Sara Oppo è cantautrice, chitarrista, compositrice e docente di ruolo nella scuola secondaria. Nata a Oristano ha costruito un percorso in cui musica, letteratura e insegnamento non rappresentano mondi separati, ma linguaggi diversi attraverso cui dare forma alle esperienze, interrogare la realtà e creare connessioni con gli altri. Il suo incontro con la musica avviene a dieci anni, quando scopre la chitarra. L’anno successivo, il padre Gianni le regala il suo primo strumento. A diciannove anni riceve una prima proposta professionale nel mondo dello spettacolo isolano. Gli studi universitari e il lavoro, tuttavia, la portano a ridimensionare temporaneamente il tempo dedicato alla musica, che rimane una presenza importante nella sua vita.

Sara, per preparare il nostro incontro ho letto la tua bio e alla fine mi son detto: questa donna è la prova vivente che l’Arte con la A maiuscola è nomade… È solo questione di genetica o ha avuto fortuna nel riuscire a fare ciò che ami?
Non credo sia soltanto una questione di genetica, né di fortuna. Credo piuttosto negli incontri che arrivano al momento giusto, quando magari non hai ancora smesso di sognare, ma hai quasi smesso di crederci. Nel 2014 ho incontrato una manager che cercava una voce femminile e una chitarrista per i suoi spettacoli. Quell’incontro ha riaperto una porta che avevo chiuso da tempo. Prima c’erano state esperienze negative che mi avevano allontanata dalla musica e dal mondo dello spettacolo. All’epoca le avevo vissute come una grande delusione; oggi riesco a guardarle con occhi diversi. Ero molto giovane e non avevo ancora gli strumenti per comprendere e gestire certe dinamiche. Forse crescere significa anche questo: smettere di considerare alcune esperienze come tempo perduto e riconoscere ciò che ci hanno insegnato. L’arte, in fondo, è nomade perché non smette di cercare casa e a volte la trova proprio dove pensavamo di non poter più tornare.
L’impegno sociale, le fragilità, la violenza di genere, il disagio sono solo alcuni dei temi che trattano le tue canzoni: quale dei tuoi testi ci apre gli occhi?
Sicuramente Clandestina, un brano autobiografico che ho scritto durante il periodo del Covid e nel quale ho cercato di mettere a fuoco alcune delle contraddizioni più dolorose del nostro tempo: l’indifferenza, la spettacolarizzazione del dolore, la fragilità umana e la possibilità di trovare, nonostante tutto, una forma di resilienza. Ci sono immagini che per me hanno un significato preciso, come “il fuoco che incendia le parole e la coscienza”, oppure la “barriera corallina che scompare”, richiamo, quest’ultimo, alla crisi ambientale. Sono modi diversi per raccontare un mondo che rischia di perdere insieme la propria sensibilità e il proprio equilibrio. Anche il titolo è una metafora: Clandestina è la sensazione di chi non si riconosce in uno spazio pubblico sempre più attraversato dall’odio, dalla violenza verbale e dalla spettacolarizzazione del dolore. A volte, per proteggere la propria umanità, bisogna anche imparare a prendere le distanze. Nel ritornello c’è un richiamo a Il pescatore di Fabrizio De André: per me è un grido muto, una piccola possibilità di speranza e redenzione dentro tanto rumore. Ho dedicato questa canzone ai miei alunni e alle mie alunne, perché credo che educare significhi anche “orientare lo sguardo sul mondo”, compreso quello dei Social. Le parole non sono mai del tutto innocenti: a volte sono sassi, come canta Samuele Bersani, possono ferire, umiliare, escludere, ma possono anche accogliere e costruire legami. Un altro brano è Un domani migliore, scritto in collaborazione con Nicola Loi, che ha curato la parte in lingua sarda. Racconta una ferita profondamente legata alla mia terra: quella dei giovani costretti a partire per cercare lavoro altrove. Ma non è soltanto una canzone sulla partenza: è anche una canzone sul desiderio di restare, sulla possibilità di costruire in Sardegna il proprio futuro senza dover rinunciare ai propri sogni.

L’importanza di non sprecare il tempo e di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo aiuta ad accettare i propri limiti. Potremmo dire che sei la risposta vivente per tutti quelli che hanno grandi sogni e che li inseguono con tanta energia… Reinventarsi per ricominciare: come scrittrice cosa ti affascina in quello che scrivi?
Mi affascina il momento in cui qualcosa che sento, ma che ancora non so spiegare, trova finalmente una forma attraverso le parole. Scrivere, per me, è quasi un atto divino: non nel senso di qualcosa di irraggiungibile, ma come un momento di illuminazione in cui intuizioni, emozioni ed esperienze si incontrano e diventano altro. Non ho mai scritto con l’obiettivo di avere successo. Naturalmente, se arrivasse, ne sarei felice, ma non vorrei che il risultato diventasse più importante del motivo per cui ho cominciato. Continuo a credere nei sogni, purché si abbia il coraggio di inseguirli senza perdere il contatto con la realtà. È quello che ripeto a me stessa e a chi desidera realizzare qualcosa. Reinventarsi, del resto, non significa diventare qualcun altro; significa concedersi il permesso di scoprire parti di sé che ancora non conoscevamo. Forse scrivere serve proprio a questo: non a trovare tutte le risposte, ma a formulare domande che prima non avevamo il coraggio di porci.

La tua storia artistica rappresenta uno spaccato su un percorso di crescita personale che coinvolge l’interiorità della persona: l’arte, la musica, i libri possono essere una sorta di riscatto. Quanto c’è di autobiografico nei tuoi spettacoli? Hai mai temuto di non riuscire a far sentire “chiaramente” la tua voce?
C’è sempre qualcosa di autobiografico nelle mie canzoni, anche quando parto da una storia che non è direttamente la mia. Non necessariamente racconto un fatto preciso: a volte è un’emozione, una ferita, una domanda rimasta aperta a diventare il punto di partenza. Credo che l’esperienza personale acquisti un significato più ampio quando riesce a incontrare quella degli altri: è lì che una canzone smette di appartenerti soltanto e comincia a vivere anche nella sensibilità di chi la ascolta. E sì, ho avuto paura di non essere ascoltata davvero! Non tanto di non essere sentita, quanto di non riuscire a comunicare ciò che avevo dentro, di vedere le parole fermarsi in superficie senza raggiungere nessuno. Con il tempo, però, ho capito che non possiamo controllare il modo in cui gli altri ci ascoltano; possiamo soltanto cercare di essere autentici in ciò che diciamo. Oggi penso che dare voce a qualcosa significhi già sottrarlo al silenzio. Poi, se quella voce incontra qualcun altro, accade qualcosa che va oltre noi.

Nella tua vita hai sempre seguito l’amore o l’istinto? Sei riuscita a raccogliere tutti i tuoi desideri?
Ho cercato di seguire entrambi, anche se non sempre è facile capire quale dei due stia parlando. L’amore ci lega a ciò che conta, l’istinto ci spinge verso ciò che ancora non conosciamo. A volte ci portano nella stessa direzione, altre volte ci costringono a scegliere. Non ho realizzato tutti i miei desideri, e forse è una fortuna. Il desiderio è il motore che ci mette in movimento, che ci impedisce di considerarci arrivati una volta per tutte. Se riuscissi a raccoglierli tutti, che cosa mi resterebbe da cercare? Mi piace pensare che la vita non sia una lista di obiettivi da spuntare, ma un orizzonte che si sposta mentre camminiamo; alcuni sogni si realizzano, altri cambiano forma, altri ancora ci aspettano senza che sappiamo di averne bisogno. L’importante, per me, è non smettere di essere curiosi della persona che possiamo ancora diventare.
Qual è il tuo luogo del cuore?
È San Leonardo, una piccola frazione di Santu Lussurgiu, nell’Oristanese: un luogo circondato da boschi con alberi secolari, lecci, querce e olmi, vicino a sorgenti d’acqua. È un paesaggio che mi riporta alla mente le Bucoliche di Virgilio: una natura che non è soltanto uno sfondo, ma una presenza capace di restituirti una misura diversa del tempo. Ci trascorrevo le estati e custodisco alcuni dei ricordi più cari della mia vita. Forse è proprio questo a rendere speciale un luogo: non soltanto la sua bellezza, ma tutto ciò che continua a vivere dentro di noi anche quando ce ne allontaniamo. A San Leonardo ritrovo una dimensione di quiete e di rigenerazione; è come se la natura mi ricordasse che non tutto deve necessariamente produrre, apparire o correre. Ci sono cose che hanno bisogno di tempo, silenzio e radici per crescere, e credo che, in fondo, anche le canzoni abbiano bisogno di questo: di un luogo interiore in cui poter mettere radici prima di partire.

La parte bella di una donna che vive d’arte? Una poesia che vuoi condividere con noi?
Forse la parte bella di una donna che vive d’arte è proprio quella di non sentirsi obbligata a essere una cosa sola. Io sono una docente di scuola secondaria: insegno italiano, latino, storia e geografia; ho lottato per diventare insegnante, perché so quanto sia impegnativo arrivarci e quanto sia complesso, oggi, svolgere questo mestiere. Eppure continuo a considerarlo il lavoro più bello del mondo. Insegnare è un’Arte, perché significa cercare ogni giorno una strada diversa per raggiungere qualcuno/a, accendere una curiosità, aiutare a dare un nome alle cose. Non sai mai fino in fondo quale parola, quale lezione o quale incontro resterà nella memoria di un ragazzo o di una ragazza. Forse la musica e l’insegnamento, per me, nascono dallo stesso desiderio: comunicare qualcosa che possa arrivare a qualcun altro. Una canzone e una lezione sembrano mondi lontani, ma entrambe hanno bisogno di una voce, di ascolto e di una relazione autentica.
Una poesia che condividerei? “Il più bello dei mari”, del poeta turco Nazim Hikmet:
Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.
