Mafia: Berlusconi teste in indagine su trattativa

La decisione del Capo dello Stato Giorgio Napolitano di sollevare conflitto di attribuzione davanti la Corte Costituzionale contro la Procura di Palermo per le intercettazioni raccolte sull’utenza di Nicola Mancino continua a far discutere il mondo politico. Il quadro – che vede da un lato l’Idv di Antonio Di Pietro schierata a fianco dei pm palermitani per l’utilizzo delle intercettazioni in cui e’ protagonista Napolitano e dall’altro governo e partiti di maggioranza schierati a difesa delle prerogative del Colle – si arricchisce oggi di un altro elemento. Secondo indiscrezioni che compaiono su Repubblica e Corriere della Sera la Procura della Repubblica di Palermo aveva convocato Silvio Berlusconi per lunedi’ 16 luglio, ma l’ex presidente del Consiglio non si e’ recato dai magistrati palermitani perchè impegnato, questo il suo ‘legittimo impedimento’, nella riunione con alcuni economisti svolta a Villa Gernetto, sede della sua ‘Universita’ liberale’. Scopo della convocazione, spiegano le indiscrezioni, era interrogare il leader del Pdl come persona informata dei fatti, in pratica come testimone, nell’ambito dell’inchiesta sulle trattative Stato-mafia che si sarebbero svolte all’inizio degli anni ’90 per porre fine alle stragi organizzate da Cosa Nostra. In particolare i pm di Palermo desidererebbero avere maggiori informazioni su alcuni prestiti infruttiferi fatti da Silvio Berlusconi a Marcello Dell’Utri, indagato nell’inchiesta perche’ sospettato di essere stato nel 1994 il portavoce delle minacce mafiose nei confronti di Berlusconi in quel momento per la prima volta alla guida del governo.
Uno scenario sempre piu’ complesso e delicato quindi, con le sue inevitabili ricadute politiche. Continuano infatti le prese di posizione intorno la decisione di Napolitano di sollevare il conflitto di attribuzione. Un passo, quello del Colle, che al di la’ della sua stringente valenza giuridica e’ diventato terreno di duri scontri. In particolare tra il Pd e l’Idv. Antonio Di Pietro non ha avuto dubbi, si e’ schierato senza se e senza ma al fianco dei suo ex colleghi magistrati chiedendosi, fra l’altro, quali possano essere i motivi per cui il Capo dello Stato rifiuti di rendere noto il contenuto delle sue telefonate con Nicola Mancino, fino a chiedere l’intervento della Consulta.
‘Io – dice il leader dell’Italia dei Valori rivolgendosi al Presidente della Repubblica — mi sento mortificato nel merito per la sua scelta molto chiusa nell’interpretare la Costituzione. Noi dell’IdV invitiamo i giudici di Palermo a resistere, resistere, resistere’. Secondo il segretario del Pd Pier Luigi Bersani invece ‘le parole di Di Pietro sono francamente indecenti, perche’ lui sa benissimo, come sanno tutti, che a giudizio di tutti, compresi i magistrati, il presidente Napolitano non ha nessun motivo di difendere la sua persona’. Il segretario non ha dubbi, ‘quando uno dice una sciocchezza si risponde a muso duro’.
Entrando nel tema specifico delle intercettazioni Bersani spiega che ‘se noi fossimo in uno stato di polizia o non democratico non accetteremmo l’ipotesi di un uso distorto delle intercettazioni e quindi non vedo perche’ dobbiamo accettarlo in uno stato democratico’. Certo, aggiunge, ‘nessuno impedisce ai magistrati di fare il proprio lavoro con le intercettazioni necessarie e alla stampa di pubblicare quelle oggetto di un percorso giudiziario. Ma in mezzo ci deve esere un filtro affidato ai magistrati per tutelare chi non c’entra niente. Se vogliamo lasciarci Berlusconi alle spalle – dice ancora – dobbiamo avere la massima cura della civilta’ democratica che lui ha denigrato per 15 anni’.
Insomma, ‘Napolitano ha chiesto alla Consulta di chiarire un punto delicatissimo, cioe’ il rapporto tra poteri dello Stato e istituzioni. E’ giusto che la Consulta chiarisca perche’ tutti vogliamo essere ubbidienti alla Costituzione che e’ la piu’ bella del mondo’. Uno scontro, quello tra Pd e Idv, che potrebbe avere come conseguenza – anche se in politica mai dire mai – la definitiva rottura, in chiave elettorale, del rapporto tra i due partiti. Rapporto per altro mai stato idilliaco e solido. ‘L’attacco di Di Pietro a Napolitano rade al suolo ogni possibilita’ di alleanza con l’Idv’, dice il senatore Pd Marco Follini. Bersani, alla Festa democratica ieri sera a Roma, attacca anche Beppe Grillo. ‘Ma si puo’ guidare un partito – si domanda – da un tabernacolo e non si sa a chi risponde? Il Pd e’ l’unico partito, il resto sono formazioni personali inamovibili, questo puo’ portare il paese al disastro. Grillo e Berlusconi – continua – seppur personalita’ diverse, non sono interessati alla differenza tra destra e sinistra. Questo e’ un elemento distintivo del populismo che tenta di mescolare tutto e portare la gente dietro ad un piffero. Noi dobbiamo dire al paese in modo forte che chi suscita istinti e’ un pericolo per questo paese’. Un Berlusconi, dice Bersani ironizzando sull’annuncio (poi ritrattato) del Cavaliere di volere abbandonare la sigla Pdl per tornare a Forza Italia, che ‘si inventera’ ‘viva la mamma’ e che ora sta studiando il nome del formaggino, sta studiando il nome per il nuovo partito’. Comunque Bersani non sembra temere la vittoria elettorale dell’ex premier: ‘Qui non vince piu’ – dice – in questo paese si puo’ candidare quanto vuole ma non vincera’ piu”.
Sul Qurinale e’ intervenuto ieri sera anche il segretario del Pdl, Angelino Alfano, cogliendo l’occasione per ribadire la posizione del suo partito sulle intercettazioni. Giorgio Napolitano, dice l’ex Guardasigilli, ‘ha ragione sacrosanta’ nel sollevare il conflitto di attribuzione sul tema delle intecettazioni, ricordando che ‘sono stati fatti clamorosi abusi e finora non siamo riusciti a approvare una legge’.
Alfano auspica che ‘come da impegni assunti, la Severino presenti una proposta, in modo che prima della fine della legislatura sia discussa e approvata e consenta di eleminare abusi, difendere indagini, privacy e diritto di cronaca’.
Ecco, il ministro della Giustizia Paola Severino. Il Guardasigilli si schiera a favore di Napolitano sostenendo che diventa importante ‘mantenere la segretezza delle telefonate del Capo dello Stato’ a prescindere dalla decisione che verra’ presa dalla Corte Costituzionale.
‘Il tema – rileva – e’ vedere se anche per le intercettazioni, che casualmente e quindi lecitamente, hanno riguardato il capo dello Stato si debba applicare la procedura prevista dal codice o una normativa speciale’. In ogni caso, sostiene, ‘evitare che conversazioni del Capo dello Stato possano essere rese pubbliche e’ la ratio e lo scopo della particolare tutela’ che la Costituzione prevede per il Presidente della Repubblica.
Ma per il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ‘i magistrati di Palermo hanno agito in buona fede, secondo come ritenevano fosse giusto applicare la legge. Ora la questione e’ in buone mani, decidera’ la Consulta’. Comunque ‘il Capo dello Stato non puo’ essere e non potra’ mai essere intercettato. Lo e’ stato in modo occasionale. E’ giusto che un giudice terzo, la Consulta, decida come bisogna comportarsi in questi casi’. In ogni caso, facendo riferimento alle telefonate di Mancino al Quirinale – in particolare al consigliere giuridico di Napolitano, Loris D’Ambrosio – nella quali si sollecitava un interessamento all’indagine che lo vede coinvolto, Grasso precisa di ‘non aver ricevuto alcuna pressione’ dal Colle. Di particolare significato, e non certo distensive, le parole pronunciate dalla sorella di Paolo Borsellino, Rita, dopo l’iniziativa di Napolitano. Alla vigilia della celebrazione dei ventanni dalla morte del fratello – la cui uccisione, il 19 luglio 1992 da molti osservatori, investigatori, politci e’ legata alla presunta trattativa Stato-mafia – la Borsellino dice sentirsi ‘stordita, come se fossi stata schiaffeggiata’. Il rischio, sottolinea la sorella del magistrato ucciso, e’ che il gesto del Colle ‘venga percepito come un ostacolo alla ricerca della verita’ su cio’ che accadde 20 anni fa’. Lo scontro istituzionale non si arresta e la tensione resta alta. Al di la’ delle polemiche gli occhi sono tutti puntati sulla Consulta e su quella che sara’ la sua decisione sull’utilizzo di uno strumento fondamentale di indagine, le intercettazioni. Strumento fondamentale ma forse non utilizzabile nei confronti di un Presidente della Repubblica nell’esercizio delle sue funzioni.