di Comitato PESARO: NO GNL
«Aberrante chiedere due milioni. Il dibattito pubblico è legittimo» — Le dichiarazioni di Angelo D’Auria confermano la necessità di analisi con carotaggi e piena trasparenza sul sito della Tombaccia
Pesaro — Le dichiarazioni dell’ex amministratore della Fox Petroli, Angelo D’Auria — pubblicate in data 9 gennaio 2026 da Il Resto del Carlino in un articolo firmato Maurizio Gennari — aprono un nuovo scenario di enorme rilevanza pubblica e istituzionale sul caso che coinvolge il progetto di impianto GNL a Pesaro e la causa civile da due milioni di euro intentata dall’azienda contro gli attivisti Roberto Malini e Lisetta Sperindei, leader del Comitato PESARO: NO GNL.
D’Auria, già amministratore e membro del consiglio di amministrazione della società, nonché marito di Cristina Berloni, titolare del 25% delle quote aziendali, ricostruisce una vicenda che getta luce sul clima interno e sulla gestione del conflitto con la società civile. Nell’intervista, definisce “aberrante” la richiesta di risarcimento di due milioni contro due cittadini e riconosce come pienamente legittimo il diritto degli attivisti di coinvolgere cittadinanza e media nel dibattito sul progetto e sulle criticità del sito industriale.
Secondo Malini e Sperindei, queste affermazioni rappresentano una conferma decisiva: la causa civile, definita da numerose organizzazioni internazionali come una SLAPP, appare sempre più come una misura intimidatoria sproporzionata, che colpisce non solo due attivisti ma l’intera comunità impegnata nella tutela della salute e dell’ambiente.
«Le parole dell’ex amministratore della Fox sono una svolta: confermano che la nostra richiesta di trasparenza e di verifiche ambientali non è solo legittima, ma necessaria e condivisa anche da chi ha ricoperto ruoli apicali nell’azienda» dichiarano congiuntamente Roberto Malini e Lisetta Sperindei. «Il fatto che un ex amministratore definisca “aberrante” trascinare in giudizio due attivisti per due milioni di euro dimostra la natura intimidatoria di questa azione. E dimostra anche che il tema non riguarda solo noi: riguarda la libertà dei cittadini di informarsi, esprimersi e chiedere controlli pubblici senza essere messi a tacere».
Un passaggio dell’articolo assume un valore emblematico anche sul piano istituzionale: D’Auria dichiara di non aver avuto accesso al progetto industriale e al business plan dell’investimento legato al GNL, affermando di aver appreso elementi essenziali “dai giornali”. Per Malini e Sperindei, questa circostanza evidenzia un dato cruciale: la vicenda è stata caratterizzata da una opacità grave e strutturale, incompatibile con i requisiti di trasparenza e precauzione che dovrebbero guidare le decisioni su impianti industriali potenzialmente pericolosi in contesti urbani.
«Quando perfino un ex amministratore dichiara di non aver visto né il progetto industriale né il business plan, la questione della trasparenza diventa evidente» proseguono Malini e Sperindei. «È l’ennesimo motivo per cui il nostro Comitato chiede da mesi analisi complete del suolo e delle falde con carotaggi e la pubblicazione integrale dei dati ambientali, soprattutto in un’area con oltre un secolo di attività legate allo stoccaggio e alla movimentazione di idrocarburi».
Gli attivisti ricordano che il progetto GNL, grazie anche alle azioni del Comitato, è decaduto dopo il diniego del Nulla Osta di Fattibilità (NOF) da parte del Comitato Tecnico Regionale dei Vigili del Fuoco delle Marche, che ha rilevato criticità sulla sicurezza e sull’adeguatezza del sito rispetto agli standard normativi. Il Ministero competente ha confermato la decadenza della VIA, sancendo lo stop del progetto.
Eppure la questione ambientale resta aperta, perché sul sito della Tombaccia persistono elementi di rischio e urgenza. Esistono già analisi storiche (2001 e 2025) che documentano la presenza di idrocarburi e metalli pesanti nel suolo e richiederebbero una caratterizzazione completa, visto che le analisi sono state fatte solo in relazione alle acque superficiali. Inoltre, documenti aziendali riconoscono la necessità di interventi e procedure legate a bonifica e dismissione. Per questo, Malini e Sperindei ribadiscono la richiesta al Ministero dell’ambiente, all’Ispra e all’Arpam una campionatura completa e indipendente dell’area e sottolineano come la tutela dell’ambiente non sia un’opinione, ma un dovere istituzionale.
«Le dichiarazioni del dottor D’Auria ci dicono che la richiesta di bonifica e di controlli non è un capriccio né una “campagna denigratoria”: è una richiesta fondata sul principio di precauzione, sul diritto europeo e nazionale, sul diritto alla salute della comunità» affermano gli attivisti. «L’interesse pubblico non può essere messo a tacere con minacce economiche. Il business non può prevalere su ambiente, sicurezza e salute».
Il caso Malini–Sperindei è seguito da numerose organizzazioni internazionali e reti di protezione dei difensori dei diritti umani, tra cui l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, lo Special Rapporteur delle Nazioni Unite sui Difensori dei Diritti Umani, la Commissione europea e organizzazioni autorevoli impegnate per la libertà di espressione, contro le cause temerarie come CASE (Coalition Against SLAPPs in Europe), Front Line Defenders, The Good Lobby, Business & Human Rights Centre, Ossigeno per l’informazione, Hub di Protezione. In Europa, la Direttiva anti-SLAPP è già stata approvata e dovrà essere recepita dall’Italia entro il 2026: una svolta normativa necessaria per impedire che le azioni giudiziarie vengano usate come strumento di intimidazione.
«Le parole di Angelo D’Auria dimostrano quanto sia urgente che l’Italia recepisca e applichi la Direttiva europea anti-SLAPP» concludono Malini e Sperindei. «Finché chi denuncia rischia la rovina personale per aver chiesto analisi ambientali e trasparenza, la democrazia è ferita. Noi non ci fermeremo. Continueremo a essere – con la preziosa difesa legale dell’avvocato Pia Pericci – un presidio civile per Pesaro e per tutte le comunità esposte a progetti industriali potenzialmente tossici e pericolosi».
Nella foto, da sinistra: Lisetta Sperindei, l’avvocato Pia Perricci – che difende i due attivisti – e Roberto Malini al termine della prima udienza in Tribunale
