Quando è morto l’ho salutato con un addio. Non ho voluto aggiungere altro, certo, com’era giusto, che fiumi di inchiostro avrebbero riportato alla luce tutti i momenti importanti della vita di un campione.
Da più parti s’è detto e scritto che Sandro Mazzola è stato una bandiera per l’Inter che è stata tutta la sua vita. Ma, cosa strana, nessuno s’è ricordato che dall’Inter venne brutalmente licenziato. A defenestrarlo fu il peggior presidente nella lunga storia del club nerazzurro, Ernesto Pellegrini, uomo di poca cultura ed eleganza, il quale non sopportava che Mazzola potesse essere più amato e popolare nel cuore di mezza Milano.
Ricordo bene quei giorni. Ero un cronista sportivo al Corriere della Sera e mi dovetti occupare della vicenda. Sandro resse il colpo come sanno fare solo i monumenti. Ma dentro di sé soffriva disperatamente. Era stato buttato fuori da casa sua da quel parvenu di Pellegrini e dalla sua cricca che s’era insediata nella sede dell’Inter.
Ricordo un tal Pitrolo, uomo che aveva ancora minor classe del neo presidente, preso a schiaffi (non a pugni) dal giocatore più importante della squadra. Una sberla molto forte, il segno rosso di cinque dita sulla guancia che non passò inosservata tra i giornalisti che stazionavano fuori dalla porta dello spogliatoio dell’Inter.
Sandro in quella vicenda dimostrò più classe di quella che per tanti anni aveva ci aveva fatto vedere sul campo. Venne organizzata una conferenza stampa e Mazzola per più di un’ora rispose alle domande dei cronisti, senza mai permettere all rabbia aveva dentro di uscire fuori. Con la forza del suo nome e della sua storia avrebbe potuto rispondere alle accuse di Pellegrini alzando pure la voce. Non lo fece.
Ricordo che un collega gli chiese quale fosse stata tra tante la telefonata più bella ricevuta quella mattina. “Quella di un vostro collega” rispose guardandomi sorridendo.
Ora, posso dirlo: ero io.
Nicola Forcignanò