L’INTERVENTO: IL PERDONO DA SALOTTO DELLA PROF

Consapevole che non devo rincorrere l’attualità, mi ha colpito un servizio che ho letto sul blog di Nicola Porro in merito all’ennesimo accoltellamento di una insegnante a scuola. Anche questi sono forti segnali che la scuola italiana è fallita, come scrivo da tempo. Il servizio è di Teresa Casamichele, e fa riferimento alla prof accoltellata alla Scuola Media “Giovanni Verga” di Roma, “Cara prof, basta con il perdono da salotto per l’alunno aggressore”, del 22 settembre. In pratica “La docente ferita in classe sceglie la scorciatoia mediatica e perdona il ragazzo armato di pugnale, ignorando il tredicenne congolese che le ha salvato la vita e scambiando la gratitudine per sottomissione ideologica”.

Da qualche parte ho letto che la prof ha ringraziato il tredicenne congolese, comunque sono nate delle polemiche in merito alle dichiarazioni della professoressa. In particolare, sull’auspicio di espulsione degli irregolari, o meglio, di tutti gli stranieri che delinquono anche se regolari. Di tutti gli stranieri che pretendono di imporre costumi e credenze incompatibili con i nostri principi. L’articolo riflette sul perdono immediato dell’aggressore da parte dell’insegnante, che, addirittura intende abbracciarlo. Si tratta di un gesto che si sta ripetendo troppo spesso. Invece secondo l’articolista andava posta l’attenzione sul ragazzo congolese. Anzi, bisognava, “incontrare il ragazzo congolese. Sa, professoressa, non era dovere di quel ragazzo salvarle la vita e di certo, se l’ha fatto, ha alle spalle persone di grandi principi.

È in Italia da solo, vogliamo chiederci come e perché sia in casa-famiglia? Vogliamo sapere il suo nome e se ha una famiglia nel suo paese? Varrebbe la pena conoscerla e certo avrebbe di che insegnare a tanti, mentre lascerei alla procura e agli psicologi il compito di comprendere il contesto del ragazzo che l’ha aggredita”. Il testo continua: “Posso solo complimentarmi con coloro, genitori o tutori, che hanno saputo crescere un ragazzo trasmettendogli il valore del coraggio, del rispetto per la vita e il senso del dovere verso la comunità che lo ospita”. Intanto, il Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha fatto una grande cosa politicamente sensata: ha annunciato che premierà quel giovane congolese al Ministero. Quel ragazzo deve essere indicato come un paradigma, un’ispirazione per chiunque rivendichi il diritto di far parte del nostro tessuto sociale. Ha dimostrato nei fatti cosa significhi essere parte di un Paese. Cosa che, ricordiamolo, a tredici anni non è richiesta.

Dopo aver distinto il perdono dalla gratitudine, la giornalista, si rivolge ancora alla prof: “Non doveva rinnegare nulla, doveva solo togliere i riflettori all’aggressore, spesso coccolato dal vittimismo mediatico, e spostarli sul ragazzo congolese, riconoscendo lo standard già molto superiore a ciò che ci si aspetta da chi si stabilisce in Italia. Poteva mantenere anche la coerenza con la remigrazione dimostrando che la sua posizione non è mossa da un pregiudizio cieco, ma da una rigorosa logica basata su merito, legalità e valore”. E invece ha voluto concedere un perdono non dovuto a un ragazzino che è entrato in classe armato di un pugnale di venti centimetri e che secondo le indagini della Procura dei minori potrebbe essere stato agganciato da reti suprematiste online per emulare stragi scolastiche. Questa non è superiorità etica.

E non è la prima volta, sembra un passaggio obbligato per gli insegnanti aggrediti. Il risultato: ha banalizzato un tentato omicidio in diretta streaming, ha offerto un assist alla deresponsabilizzazione della famiglia e, alla fine, ha dovuto persino scappare dai social. (Poi, sottovoce, professoressa, non sarei certa che il ragazzo abbia voglia di abbracciarla). Il perdono, sbandierato prima ancora che le ferite si rimarginassero, si è rivelato per quello che è: un anestetico morale somministrato a una società che avrebbe invece un disperato bisogno di svegliarsi. Perdonare l’imperdonabile non costa nulla, è un atto unilaterale che si consuma nello spazio di una dichiarazione stampa e che lascia chi lo compie su un piedistallo di virtù compiaciuta. Ma la giustizia, quella vera, non si amministra con i sentimentalismi privati, e la sicurezza delle nostre scuole non si può tutelare offrendo scudi morali a chi ha sbagliato.

a cura di Domenico Bonvegna