Modesti miglioramenti dell’efficienza energetica tramite i fondi dell’UE per la ristrutturazione delle abitazioni

L’UE non può raggiungere i suoi obiettivi in materia di clima ed energia senza edifici più efficienti. Due terzi dell’energia consumata per riscaldare e raffrescare gli edifici è però prodotta ancora con combustibili fossili e quasi tre quarti degli edifici in tutta l’UE è tuttora inefficiente dal punto di vista energetico. Per ridurre i consumi energetici e tagliare le emissioni è quindi essenziale ristrutturare le abitazioni esistenti, soprattutto mediante progetti di ristrutturazione “profonda” che consentono di risparmiare oltre il 60 % dell’energia, fondamentali per creare un parco immobiliare altamente efficiente.

I finanziamenti dell’UE per la ristrutturazione delle abitazioni private dovrebbero essere destinati ai progetti che hanno maggiori potenzialità di tagliare il consumo di energia. Invece, abbiamo constatato che troppo spesso i fondi dell’RRF sono stati diretti a progetti per i quali potevano esser spesi più facilmente invece che a quelli che avrebbero garantito i migliori risultati” ha dichiarato Nikolaos Milionis, il Membro della Corte responsabile dell’audit.

Nella maggior parte dei casi, si sono preferite le ristrutturazioni più semplici e veloci. Anzi, le visite di audit negli Stati membri hanno accertato che i criteri di selezione non servivano a stilare una graduatoria dei progetti in base al loro impatto atteso. Così facendo, si riduce la probabilità che il sostegno finanziario vada a quei progetti che potrebbero consentire i maggiori risparmi energetici o alle famiglie che ne hanno più bisogno. In altre parole, i 43 miliardi di euro che gli Stati membri hanno in programma di spendere sono spesso impiegati velocemente invece che strategicamente.

A giudizio della Corte, questo approccio può generare due tipi di problemi. Innanzitutto, le misure di ristrutturazione di media intensità possono bloccare la prestazione energetica degli edifici a bassi livelli per anni, rendendo futuri miglioramenti addirittura più difficili e costosi da realizzare. In secondo luogo, gli investimenti realizzati non sono probabilmente la scelta ideale ai fini della decarbonizzazione a lungo termine. La Corte ha in effetti riscontrato che vi è una forte domanda per le misure semplici, come la sostituzione delle finestre o l’installazione di pannelli solari, mentre i lavori di costruzione che assicurano una maggiore efficienza energetica sono meno richiesti.

La Corte è inoltre critica sul modo in cui vengono verificati i risultati. In tutta l’UE, la maggior parte delle misure di ristrutturazione finanziate dall’UE si focalizza sulle realizzazioni (output), come il numero di abitazioni ristrutturate o l’estensione delle superfici ristrutturate. Pochissime misure si concentrano sui risultati effettivi, come la riduzione del consumo energetico: su 111 misure di ristrutturazione esaminate, solo tre includevano obiettivi di risparmio energetico.

Per stimare il risparmio energetico, i paesi dell’UE sono incoraggiati ad utilizzare gli attestati di prestazione energetica. La Corte giudica però tali informazioni non sufficientemente affidabili e confrontabili e quindi non idonee per un adeguato monitoraggio, per due ragioni. La prima è che gli attestati sono basati sui consumi stimati e non rispecchiano i consumi reali di energia, che dipendono dal modo in cui le persone riscaldano o raffrescano le proprie abitazioni e dai parametri di utilizzo delle stesse. La seconda è che gli attestati contengono spesso errori, per cui i risparmi sono sovrastimati o sottostimati.

La relazione evidenzia infine come non si tenga conto del rapporto costi-efficacia degli interventi: diventa così difficile individuare i casi di uso inefficiente dei fondi e adottare misure correttive durante l’attuazione dei progetti. L’analisi della Corte, che prende in esame diverse tipologie di interventi, edifici e scelte d’intervento, mostra che il costo dei risparmi ottenuti per unità di energia varia enormemente da uno Stato membro all’altro se esaminato in maggiore dettaglio. A tale proposito, il regime italiano del Superbonus, che da solo dovrebbe ricevere quasi un terzo di tutti i finanziamenti dedicati alle ristrutturazioni (14 miliardi di euro) nell’ambito dell’RRF, costituisce un esempio particolarmente eloquente. I costi per unità di energia risparmiata sono risultati essere quattro volte superiori a quanto inizialmente previsto. Inoltre, il regime copre fino al 110 % dei costi delle ristrutturazioni, il che significa che il sostegno pubblico può essere superiore ai costi effettivi. A giudizio della Corte, si tratta manifestamente di un uso inefficiente dei fondi dell’UE.