge dal nuovo rapporto di ActionAid, Il debito alimenta la crisi climatica: come circolano i flussi finanziari, realizzato in collaborazione con Development Finance International. A pagarne il prezzo sono soprattutto le persone in condizioni di povertà, in particolare donne e giovani, che finiscono per assorbire le conseguenze della riduzione dei servizi pubblici e delle politiche di austerità. A rendere il quadro ancora più paradossale è che due terzi della finanza climatica dei Paesi del Nord globale vengono erogati sotto forma di prestiti o altri strumenti che generano debito, anziché come contributi a fondo perduto.
Il Nepal mostra concretamente le conseguenze di questo meccanismo. Secondo le prime stime, i danni provocati dalla devastante frana delle scorse settimane ammontano a circa 5 miliardi di dollari, quasi un decimo del PIL annuo del Paese. Il Nepal, che già destina quasi il 20% del bilancio pubblico al servizio del debito, rischia così di dover contrarre nuovi prestiti per finanziare la ricostruzione. Questo nonostante abbia contribuito in misura minima alle emissioni che alimentano la crisi climatica. Per spezzare questo circolo vizioso, il governo nepalese ha proposto una strada diversa: riparazioni da parte dei Paesi maggiormente responsabili delle emissioni, anziché nuovo debito. Una posizione che porta nel dibattito internazionale il tema delle riparazioni climatiche, anche in vista della COP31 in Turchia.
Il problema riguarda direttamente anche il Piano Mattei: 11 dei suoi 18 Paesi prioritari sono considerati fortemente indebitati e ben nove ben nove rientrano nella lista dei Paesi meno sviluppati secondo le Nazioni Unite. In Senegal, il servizio del debito supera di oltre 600 volte la spesa destinata al clima, mentre iniziative fondamentali per rafforzare la resilienza, migliorare la sicurezza alimentare e ridurre le emissioni attraverso l’agroecologia restano prive di finanziamenti. Analoga situazione in Mozambico, dove il rimborso del debito assorbe risorse 117 volte superiori a quelle destinate agli interventi climatici. Gli obblighi finanziari aumentano inoltre la pressione sul Paese affinché espanda i progetti di estrazione ed esportazione dei combustibili fossili, già associati a conflitti e violazioni dei diritti umani, finanziandoli attraverso ulteriori prestiti. Un meccanismo che alimenta contemporaneamente nuovo debito, emissioni e danni ambientali.
“Dietro la retorica del partenariato alla pari – dichiara Cristiano Maugeri, esperto Giustizia Climatica per ActionAid Italia – si nasconde l’interesse a collocare l’Italia nella competizione per le risorse africane. Anche il Fondo Italiano per il Clima, una delle principali fonti di finanziamento del Piano Mattei, è stato progressivamente ridimensionato rispetto alla sua finalità originaria e viene oggi utilizzato per interventi con obiettivi climatici meno ambiziosi. Non basta quindi dichiarare di voler costruire un partenariato non predatorio: servono regole chiare di ingaggio che coinvolgano la popolazione, misure di salvaguardia, strumenti di tutela dei diritti umani e ambientali, regole per l’erogazione dei prestiti, trasparenza. Nulla di tutto questo è presente nel Piano Mattei”.
ActionAid chiede al Governo italiano e alle istituzioni internazionali di cancellare i debiti esterni insostenibili o ingiusti, affinché nessun Paese vulnerabile alla crisi climatica destini oltre il 10% delle proprie entrate al loro rimborso. L’organizzazione propone inoltre un accordo universale che preveda, per almeno cinque anni, la cancellazione automatica del servizio del debito per ogni Pase colpito da grave catastrofe climatica, un aumento dei finanziamenti a fondo perduto dal Nord globale e verifiche sistematiche sull’impatto climatico del debito pubblico. Liberare i Paesi più vulnerabili da questo peso permetterebbe di finanziare fino a sei volte i loro piani nazionali per il clima o di coprire per due volte la spesa oggi destinata complessivamente a clima, sanità, istruzione e protezione sociale.
