#fertilityday: il 60% degli italiani non è informato adeguatamente sui rischi di infertilità

Sempre meno figli e madri sempre più avanti con l’età. Sono 485.780 i bambini nati in Italia nel 2015, il numero più basso dall’Unità d’Italia, il 3,3% in meno rispetto al 2014 (16.816 nati in meno). Con un tasso di natalità pari a 8,0 per 1.000 abitanti nell’ultimo anno (era 8,3 per 1.000 nel 2014) il nostro Paese si posiziona all’ultimo posto nella graduatoria europea. La riduzione delle nascite si registra in maniera uniforme lungo tutta la penisola, ma le regioni con la più bassa natalità sono la Liguria (6,5 nati per 1.000 abitanti) e la Sardegna (6,7 per 1.000). Si è verificata una progressiva riduzione del tasso di fecondità, che è passato da 1,46 figli per donna nel 2010 a 1,35 nel 2015. E sono scomparse le differenze territoriali nella fecondità delle italiane: 1,28 figli nel Centro-Nord, 1,27 nel Sud e nelle isole. È rilevante il contributo delle donne straniere alla natalità, dal momento che le nascite da madre straniera rappresentano il 19,2% del totale, ma è variabile tra le regioni (più elevato al Nord e al Centro, più basso al Sud) ed è in diminuzione. Le donne in Italia diventano madri per la prima volta mediamente a 30,7 anni: l’età più avanzata nel confronto con tutti gli altri Paesi europei. La tendenza a posticipare la gravidanza è maggiore tra le madri italiane rispetto alle straniere: rispettivamente, 32,2 e 28,7 anni.

Gli ostacoli principali? Crisi economica e politiche familiari carenti. Secondo una recente indagine del Censis, l’88% degli italiani è convinto che nel nostro Paese si facciano pochi figli (la percentuale supera il 90% tra i giovani fino a 34 anni) e l’83% pensa che la crisi economica abbia reso più difficile la scelta di diventare genitori. Solo il 15% ritiene che chi desidera realmente un figlio dovrebbe essere disposto a qualunque sacrificio. Un ruolo rilevante viene attribuito alle politiche familiari: il 61% degli italiani pensa che se migliorassero gli interventi pubblici ‒ e fossero in grado di aiutare i genitori non solo dal punto di vista economico, ma anche organizzativo ‒ le coppie sarebbero più propense ad avere figli. Le principali richieste riguardano sgravi fiscali e aiuti economici (71%), il potenziamento degli asili nido (67%), il sostegno nell’affrontare i costi per l’educazione dei figli, dalle rette scolastiche alla mensa, ai servizi di trasporto (56%).

Infertilità: una informazione ancora inadeguata. Il 60% degli italiani si giudica poco o per nulla informato sul tema della infertilità. In particolare le persone meno istruite (la percentuale sale in questo caso al 79%), ma la scarsa informazione riguarda anche i laureati (50%). La tendenza a spostare in avanti nel tempo il momento in cui si decide di avere un figlio emerge anche dall’alta percentuale di italiani (il 46%) che ritengono che una donna che desidera un figlio deve cominciare a preoccuparsi solo dopo i 35 anni. Tra le cause di infertilità, la più citata (da poco meno di un terzo degli italiani) è lo stress. Il 44% pensa che dovrebbero trascorrere due anni e oltre dai primi tentativi di concepimento prima di avere il sospetto su possibili problemi di fertilità. In effetti, le coppie che stanno svolgendo un percorso di procreazione medicalmente assistita (Pma) nel corso del 2016 hanno fatto trascorrere mediamente 2 anni e 2 mesi dai primi tentativi falliti al primo contatto con il medico.

Lungo, costoso e differenziato il percorso delle coppie che ricorrono alla Pma. Anche l’età media delle coppie che ricorrono alla procreazione medicalmente assistita tende a crescere, sia quella degli uomini (dai 37,7 anni del 2008 ai 39,8 del 2016) che delle donne (da 35,3 a 36,7 anni). E aumenta il tempo che trascorre tra i primi tentativi di concepimento e i primi dubbi (1 anno nel 2008, 1 anno e 3 mesi nel 2016). Mediamente dai primi tentativi al primo contatto con il medico sono passati 2 anni e 2 mesi, contro 1 anno e 8 mesi nel 2008. Il percorso si allunga ulteriormente per le coppie meno istruite e diventa di oltre 2 anni e mezzo. Inoltre, dopo il primo contatto con il medico trascorre oltre un anno (12,7 mesi in media) prima di rivolgersi a un centro di Pma. Una volta arrivate al centro, un terzo delle coppie attende in media meno di 3 mesi prima di accedere effettivamente ai trattamenti (si tratta soprattutto di coppie che si sono rivolte a centri privati: 49%). Il 42% delle coppie attende invece più di 6 mesi (e la percentuale raggiunge, in questo caso, il 61% tra chi si è rivolto a centri pubblici). Tra queste ultime, il 30% attende addirittura oltre un anno prima di accedere ai trattamenti.

Quanto costa la Pma? Per il 14% delle coppie i costi della Pma sono stati sostenuti interamente dal Servizio sanitario regionale, il 49% ha pagato il ticket, il 35% invece ha pagato le prestazioni interamente di tasca propria. Ciò accade soprattutto nelle regioni del Centro (dove la percentuale sale al 67%) e al Sud (dove si arriva al 51%). La spesa media si aggira intorno ai 4.000 euro (4.200 euro al Nord, 5.200 al Centro, 2.900 al Sud). Per chi invece ha pagato il ticket presso centri pubblici e privati convenzionati il costo è in media di 340 euro (280 euro al Nord, 700 al Centro, 370 al Sud). Nell’opinione delle coppie le situazioni nelle diverse regioni sono differenziate sia in termini di qualità dei trattamenti (lo pensa l’80%) che di gratuità nell’accesso (74%). E mentre l’80% afferma che la fecondazione eterologa dovrebbe essere realmente disponibile per tutti, il 76% ritiene che chi ha problemi di infertilità in Italia è svantaggiato rispetto a chi vive all’estero.