Si può ancora fare un elogio dell’Islam? La domanda scomoda, partendo da Laura Veccia Vaglieri

di Davide Romano

Facciamola subito, la domanda scomoda, invece di girarci intorno per tre paragrafi come si fa di solito quando si ha paura della propria stessa provocazione: si può ancora scrivere un elogio dell’Islam, oggi, dopo l’11 settembre, dopo il Bataclan, dopo l’ISIS che issava bandiere nere su Mosul e Raqqa, dopo un ventennio di attentati che hanno riempito i telegiornali europei di macerie e nomi di città che prima conoscevamo solo per il turismo? O è un esercizio che nel 1925 poteva permettersi una filologa colta e un po’ fuori dal mondo, e che oggi suonerebbe, nella migliore delle ipotesi, ingenuo, e nella peggiore, complice?

Me lo sono chiesto scrivendo le pagine precedenti, e la risposta onesta è: sì, si può ancora fare — ma solo se si accetta di fare, prima, un’altra cosa, molto meno comoda: distinguere.

C’è un trucco retorico, e lo usano tutti e due gli schieramenti del dibattito pubblico sull’Islam, da direzioni opposte ma con la stessa disonestà di fondo. Chi vuole demonizzare l’Islam prende un fatto — un attentato, una fatwa, un video di propaganda — e lo fa scorrere all’indietro fino al VII secolo, come se Daesh fosse la conseguenza logica e inevitabile di un versetto coranico letto in un certo modo, e non il prodotto di una storia politica molto più recente, molto più laica nelle sue cause, di quanto si voglia ammettere. Chi vuole invece assolvere in blocco l’Islam fa il percorso opposto: prende il messaggio più alto del Corano — la misericordia, la tolleranza, la giustizia — e lo usa come scudo per non guardare in faccia quello che alcuni, in nome di quello stesso testo, fanno oggi. Sono due letture pigre, e in comune hanno questo: trattano quattordici secoli e un miliardo e ottocento milioni di persone come un blocco monolitico, senza storia, senza politica, senza scuole di pensiero in conflitto tra loro.

Laura Veccia Vaglieri, che scriveva nel 1925 e non era né ingenua né disinformata, il trucco lo evitava con un metodo che oggi definiremmo quasi scientifico: non nega i problemi, li affronta di petto. Nel suo libro promette al lettore, quasi con un appuntamento fissato, che “in altro capitolo risponderemo all’accusa di libertinaggio”, e lo fa davvero — non salta la domanda, come fa chi ha paura della risposta. Distingue, sistematicamente, fra il testo coranico, la pratica del Profeta e dei primi califfi, e l’uso politico che nei secoli gli uomini ne hanno fatto — che è esattamente la distinzione che manca quasi sempre nei talk show di oggi, dove in dieci minuti si passa da un versetto del VII secolo a un attentatore del 2015 come se fossero la stessa cosa vista da due angolazioni diverse.

E però bisogna essere onesti fino in fondo, altrimenti l’elogio diventa propaganda. La violenza politica che si richiama all’Islam negli ultimi decenni non è un’invenzione dei media occidentali, e liquidarla come tale sarebbe tanto disonesto quanto l’operazione opposta. Ha una storia precisa, che si può raccontare senza tirare in ballo il Corano del VII secolo: nasce in buona parte dall’incontro esplosivo fra il trauma del colonialismo, il fallimento dei nazionalismi arabi laici del Novecento (Nasser, Baath, il socialismo arabo, tutti crollati o irrigiditi in dittature), la diffusione — spesso finanziata da un singolo paese, con un singolo apparato teologico, il wahhabismo saudita — di una lettura minoritaria e storicamente recente del testo sacro, e infine da conflitti geopolitici molto concreti: l’Afghanistan degli anni Ottanta, l’Iraq del 2003, la Siria dopo il 2011. Non è teologia pura che genera violenza: è teologia usata come linguaggio politico da movimenti che avrebbero trovato comunque un vocabolario per la propria rabbia, islamico oggi, nazionalista o marxista ieri.

Questo non assolve nessuno, sia chiaro. Ma sposta la domanda dal posto sbagliato — “il Corano è violento?” — a quello giusto: “perché certe letture politiche del Corano, minoritarie per la stragrande maggioranza della storia islamica, sono diventate egemoni in alcuni contesti negli ultimi cinquant’anni?”. È una domanda di scienza politica e di storia, non di teologia comparata, ed è la domanda che i propagandisti di entrambi i fronti — quelli che vogliono l’Islam intrinsecamente violento e quelli che vogliono l’Islam intrinsecamente innocente — preferiscono non porsi, perché la risposta è scomoda per tutti e due: complica la narrazione semplice di cui hanno bisogno.

Ecco perché credo che l’elogio si possa ancora scrivere, ma solo se si accetta che non è un elogio di tutto quello che accade oggi in nome dell’Islam — sarebbe una menzogna, e un’offesa proprio ai musulmani, la stragrande maggioranza, che quella violenza la subiscono più di chiunque altro, visto che le vittime del jihadismo sono in massima parte musulmane. È un elogio del testo, della tradizione intellettuale che quel testo ha prodotto per secoli — la filosofia di Avicenna e Averroè, la poesia sufi, la giurisprudenza raffinatissima delle scuole classiche, la misericordia che la Veccia Vaglieri trovava scritta ovunque nel Corano — e della possibilità, tutt’altro che teorica, che quella tradizione offre ancora oggi contro le sue stesse degenerazioni. Chi combatte l’ideologia jihadista con più credibilità ed efficacia non è quasi mai un occidentale che cita Voltaire, ma un imam, un teologo, uno studioso musulmano che smonta punto per punto, sul terreno della giurisprudenza islamica stessa, le pretese teologiche di chi vuole fondare la violenza sul Corano. Se l’elogio ha ancora un senso politico, oltre che culturale, è proprio questo: rendere più forte la mano di chi, dentro la tradizione islamica, combatte quella battaglia — non toglierle terreno dicendo che tutto l’Islam, in blocco, è il problema.

La provocazione iniziale, allora, si può girare così: non è ingenuo fare un elogio dell’Islam nel 2026. Sarebbe ingenuo — e in fondo un po’ vigliacco — non farlo, per paura di essere fraintesi, lasciando che l’unico racconto pubblico dell’Islam resti quello scritto dai suoi nemici peggiori: i terroristi che lo usano come bandiera, e gli islamofobi che gliela lasciano volentieri in mano, perché a entrambi conviene la stessa semplificazione.

Testo elaborato a partire da Laura Veccia Vaglieri, “Apologia dell’islamismo” (Edizioni La Zisa, 1925/2019), in dialogo con il dibattito contemporaneo sul rapporto tra Islam, politica e violenza.