I prezzi del petrolio in crescita sono più importanti di quanto si creda

L’impatto della guerra di Usa e Israele si fa sentire, ovunque si viva. Bloccate le esportazioni dalla regione del Golfo, i produttori stanno diminuendo  la produzione, con il prezzo del  barile (al momento) a 85 dollari. Mercati finanziari “scossi”, aumento dei prezzi alla pompa e diffusi timori  di maggiori conseguenze.

Per chi se lo  fosse dimenticato… per l’approvvigionamento energetico, il mondo dipende dal Medio Oriente, e non possiamo non ricordare gli shock negli anni 50 e 70 del secolo scorso.

Sembra che questa volta, però, i problemi saranno maggiori. Circa il 20% del greggio usato  da tutto il mondo, transita dallo stretto di Hormuz, oggi bloccato dalla guerra. I maggiori produttori di petrolio e gas al di  fuori  della regione (Usa, Brasile e Norvegia) hanno capacità limitate di produzione. I produttori della  regione, come Kuwait ed Emirati Arabi hanno preannunciato tagli, mentre in Iraq la produzione è già calata del 60%.

Non solo petrolio, ma anche gas: la società energetica statale del Qatar ha interrotto la produzione. Secondo gli analisti di JP Morgan, ci saranno grosse ricadute in Asia ed Europa.

Per ora, il problema sono i prezzi più elevati dell’energia. Si sono toccate punte di 120 dollari a barile.

Ricadute sono in corso su aziende e famiglie. In Europa i prezzi del gas naturale sono quasi raddoppiati da prima dell’inizio della guerra. Aumenti dei prezzi anche in Usa, nonostante siano un importante produttore di gas e petrolio. Secondo Goldman Sachs un aumento temporaneo dei prezzi del petrolio fino a soli 100 dollari al barile potrebbe ridurre dello 0,4% la crescita economica globale.

Alcuni analisti stimano una crescita fino a 150 dollari del barile, come dopo l’invasione russa dell’Ucraina e, di conseguenza, imprese e famiglie che riducono ancor di più le spese… e tutta l’economia rallenta. Per esempio, i chip per auto e smartphone prodotti da Taiwan, che dipende molto dalle importazioni di energia, verrebbero prodotti meno. Altrettanta ricaduta si avrebbe sulle aziende di intelligenza artificiale in Usa, settore da cui molto oggi dipendono le aziende di tutto il mondo.

Ricaduta si  avrebbe su alluminio e zolfo, utilizzati per lavorare il rame, nonché sui fertilizzanti. Che, a loro volta, ricadrebbero su produzione alimentare e manufatti.

I rischi economici maggiori sarebbero in Asia ed Europa. Gli indici azionari di Giappone e Corea del Sud hanno punte di -15%, mentre il Dax (principale indice azionario di Francoforte) dà -7%. In Usa Standard & Poor’s, invece, cala solo dell’1,2%.

Trump che dichiara la fine della guerra ma subito dopo il contrario, non galvanizza la fiducia dei mercati.

 

 

Vincenzo Donvito Maxia
Presidente ADUC