NEL 2026 IL PIL OLTRE I 2.300 MLD. L’EMILIA R. “STRAPPA” LA GUIDA DEL PAESE AL VENETO

Per l’anno in corso, il Pil nazionale in termini nominali è previsto superare i 2.300 miliardi di euro, con un incremento di 66 miliardi pari al +2,9 per cento rispetto al dato del 2025. In termini reali, invece, la crescita rispetto all’anno precedente dovrebbe attestarsi allo 0,7 per cento, sostenuta principalmente dalla ripresa dell’export (+1), dalla stabilità dei consumi delle famiglie (+0,6) e dei consumi della Pubblica Amministrazione (+0,5), mentre si registra un rallentamento degli investimenti (+0,7 per cento rispetto al +2,4 dell’anno appena concluso). A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA.

Perdiamo il sostegno del Pnrr

È evidente che la scadenza per l’utilizzo delle risorse del Pnrr, prevista per la prossima estate, avrà un impatto rilevante. Al di là di questa particolare circostanza, il nostro Paese – analogamente a Francia e Germania – continua a manifestare difficoltà nel consolidare una crescita strutturale, prospettando così un ulteriore anno di stagnazione economica che auspichiamo possa essere l’ultimo. Sia chiaro: il problema non è tanto la ciclicità congiunturale, quanto l’assenza di fattori endogeni capaci di sostenere nel tempo l’espansione del Pil. Al netto degli anni del Covid (2020-2022), da oltre 20 anni la crescita italiana rimane sistematicamente inferiore alla media europea, segnalando debolezze profonde sul lato della produttività, dell’efficienza della Pubblica Amministrazione e del capitale umano.

Con la pace si aprirebbe una fase nuova

Tuttavia, se la guerra tra Russia e Ucraina dovesse terminare a breve e la crisi mediorientale trovasse una soluzione di pace duratura, si aprirebbe una fase nuova per l’economia globale, con ricadute potenzialmente positive anche per l’Italia. Non si tratterebbe soltanto di un beneficio geopolitico, ma di un cambiamento delle condizioni macroeconomiche che oggi pesano su crescita, inflazione e finanza pubblica.

Serve tagliare burocrazia e fisco

In uno scenario più stabile, tornerebbe inoltre la fiducia degli investitori. I capitali, che in fase di crisi tendono a rifugiarsi in asset difensivi, potrebbero riallocarsi verso investimenti produttivi, infrastrutture e innovazione. Per l’Italia sarebbe un’occasione cruciale per rafforzare crescita e occupazione, a condizione di saper accompagnare il contesto favorevole con riforme e politiche industriali coerenti. Riducendo, in particolar modo, il peso della burocrazia e del fisco sulle imprese.